SUMERI - I Sumeri sono un antico popolo del medioriente. Le principali costruzioni sumere includono ziggurat, case, mura cittadine e templi, tutti realizzati principalmente in mattoni di argilla, sia cotti che crudi, a seconda dell'uso e della disponibilità. Le ziggurat, piattaforme a gradoni con templi in cima, erano il fulcro della vita urbana e religiosa, mentre le case erano generalmente disposte attorno a cortili interni. Le Ziggurat sono strutture a più piani, a forma di piramide a gradoni, con un tempio sulla sommità. Simbolizzavano la connessione tra cielo e terra, con il tempio che ospitava la divinità protettrice della città. Le antiche case dei Sumeri erano generalmente di forma rettangolare o quadrata, con tetti piatti, costruite in mattoni di fango. Spesso disposte attorno a un cortile centrale che fungeva da spazio di aggregazione familiare e riceveva luce naturale. Pianificate per soddisfare le esigenze di famiglie numerose, riflettendo la vita quotidiana e sociale dei Sumeri. le mura cittadine erano costruite per proteggere le città da inondazioni e nemici, spesso realizzate in mattoni di fango. I Sumeri per pregare e avere protezione da Dio costruiscono i Templi. Questi sono edifici sacri dedicati a specifiche divinità, spesso collocati in cima alle ziggurat. Nei centri della vita religiosa e sociale, dove si celebravano riti e cerimonie. Il principale dio sumero era Anu, il dio del cielo a cui era dedicata la città di Uruk, nella quale era collocato anche il tempio di Inanna, la dea dell'amore e della guerra. Enlil, figlio di Anu, era invece il dio del vento e delle tempeste al quale era consacrata Nippur.
SUMERI - La scrittura cuneiforme nacque intorno al 3200 a.C. tra i Sumeri, e si evolse da pittogrammi a segni più astratti, con l'uso di uno stilo per imprimere i segni su argilla umida. Gli scribi utilizzavano uno stilo, spesso ricavato da una canna, per imprimere i segni su tavolette di argilla. I segni cuneiformi erano composti da uno o più tratti a forma di cuneo, con la direzione della scrittura che inizialmente era verticale e poi divenne orizzontale. La scrittura cuneiforme fu impiegata per vari scopi, tra cui documenti amministrativi, testi letterari, cronache, incantesimi e conoscenze scientifiche. Il cuneiforme fu utilizzato in diverse lingue e culture del Vicino Oriente, tra cui sumero, accadico, babilonese, assiro e altre. Oltre all'argilla, il cuneiforme fu inciso anche su pietra, metallo e legno. In sintesi, la scrittura cuneiforme rappresenta un'importante testimonianza della storia e della cultura della Mesopotamia, e la sua decifrazione ha permesso di accedere a una vasta quantità di informazioni sulle civiltà che la utilizzarono.
SUMERI - Le costruzione dei Sumeri. I Sumeri utilizzarono principalmente mattoni di argilla, sia crudi (essiccati al sole) che cotti (in forni). La scelta del tipo di mattone dipendeva dall'uso specifico e dalla disponibilità di argilla e forni. In sintesi, le costruzioni sumere riflettono sia la loro avanzata conoscenza tecnica, sia la loro profonda spiritualità e organizzazione sociale.
SUMERI - Agricoltura ...
SUMERI - La civiltà mesopotamica, nata tra le fertili pianure del Tigri e dell’Eufrate, ha lasciato in eredità una quantità impressionante di documenti scritti, miti, leggi e rappresentazioni artistiche che ci consentono di entrare con una certa profondità anche negli aspetti più intimi della sua cultura. Tra questi, la sessualità occupa un posto di rilievo, non perché fosse considerata un ambito privato e marginale, come spesso accade nel mondo moderno, ma perché permeava ogni livello dell’esistenza, dalla religione alla politica, dal diritto alla vita quotidiana. Parlare di sessualità in Mesopotamia significa quindi affrontare un universo di simboli e pratiche che travalicano la semplice dimensione del piacere e si legano indissolubilmente al funzionamento stesso della società e al rapporto con il divino. Per comprendere come i popoli mesopotamici concepissero la sessualità occorre innanzitutto considerare il ruolo centrale che essa occupava nell’immaginario religioso. L’unione dei corpi non era vista unicamente come mezzo per la riproduzione, ma come gesto cosmico, riflesso della fecondità della terra e dell’ordine dell’universo. Gli dèi stessi venivano descritti come esseri sessualmente attivi, e le loro unioni, talvolta appassionate e turbolente, servivano a spiegare il ciclo delle stagioni, la fertilità dei campi e persino la legittimità del potere regale. In questo quadro emerge con forza la figura di Inanna, chiamata Ishtar in accadico, dea dell’amore, del desiderio, ma anche della guerra e della distruzione. La sua personalità sfaccettata rifletteva la natura ambivalente della sessualità, capace di donare vita e prosperità, ma anche di generare caos e conflitto. Non a caso, uno dei rituali più importanti a lei legati era il cosiddetto matrimonio sacro, durante il quale la dea veniva impersonata da una sacerdotessa che si univa ritualmente al re. Questo atto non era inteso come un semplice simbolo, ma come un vero e proprio strumento per rinnovare l’ordine cosmico e garantire la fertilità dei campi, conferendo al sovrano la legittimità necessaria a governare.
La sessualità era dunque considerata parte integrante della religione, ma al tempo stesso veniva regolata con estrema attenzione nelle istituzioni sociali, in primo luogo nel matrimonio. In Mesopotamia sposarsi non era una questione privata, ma un fatto giuridico ed economico. Ogni matrimonio era sancito da un contratto scritto su tavoletta cuneiforme, in cui si stabilivano le condizioni economiche, le clausole di ripudio e i diritti di ciascuna parte. Il matrimonio garantiva la continuità della famiglia e la trasmissione del patrimonio, ma soprattutto assicurava la nascita di figli, indispensabili non solo come eredi, ma anche come custodi del culto domestico degli antenati. La sessualità dei coniugi era quindi strettamente legata a un dovere collettivo: la procreazione. In questo contesto il corpo femminile assumeva un ruolo cruciale, perché era attraverso di esso che si garantiva la legittimità della discendenza. L’adulterio femminile era pertanto punito con la massima severità, fino alla pena di morte, come attestano le leggi di Hammurabi. Per l’uomo, invece, la libertà era maggiore: poteva avere concubine, frequentare prostitute e talvolta prendere più mogli, soprattutto se apparteneva ai ceti elevati, senza per questo subire la stessa condanna morale. La donna era dunque vincolata alla fedeltà come garanzia della continuità familiare, mentre l’uomo poteva esprimere la propria sessualità con più elasticità, purché non minasse l’ordine domestico. Accanto al matrimonio e alla procreazione, anche la prostituzione ebbe un ruolo rilevante nella vita mesopotamica. Le fonti parlano di donne che esercitavano la prostituzione nei pressi dei templi, e in certi casi la tradizione antica, filtrata dagli scrittori greci, ha fatto pensare all’esistenza di una vera e propria prostituzione sacra. La questione è oggi dibattuta: probabilmente non si trattava di una pratica diffusa e sistematica come spesso si è creduto, ma non c’è dubbio che esistessero figure femminili e maschili legate al culto di Ishtar e ad attività rituali a sfondo sessuale. In ogni caso, la prostituzione laica era ben attestata e riconosciuta. Le prostitute potevano essere libere, schiave o appartenere a gruppi organizzati, e la loro presenza era socialmente tollerata. Lungi dall’essere considerate solo figure marginali, esse svolgevano una funzione sociale, soddisfacendo bisogni che altrimenti avrebbero potuto destabilizzare l’ordine familiare. In alcuni testi le prostitute sono descritte con disprezzo, in altri con una certa ambivalenza, quasi riconoscendone l’utilità. È significativo che nell’epopea di Gilgamesh, uno dei testi più celebri della Mesopotamia, sia proprio una prostituta, Shamhat, a introdurre alla civiltà il selvaggio Enkidu. Dopo sei giorni e sette notti di amore con lei, egli perde la sua innocenza animalesca e diventa consapevole, capace di unirsi agli uomini. Qui la sessualità appare come strumento di trasformazione, capace di far compiere il salto dall’animalità all’umanità. Se la religione e la letteratura celebravano la sessualità, il diritto la controllava. Le leggi mesopotamiche regolavano ogni aspetto della vita sessuale, sempre con l’obiettivo di preservare la stabilità della famiglia e la trasmissione della proprietà. L’adulterio femminile era severamente punito, lo stupro era considerato un reato non tanto contro la donna quanto contro l’uomo che la “possedeva”, e la verginità prima del matrimonio era un requisito imprescindibile. Persino la sterilità veniva affrontata sul piano giuridico: se una moglie non era in grado di avere figli, il marito poteva ripudiarla o prendere un’altra moglie, ma spesso aveva l’obbligo di continuare a provvedere alla prima. Queste regole, per quanto dure, mostrano chiaramente che la sessualità era vista come una risorsa da incanalare e non come una minaccia da reprimere: il problema non era il piacere in sé, ma la sua potenziale capacità di destabilizzare l’ordine sociale se non regolato. Un altro aspetto di grande interesse riguarda la presenza di pratiche sessuali non eterosessuali. Le fonti mostrano che la Mesopotamia conosceva e in certi casi accettava forme di omosessualità, travestitismo e inversione di ruoli sessuali. Ishtar, in particolare, era associata a travestimenti e alla rottura delle convenzioni di genere. In alcuni testi compaiono figure di sacerdoti effeminati, chiamati gala o assinnu, che svolgevano funzioni legate al culto della dea e incarnavano una sessualità fluida. L’omosessualità maschile non sembra essere stata sistematicamente condannata, se non in casi in cui violava la dignità familiare o coinvolgeva minori. Questo lascia intravedere una società in cui la sessualità poteva assumere forme più varie di quanto il rigido quadro giuridico del matrimonio farebbe supporre, pur sempre sottoposta a regole di convenienza e onore. Il corpo stesso, soprattutto quello femminile, era rappresentato come simbolo di fertilità. Amuleti e figurine raffiguravano seni, fianchi e genitali, non con intenti pornografici ma come espressione della forza generativa insita nella natura. La sessualità era parte della vita quotidiana, celebrata nei riti religiosi e rappresentata nell’arte con una franchezza che sorprende lo sguardo moderno, abituato a separare nettamente sacro ed erotico. Per i Mesopotamici, invece, l’eros era uno dei linguaggi con cui il cosmo parlava agli uomini e gli uomini si collegavano al divino.
In questo intreccio di religione, diritto, politica e vita quotidiana, la sessualità appare dunque come una forza duplice. Da un lato era celebrata come potenza vitale, fonte di fertilità e simbolo di legittimità; dall’altro era rigidamente regolata per garantire la stabilità della famiglia e della società. La Mesopotamia non conosceva tabù nel nostro senso moderno: non si trattava di reprimere il desiderio, ma di incanalarlo entro confini riconosciuti e produttivi. Il piacere era naturale e persino necessario, ma non poteva essere lasciato senza controllo. Ogni aspetto della sessualità trovava il suo posto: nel mito, nei contratti matrimoniali, nei riti sacri, nelle case di piacere, nelle leggi e nelle rappresentazioni artistiche. Era al tempo stesso esperienza intima e questione collettiva, fatto di corpi ma anche di dèi, di emozioni ma anche di norme scritte. Guardando a questo mondo remoto, possiamo cogliere la distanza che ci separa da esso ma anche riconoscere una certa continuità. La sessualità era vissuta con franchezza e integrata nel tessuto della vita sociale, mentre noi tendiamo spesso a relegarla a sfera privata o a trasformarla in oggetto di consumo. Eppure, l’idea che il desiderio non sia mai puramente individuale, che riguardi sempre anche l’ordine della comunità, è qualcosa che il mondo mesopotamico ci ricorda con forza. Nel loro immaginario, la sessualità non era né vergogna né colpa, ma energia primordiale, dono degli dèi, fondamento dell’ordine e della vita.
ASSIRI - La scultura Lamassu, risalente al periodo 721-705 a.C., è un'importante opera della civiltà assira, scoperta nei pressi del Palazzo di Sargon II. Creata in alabastro e gesso, la scultura utilizza la tecnica del rilievo per dettagli estremamente minuti e raffinati. Il Lamassu ha la forma di un toro alato con testa umana, simboleggiando una divinità protettrice assira, posizionata agli ingressi del palazzo. Lo stile della scultura è caratterizzato da superfici lisce, chiaroscuri decorativi e un design che suggerisce movimento grazie alla presenza di cinque zampe. La testa umana potrebbe rappresentare il re Sargon II, sottolineando il ruolo protettivo e regale del Lamassu nell'iconografia assira. Il toro alato rappresenta una divinità assira chiamata Lamassu. La sua collocazione ai lati degli ingressi del palazzo è in segno di protezione. Infatti i Lamassu erano considerati spiriti benigni. La testa umana della scultura forse ritrae il re Sargon II, che simbolicamente veglia sul suo palazzo.
ASSIRI - Tra gli Assiri sono comuni la sfinge, una statua un pò uomo e un pò animale. I due Lamassu risalgono circa agli anni 721-705 a.C. e provengono dall’esterno del Palazzo di Sargon II. Il gruppo di archeologi guidati dal francese Paul-Emile Botta, scoprì la civiltà assira tra il 1843-1844. Nel 1847 a Parigi nacque un centro studi dedicato a questa civiltà. Victor Place tra il 1852 e il 1854 proseguì gli scavi presso il palazzo di Sargon II portando così a Parigi numerosi reperti. L’opera dei due Lamassu è una scultura in alabastro e gesso, creata con una tecnica scultorea estremamente minuta e raffinata: la tecnica del rilievo. È alta 420 cm ed è attualmente conservata nel museo del Louvre di Parigi, poiché è stata ritrovata da un archeologo francese. I due Lamassu provengono dall’esterno del Palazzo di Sargon II e sono stati quindi commissionati dal re Sargon II. La scultura dei Lamassu ha la forma di un toro e la testa umana. La parte umana rappresenta un uomo dalla folta barba curata e intrecciata. In testa indossa un copricapo con le corna arrotolate. Il corpo animale è possente e presenta le ali. Lateralmente vediamo 4 zampe, mentre frontalmente se ne vedono 2.
ASSIRI - Qual è l'origine e la funzione della scultura Lamassu ? La scultura Lamassu appartiene alla civiltà assira e fungeva da divinità protettrice, collocata ai lati degli ingressi del palazzo per protezione. Quali sono le caratteristiche stilistiche del Lamassu ? Il Lamassu è una scultura in alabastro e gesso, con una tecnica di rilievo raffinata, caratterizzata da una superficie liscia e chiara, e presenta 5 zampe per dare un effetto di movimento. Chi ha scoperto i Lamassu e dove sono attualmente conservati ? I Lamassu furono scoperti da un gruppo di archeologi guidati da Paul-Emile Botta e sono attualmente conservati nel museo del Louvre di Parigi. Qual è il significato iconologico del Lamassu ? Il Lamassu rappresenta una divinità assira e la testa umana potrebbe ritrarre il re Sargon II, simboleggiando la protezione e la vigilanza sul palazzo.
BABILONIA - Questa scultura appartiene alla civiltà assira, che si sviluppò in Mesopotamia verso il III millennio, sulle montagne vicine al fiume Tigri. Gli Assiri erano principalmente pastori e guerrieri, infatti saccheggiavano tutti gli averi delle città nemiche lasciandole a mani vuote. Per sconfiggere i loro nemici utilizzavano armi in ferro, più resistenti rispetto a quelle di bronzo, e costruivano macchine da guerra, come carri da combattimento, trainati da cavalli. Attirati dalle ricchezze, decisero attorno al 1100 a.C., di invadere Babilonia e la conquistarono nel 1146 a.C.. La capitale del loro impero dopo questa conquista divenne Ninive.
MESOPOTAMIA - la terra tra i due fiumi
MESOPOTAMIA - In Mesopotamia la figura della sfinge si sovrappone a quella dei lamassu, creature dalla testa umana e dal corpo alternativamente di leone o di toro, munite anche di ali; venivano considerate entità benefiche, sinolo di forza e saggezza, le cui statue erano poste a protezione di città e palazzi. Nel mito greco la Sfinge è invece una creatura unica, figlia di Tifone ed Echidna, che si inserisce nella storia di Edipo: infatti la Sfinge era un mostro che flagellava Tebe, proponendo enigmi ai passanti e divorando chi non riusciva a risolverli.
ITTITI - Ittiti , il popolo che creò un impero grazie al ferro e ai cavalli Gli Ittiti (o Hittiti) erano un popolo di origini indoeuropee e di loro non c'è traccia, nella storia, fino al 1650 a.C., quando si insediarono tra l'attuale Turchia e parte della Siria settentrionale. Fisicamente erano più europei che asiatici, di statura modesta e corporatura massiccia, avevano i capelli chiari, che portavano lunghi, e il volto regolare con il naso dritto.Vestivano in modo molto semplice con una tunica su cui potevano indossare un mantello, nelle regioni molto calde erano soliti indossare un semplice perizoma. Anche l'abbigliamento delle donne era semplice e consisteva in una veste pieghettata sulla quale portavano una camiciola. Più elaborato l'abito da cerimonia del re, una tunica lunga fino ai piedi ornata e ricamata, accessori per l'occasione erano la barba finta e un copricapo molto stretto. Proprio come gli egiziani,utilizzavano il bistro per truccare gli occhi e difenderli dal sole, dalla polvere o dagli insetti, con il tempo questa abitudine dall'origine sanitaria assunse una valenza più simbolica, legata agli aspetti magico religiosi. Tra gli Ittiti era diffusa l'abitudine di tatuarsi il corpo.
ITTITI - Ittiti un popolo antico. L'età dell'insediamento è quella in ombra, le grandi migrazioni indoeuropee avvennero in generosi flussi e sparpagliarono molti popoli in direzioni diverse, in questa fase gli Ittiti, originariamente pastori nomadi, costruirono la loro identità di popolo in cerca di una casa, che trovarono nell'Asia Minore quando, stabilendosi, fondarono un regno molto potente che aveva la propria capitale nella città di Ḫattuša. Gli ittiti coltivavano l'orzo (da cui ottenevano la birra), il grano, la vite, alberi da frutta e ortaggi e producevano olio e latticini. Avevano due tipi di scrittura, una cuneiforme e una geroglifica, i loro "fogli" erano tavolette di legno rivestite di lino su cui spalmavano uno strato di calce per poi scrivere con un pennello intriso da inchiostro. A trasformare questi pastori in temibili guerrieri fu una scoperta straordinaria, quella della lavorazione del ferro con cui costruirono lance, frecce e spade ricurve che li resero militarmente molto più forti rispetto ai popoli che combattevano con le armi in bronzo. Gli Ittiti cercarono di dominare tutta la Mesopotamia ma di fatto riuscirono a conquistare solo Babilonia, intorno al 1600 aC.
ITTITI - Nell'età del Nuovo Impero gli Ittiti si scontrarono ripetutamente con l'Egitto per il controllo della Siria, si trattava di due grandi potenze del tempo e i rapporti che li legarono non furono solo di sangue, alla guerra seguirono anche periodi di pace, celebrati con i matrimoni tra re e principesse dei due popoli, organizzati proprio per consolidare le alleanze. Ma il documento storico che maggiormente rivela i rapporti tra Egizi e Hittiti sono le lettere che una regina (probabilmente, ma non sicuramente, Nefertiti) scrisse al re Hittita per proporsi come moglie di un suo figlio. La regina scriveva di essere rimasta vedova e senza eredi e offriva quindi il trono dell'Egitto ad un principe Ittita, con cui si sarebbe legata in un nuovo matrimonio. "Non mi piegherò mai a sposare uno dei miei servi e ho paura", scriveva, ritenendo quindi un principe Ittita maggiormente degno di considerazione di quanto potesse offrirgli il "mercato" Egiziano. Volete sapere come andò a finire? Il re, temendo una trappola, mandò un ambasciatore a verificare l'attendibilità della proposta, che fu poi confermata. Ma il lungo viaggio di andata e ritorno fece perdere tempo prezioso alla regina impaziente, che poteva contare solo sulle settimane tra la morte del faraone e la sua inumazione nella tomba per cercare un nuovo marito e stravolgere i piani di corte che l'avrebbero spodestata. Quando il re si decise infine a mandare uno dei suoi figli in Egitto per concludere il matrimonio probabilmente i progetti della regina erano già giunti alle orecchie sbagliate, perché il principe partì ma non arrivò mai... Il re ittita era Šuppiluliuma. Gli Ittiti, culturalmente, si comportarono come delle spugne e assorbirono religioni e miti dei popoli che sconfissero, erano chiamati il popolo dei mille Dei e oltre ad inglobare tutte le varie divinità che potevano incontrare, fecero loro anche i racconti mitologici di Babilonia, come quello di Gilgamesh. Le città-stato degli Ittiti erano governate da un re-sacerdote, proprio come i primi Sumeri, ma il sovrano ittita non era l'intermediario tra la divinità e l'umanità, veniva considerato il servo degli dei e le imprese del re erano tributi alla divinità, le città conquistate erano ringraziamenti votivi per gli dei.
ITTITI - La scoperta del popolo degli Ittiti è recente, fino al 1900 erano praticamente avvolti nel mistero e fu solo per un caso fortuito che uno scavo archeologico nella città di Boghazkòy (ossia l'antichissima Ḫattuša) riportò alla luce proprio l'archivio reale, una fonte inestimabile di informazioni per ricostruire le vicende di un popolo poi improvvisamente scomparso, probabilmente per gli attacchi degli Achei. In realtà, le conquiste degli Ittiti furono dovute alla lavorazione del ferro, un'innovazione tecnologica custodita nelle mani dei fabbri ittiti che dovevano mantenerla segreta, pena la morte. Un po' come accadrà, molto tempo dopo, a Venezia per i maestri vetrai. I cavalli e l'oro - Altra carta vincente degli Ittiti erano i cavalli, furono loro a introdurli in Mesopotamia, arrivando con i carri da guerra con le ruote a raggi, un binomio eccezionale che li rendeva straordinariamente veloci e pericolosi. In Mesopotamia non portarono solo guerra e distruzione, oltre ai cavalli... portarono anche l'oro! http://www.elementari.net
PERSIA - Ciro il Grande è una di quelle figure della storia antica che sembrano appartenere più al mito che alla realtà, eppure il suo impatto concreto sul mondo è stato enorme. Nato intorno al 600 a.C. in Persia, Ciro fondò quello che sarebbe diventato il più vasto impero del suo tempo: l’Impero achemenide. Ma ciò che lo rende davvero straordinario non è solo la conquista militare, bensì la sua visione politica e umana. In un’epoca in cui i vincitori distruggevano e umiliavano i vinti, Ciro introdusse un modo nuovo di governare: la tolleranza e il rispetto delle culture, delle religioni e delle leggi locali. Quando conquistò Babilonia nel 539 a.C., non saccheggiò la città, non impose la religione persiana e non sterminò i sacerdoti. Al contrario, liberò i popoli deportati dai babilonesi, tra cui gli Ebrei, permettendo loro di tornare a Gerusalemme e ricostruire il loro tempio. Questo gesto gli valse nella Bibbia il titolo di “unto del Signore”, un onore senza precedenti per un sovrano straniero.
Sotto il suo regno nacque un modello di impero organizzato ed efficiente, basato su satrapie, province amministrate da governatori che godevano di una certa autonomia ma rispondevano al re. Ciro comprese che per mantenere un territorio immenso serviva non solo la forza, ma anche la fiducia e la stabilità. Fece costruire strade per collegare le città principali, favorì il commercio e la circolazione delle informazioni, istituì una burocrazia ordinata e rispettata. La sua capitale, Pasargade, non era solo un centro politico, ma un simbolo del suo ideale di armonia tra popoli diversi. Lì fece erigere il suo mausoleo, un edificio sobrio, lontano dalla magnificenza ostentata di tanti altri re, che ancora oggi si erge nel silenzio del deserto iraniano come testimonianza della sua grandezza. Ciro non fu soltanto un conquistatore illuminato, ma anche un innovatore del pensiero politico. Il famoso “Cilindro di Ciro”, un’iscrizione in caratteri cuneiformi oggi conservata al British Museum, è considerato da molti come la prima dichiarazione dei diritti umani della storia. Vi si legge il suo impegno a non opprimere i popoli sottomessi, a rispettare le divinità di ciascuno e a garantire la pace e la giustizia. Certo, non bisogna idealizzarlo come un santo: rimane pur sempre un sovrano dell’antichità, capace di spietatezza quando necessario. Ma la sua idea di potere come servizio e responsabilità, non solo dominio, lo distingue nettamente da altri imperatori del suo tempo. Morì intorno al 530 a.C., durante una campagna militare nelle steppe dell’Asia centrale. La leggenda racconta che fu ucciso da una regina scita, Tomiri, che ne immerse la testa in un otre pieno di sangue come vendetta per la morte di suo figlio. Al di là della leggenda, la sua eredità sopravvisse per secoli: i suoi successori, da Dario a Serse, continuarono a ispirarsi alla sua politica di equilibrio e rispetto. Anche i Greci, che pure combatterono i Persiani, lo ammiravano profondamente. Senofonte gli dedicò la Ciropedia, una sorta di biografia ideale in cui Ciro diventa il modello del sovrano giusto e razionale. * FB
EGITTO - Unificazione dell'Egitto antico. Circa tremila anni prima di Cristo si ebbero due regni contrapposti, quello dell'Alto e quello del Basso Egitto, che vennero poi unificati dal sovrano Narmer (o Menes), il quale fondò lungo il Nilo una grande città, Memfi (in antico egiziano questo nome vuol dire città dalle bianche mura), destinata ad essere Ia capitale del nuovo Regno Unito. Da Narmer si fa cominciare Ia serie delle dinastie (gruppi di sovrani della stessa famiglia) che governarono l’Egitto nei secoli. I sovrani egiziani sono detti Faraoni. Le dinastie furono in complesso trenta. Organizzazione del regno egiziano. Gli Egiziani seppero organizzare bene il loro nuovo regno. II Faraone era aiutato dalla burocrazia (ministri, funzionari, impiegati, scrivani): ciò fu possibile anche per l’invenzione della carta di papiro, dell'inchiostro, della scrittura. Un grande Stato, infatti, non può governarsi senza carta e inchiostro: in un piccolo villaggio gli ordini possono darsi anche a voce, gli elenchi della popolazione mandarsi a memoria, ma come sarebbe possibile fare così in una grossa nazione con una popolazione di molte centinaia di migliaia di abitanti? Perciò l’invenzione della carta e dell'inchiostro, che è contemporanea a quella della scrittura, fu tra i grandi contributi che gli Egiziani dettero alla storia dell'umanità e nello stesso tempo fra i motivi principali del loro rapido sviluppo. Amministrazione e infrastrutture. AI palazzo del Faraone risiedevano ministri e funzionari (gli scribi) che registravano tutto, spedivano ordini, facevano conti. Si elaborarono piani regolatori per le città, si costruirono canali artificiali per irrigare il territorio, si sfruttarono in maniera organizzata le miniere di rame. Economia e opere pubbliche - Ogni anno, inoltre si facevano due censimenti sia per sapere quanti fossero gli abitanti del paese, sia per riscuotere lasse e affitti con precisione. Tutto il territorio nazionale, infatti, era considerato di proprietà del Faraone: I cittadini erano solo affittuari di case o di terreni e dovevano pagare un fitto al sovrano talvolta sotto forma di tassa. I soldi che si ricavavano da queste imposizioni fiscali venivano spesi sia per i bisogni della famiglia reale sia per pagare gli impiegati e i funzionari, sia per realizzare opere pubbliche. Innovazioni architettoniche - La magnifica organizzazione creata nel paese cominciò a dare i suoi frutti: il tenore di vita migliorò. Aumentarono la ricchezza e le risorse. I faraoni poterono così far costruire edifici Ia cui realizzazione era possibile appunto soltanto avendo a disposizione molto denaro, molti uomini ed una valida organizzazione. II grande architetto Imhotep inventò un nuovo tipo di monumento funerario, la piramide. Vennero costruite piramidi gigantesche. Ad esempio quelle fatte elevare dai Faraoni Keope, Kefren e Micerino. * Skuola.net
EGITTO - l viaggio in Egitto è il viaggio nella storia antica dei faraoni ed Egitto è forse uno dei pochi luoghi ancora rimasti sulla terra dove il tempo sembra scorrere in due dimensioni: da un lato la civiltà moderna si è mossa in avanti, dall’altro invece ha saputo custodire i luoghi dell’antico splendore per 4500 anni mantenendo ancora percepibile il loro lo spirito originario. --- L'antico egitto vede sorgere città governate dai Faraoni. L' Egitto si trova tra il mar Rosso e il Mar Mediterraneo. Da Nord a sud il paese è attraversato dal fiume Nilo, un fiume grande e lungo centinaia di chilometri. Il fiume attraversa un paese caldo e secco e rende umida e coltivabile la zona ai lati del fiume. Altrove il paese si presenta come un deserto. Qui i Faraoni ordinano agli architetti di costruire le piramidi. Grande Sfinge di Giza, in Egitto, che è una scultura colossale con corpo di leone e testa di faraone. La sfinge non è sempre stata vista come una creatura malvagia: in Egitto, era spesso associata a divinità solari e rappresentava forza e saggezza.
EGITTO - In realtà esattamente uguale a come la avevo vista sulle fotografie dei libri di storia. Con la testa di un faraone ed il corpo di leone, sdraiata maestosamente, la Sfinge rivolge lo sguardo verso quello che una volta doveva essere il Tempio della Sfinge. Dietro le sue spalle completano la cartolina le tre Grandi Piramidi, delimitando quello che oggi gli archeologi chiamano la Necropoli di Giza. Situata alla periferia del Cairo, a circa 8 km dall’antica città di Giza sul Nilo, la Necropoli di Giza costituiva una delle necropoli di Menfi, l’antica capitale dell’Antico Regno. Le immagini tramandate dai libri di storia fanno immaginare le Piramidi situate in qualche regione desertica ma in realtà l’intero complesso oggi è circondato dalle palazzine della popolosa area urbana.
EGITTO - Con i suoi 73 metri di lunghezza, 20 metri di altezza e 6 metri di larghezza (di cui solo la testa misura 4 metri), la Grande Sfinge di Egitto rappresenta un monumento isolato. In Egitto esistono altre sfingi, più piccole ed in coppia, normalmente collocate all’ingresso degli edifici per proteggerli. Il leone, da sempre il simbolo del potere dei faraoni, quale dei numerosi re di Egitto rappresenta? Chi ha costruito la Sfinge e soprattutto come ? Gli studiosi concordano sul fatto che la Sfinge, che risale a circa 2500 anni a. C., deve essere stata costruita da uno dei faraoni che hanno realizzato le Grandi Piramidi. Per molto tempo si è creduto che essa rappresentasse proprio il padre della Piramide più grande delle tre, Cheope (- 2566 a. C.). Il Museo del Cairo custodisce la più antica (e la più piccola al mondo) statuetta di Cheope nella quale il faraone è rappresentato senza la barba, mentre tutti i faraoni abitualmente portavano la barba. L’egittologo Marc Lehner crede invece, che la Sfinge in realtà abbia avuto la barba, scomparsa in seguito ad alcuni tentativi di distruzione, e identifica nel suo volto, attraverso studi computerizzati, l’immagine del faraone Chefren (2605 – 2580), il figlio di Cheope, al quale è stata dedicata la seconda Piramide. Un frammento della barba attribuito alla Sfinge si trova al British Museum di Londra. Alcuni studiosi credono che la barba fu aggiunta in seguito, probabilmente da Tutmose IV nel Nuovo Regno, ma anche questa è solo un’ipotesi che si aggiunge a tante altre che riguardano la Sfinge. * Mira Krizman marzo 2021
EGITTO - All'interno dell'area archeologica di Giza, la Sfinge fa parte di un grande complesso funerario dedicato al faraone Chefren. Vicino alla colossale scultura si trovano infatti altre costruzioni importanti: due templi, uno posto di fronte (il tempio della Sfinge) e uno di fianco (il Tempio della Valle di Chefren). “Sfinge – Fumiamo la pipa seduti nella sabbia, mentre la osserviamo. I suoi occhi sembrano ancora pieni di vita, il lato sinistro è bianco per gli escrementi degli uccelli (…), è esattamente rivolta verso il sorgere del sole, la testa è grigia, le orecchie molto grandi e distaccate (…), il collo è consumato e reso sottile; davanti al petto un grande buco nella sabbia la mette in risalto; la mancanza del naso rendendola camusa aumenta la somiglianza. Del resto era certamente etiope, le labbra sono spesse.” Quando Flaubert la vide nel 1849, la Sfinge era ancora quasi completamente sommersa dalla sabbia. Erano tempi in cui l’esotismo culturale diffusosi in Francia all’inizio dell’Ottocento spinse gli uomini a intraprendere i lunghi viaggi in Oriente alla scoperta dell’esotico ed il tempo in cui l’interesse per la cultura e la storia egizia si diffuse e culminò con le grandi scoperte, da Jean-François Champollion (1790 – 1832) a Howard Carter (1874 – 1939). Anche il Napoleone (1769 -1821) si spinse in questa terra magnifica nel tentativo di conquistarla e vi rimase affascinato. * Gustave Flaubert 1850.
EGITTO - Nella mitologia mesopotamica, egizia e greca, la sfinge è un essere ibrido, con corpo di leone e testa umana - e talvolta ali di rapace e un serpente al posto della coda. La sua natura non è univoca: in Egitto la sfinge è la misteriosa custode delle piramidi - silenziosa, serena, che pare antica come la terra stessa; la testa del defunto viene posta sul corpo di leone forse per significare una comunanza spirituale con Sekhmet, la dea leonessa, protettrice dell’ordine del mondo. In Mesopotamia la figura della sfinge si sovrappone a quella dei lamassu, creature dalla testa umana e dal corpo alternativamente di leone o di toro, munite anche di ali; venivano considerate entità benefiche, sinolo di forza e saggezza, le cui statue erano poste a protezione di città e palazzi. Nel mito greco la Sfinge è invece una creatura unica, figlia di Tifone ed Echidna, che si inserisce nella storia di Edipo: infatti la Sfinge era un mostro che flagellava Tebe, proponendo enigmi ai passanti e divorando chi non riusciva a risolverli. * Gustave Flaubert 1850.
Letteratura :
Gustave Flaubert 1850. - Viaggio in Egitto
MURA CICLOPICHE - I muri ciclopici sono strutture realizzate con la tecnica della “muratura poligonale”, che vede i blocchi di pietra lavorati più o meno regolarmente posti uno sopra l'altro senza l'uso di malta. Le mura della cittadella micenea o Machu Picchu potrebbero essere le più note dell'imponente costruzione di enormi blocchi eretti senza l'uso di malta. Ma ce ne sono molti altri. La muratura ciclopica egiziana trovata nel tempio della valle del complesso piramidale di Giza di Giza (2.520-2.494 aC) è una combinazione di antiquariato, raffinatezza e uso estensivo (per così dire). Per quanto riguarda le mura ciclopiche, la prima costruzione rinvenuta è a Micene, collocata tra il 1.500 e il 1.100 a.C. Le costruzioni in Grecia e in Italia sono state attribuite non solo dal greco antico ma anche da archeologi più recenti, come il famoso Louis-Charles-François Petit-Radel, ai loro sfuggenti predecessori, i Pelasgi, che vivevano nell'antica Grecia prima che ci fosse anche una coscienza sulla grecità. Considerando che Micene è stata abitata ininterrottamente sin dal Neolitico antico (5.000-4.000 a.C.) e che i Pelasgi potrebbero averlo preceduto, molto è sconosciuto su queste popolazioni dagli stessi scrittori greci classici, come Erodoto e Omero, aggiungendo al mistero. Gli studiosi della Grecia antica hanno speculato su chi aiutasse i Pelasgi a costruirli. Molti hanno confermato l'affermazione di Aristotele dei ciclopi mitologici, gli unici in grado di muovere e sollevare i massi. Da qui il nome, Cyclopean Walls. Giganti con un occhio solo o no, antiche mura ciclopiche, o costruzione ciclopica in generale, sono state costruite praticamente in tutte le isole del Mediterraneo occidentale (Sardegna, Corsica, ecc.) A partire dal 25 ° secolo a.C., così come nell'Italia centrale, in particolare la regione Lazio, tra l'VIII e il V secolo aC (se non già nel XIII secolo). Sono stati trovati anche a Rajgir, nello stato indiano del Bihar dal 3 ° secolo aC, così come in molte altre località in tutto il mondo in seguito, come Pumapunku in Bolivia; sull'Isola di Pasqua; ea Saksaywaman a Cuzco, in Perù.
MICENE - Nel periodo seguente, cosiddetto Elladico Medio (dal 1900 al 1580-70 circa), periodo nel quale i greci Achei si stabilirono nel paese, sorse una rocca cinta da mura. Le prime costruzioni micenee, di cui abbiamo tracce in cospicui avanzi di mura e nelle fondazioni di una porta, appartengono già alla tarda Età del Bronzo. Esse sono state erette intorno al 1400 e con questo risultano contemporanee alla fine del regno minoico in Creta. La rocca, ampliata circa 100 anni più tardi, acquistò il suo aspetto definitivo e più grandioso non molto prima del 1200. Al massimo due generazioni dopo, travolta nella tempesta delle migrazioni egee, la sua importanza era tramontata.
ACHEI - Quali sono le caratteristiche principali delle città fortezza degli Achei ? Le città fortezza degli Achei erano situate su alture ripide e difese da possenti mura di pietra calcarea. Erano centri abitati con un'acropoli fortificata, che includeva la residenza del sovrano, abitazioni aristocratiche e luoghi di culto, con il mègaron come fulcro simbolico. Come si è sviluppata l'acropoli di Micene nel tempo? L'acropoli di Micene si è sviluppata in tre fasi tra il 1350 e il 1200 a.C., coprendo l'intera collina e accessibile solo dal lato occidentale tramite la Porta dei Leoni. All'esterno sono state trovate tombe ricche di corredi di sovrani e nobiltà guerriera. Qual è la struttura della Porta dei Leoni e cosa rappresenta ? La Porta dei Leoni, risalente al XIV secolo a.C., è costituita da quattro grandi pietre e un monolite triangolare sopra l'architrave. Su di esso sono scolpite due leonesse rampanti, simmetricamente disposte ai lati di una colonna, rappresentando un accesso monumentale alla cittadella.
MICENE - Le città fortezza degli Achei: Gli Achei erano una popolazione indoeuropea insediatasi nel Peloponneso agli inizi del secolo millennio avanti Cristo. La civiltà micenea, che prende il nome dalla sua città più importante, Micene, fu la prima ad affermarsi in Grecia. Essa assorbì, a partire dal XV secolo a.C., le precedenti civiltà del Mar Egeo, tra cui quella cretese. L' antica città di Micene per sentirsi sicura come altre città, si trova all'interno di spesse e alta mura fatte da enormi blocchi. L’acropoli di Micene: La fortificazione dell’Acropoli di Micene avvenne in tre fasi, dal 1350 al 1200 a.C. circa. Essa copre l’intera collina, ed è accessibile solo dal lato occidentale, dove si erge la monumentale Porta dei Leoni. All’esterno sono state trovate numerose tombe ricche di corredi di sovrani o della nobiltà guerriera. L’accesso monumentale alla cittadella: La Porta dei Leoni risale al XIV secolo a.C. È costituita da quattro grandi pietre (I due stipiti ai lati, l’architrave e la soglia). Sopra l’architrave è collocato un monolite triangolare (cioè costituito da una sola pietra), dove sono scolpite a bassorilievo due leonesse rampanti, simmetricamente disposte ai lati di una colonna.
MICENE - Nella parte più alta della città si ergeva l’acropoli, a sua colta circondata da mura, vera e propria cittadella fortificata. Al suo interno si trova la residenza del sovrano, con le abitazioni degli aristocratici e i luoghi di culto. Fulcro simbolico del complesso era una sala, detta mègaron, dove ardeva il focolare sacro. La città antica era stata pensata, e poi costruita per essere fortificata. Le imponenti fortezze esprimono il carattere guerriero degli Achei. Tutte le Acropoli sono poste su ripide alture, esse furono erette nei secoli compresi tra il XV e il Xii sec. a.C., in seguito alle minacce di popolazioni vicine. I centri abitati erano difesi da possenti mura, composte da enormi blocchi di pietra calcarea. Sorsero così le città fortezza di Tirinto, Micene e Atene.
TIRINTO - Tirinto è statpo un centro miceneo dell'Argolide. Tra le rocche micenee, Tirinto è quella meglio conservata. I ruderi sono situati su di uno sperone roccioso che corre interamente da N a S (lunghezza m 300 circa, larghezza massima m 100 circa, minima- nel mezzo- circa m 45, altezza m 26 sul livello del mare), a circa 1.500 m dall'odierna costa orientale del golfo argolico, appena un'ora di cammino a N di Nauplia; il terreno su cui si eleva è quello alluvionale della pianura costiera (v. anche minoico-micenea, arte, tav. a colori a p. 8o). La tradizione posteriore ravvisava nelle mura possenti un'opera dei Ciclopi. Il palazzo della rocca superiore è stato scavato dallo Schliemann e dal Dörpfeld negli anni 1884 e 1885. Dal 1905 è stato compito del Deutsches Archaologisches Institut di Atene di scavare tutte le rovine e di chiarirne la storia. Gli scavi, che sono stati effettuati nel periodo 1905-14, e, dopo la prima guerra mondiale, soprattutto negli anni 1926-29, possono considerarsi sostanzialmente ultimati per quanto riguarda la rocca superiore. Bisogna invece ancora completare i saggi in profondità nelle parti settentrionali della rocca e l'esplorazione della città inferiore e delle necropoli. I lavori sono stati diretti da W. Dörpfeld, G. Karo e K. Müller e ultimamente proseguite dall'eforo Verdelis.
MICENE - A comandare a Micene ci pens il re che seduto sul trono nella sala del regono riceve ospiti e impone le leggi. la sala del rego fa parte di una grande costruzione, chiamato palazzo. Nel palazzo vive in re su in alto sopra la collina dove sorge l' Acropoli. Posta dunque in posizione dominante rispetto al resto dell'insediamento, in età micenea ospitava la residenza fortificata del re ed era connotata da caratteri difensivi e politici.
TECNICA - Nei laboratori si lavorava l’avorio, il lapislazzuli e le alte pietre dure, l’oro e l’argento .
palazzo micene
ACHEI -
GRECIA - Atene è l'antica capitale della Grecia. Qui sorge una città fatta di strade, case e templi. I templi sono posti sopra la collina, nel punto piu alto sorge l' acropoli. La parola acropoli deriva dalla lingua greca e significa letteralmente "città alta" (àkros "alto", pòlis "città"). Posta dunque in posizione dominante rispetto al resto dell'insediamento, in età micenea ospitava la residenza fortificata del re ed era connotata da caratteri difensivi e politici. --- Acropoli significa "città alta" in greco e in origine non fu costruita come attrazione turistica, ma come cittadella fortificata. Il Partenone, la struttura più iconica dell'Acropoli, fu trasformato in moschea dall'Impero Ottomano durante il suo dominio.
GRECIA - Ateniesi, Spartani e alleati stabilirono una tregua con le seguenti condizioni, e promisero di città in città. «Riguardo ai santuari comuni, è permesso, a chiunque voglia, immolare, domandare responsi divini al dio, assistere ai riti secondo le patrie usanze, sia per terra, sia per mare, senza paura. Il santuario e il tempio di Apollo in Delfi, e Delfi stessa rimangono indipendenti, dirigono da sé i tributi e l'autorità giudiziaria, sia per se stessi, sia per la propria terra, secondo le abitudini tramandate. La tregua tra Ateniesi e alleati degli Ateniesi, e Spartani e alleati degli Spartani, è fissata per cinquant'anni, senza inganni e offese, sia per terra, sia per mare. Non sia consentito portare armi per offesa né agli Spartani e ai loro alleati contro gli Ateniesi e gli alleati, né agli Ateniesi e ai loro alleati contro gli Spartani e gli alleati, senza scaltrezza e senza alcuna tattica
GRECIA - "Guerra del Peloponneso" * Tucidite
ATENE - La rivale di Sparta, Atene, è completamente diversa dalla sua avversaria storica in tutti gli aspetti, fin dalle orgini. Secondo la leggenda, il mitico re Teseo, protagonista di molte opere letterarie, unificando numerosi villaggi dell’Attica diede vita alla città di Atene. L’aspetto morfologico di questo territorio permise a questa città-stato di sviluppare tre diverse attività economiche: grazie alla costa, sviluppò una potente talassocrazia e una delle flotte navali più forti all’epoca. Grazie al territorio della pianura sviluppò l’agricoltura, grazie al territorio montano sviluppò la pastorizia. Erano presenti anche miniere d’argento e cave di marmo. Atene è inoltre famosa per essere stata la prima polis a instaurare un governo democratico, ma questo non fu immediato come si potrebbe pensare. All’inizio la città era governata da una monarchia di origine achea che col passare del tempo si trasformò in una aristocrazia. Gli aristocratici costituirono un governo di nove arconti: il re; il comandante dell’esercito; colui che dava il nome all’anno; altri sei che legiferavano e si occupavano della giustizia. Inoltre questo gruppo veniva affiancato nell’amministrazione e nell’elaborazione delle leggi da un consiglio detto Aeropago, composto da arconti la cui carica è stata cessata. Il principale problema di questa forma di governo era però la disuguaglianza sociale e l’assenza di leggi scritte. Il sistema si basava infatti su consuetudini secondo le quali gli aristocratici avevano sempre ragione. Intorno al 620 a.C. vennero così istituite delle leggi scritte attribuite a Dracone, il primo legislatore.
ATENE - Atene è la capitale della Grecia. In Grecia nasce la civiltà occidentale. Che significa civiltà, essere civile, numero civico. Significa di un uomo che vive in una città che in latino si dice civitas, numero civico di una casa che si trova su un lato della strada. Civile che rispetta le regole del vivere in pace in una città. --- La rivale di Sparta, Atene, è completamente diversa dalla sua avversaria storica in tutti gli aspetti, fin dalle orgini. Secondo la leggenda, il mitico re Teseo, protagonista di molte opere letterarie, unificando numerosi villaggi dell’Attica diede vita alla città di Atene.
ATENE - Acropoli significa "città alta" in greco e in origine non fu costruita come attrazione turistica, ma come cittadella fortificata. Il Partenone, la struttura più iconica dell'Acropoli, fu trasformato in moschea dall'Impero Ottomano durante il suo dominio. Molti oggetti e storie ci sono rimasti dell'antica Grecia come la filosofia e la mitologia. La Sfinge dell'Acropoli di Atene è una scultura in marmo, risalente al periodo arcaico (circa 540 a.C.), che rappresenta una figura ibrida con corpo leonino e testa umana. Questa sfinge, alta circa 55 cm, faceva parte di un gruppo di statue votive e si trova ora al Museo dell'Acropoli. Non è da confondere con la Grande Sfinge di Giza, in Egitto, che è una scultura colossale con corpo di leone e testa di faraone.
ATENE - La sfinge greca è spesso considerata un ibrido tra le tradizioni egizie e quelle greche. È generalmente rappresentata come un leone alato con testa di donna, ma alcune versioni includono una coda di serpente. Nella mitologia greca, la sfinge è figlia di Tifone ed Echidna, o di Ortro e Chimera. La sfinge non è sempre stata vista come una creatura malvagia: in Egitto, era spesso associata a divinità solari e rappresentava forza e saggezza.
ATENE - La sfinge nella mitologia greca è una creatura mostruosa con corpo di leone, testa di donna, e spesso ali di uccello, che tormentava la città di Tebe proponendo enigmi mortali. Chi non riusciva a risolverli veniva ucciso dalla sfinge. L'enigma più famoso è quello posto a Edipo, che chiedeva: "Quale creatura cammina a quattro zampe al mattino, a due a mezzogiorno e a tre nel pomeriggio?". Edipo rispose correttamente, affermando che si trattava dell'uomo, e la sfinge, sconfitta, si suicidò.
ATENE - La Sfinge dell'Acropoli è una sfinge votiva attica, seduta di profilo, con la testa rivolta verso l'osservatore. Si trovava sull'Acropoli di Atene, insieme ad altre sculture votive, e ora è conservata al Museo dell'Acropoli. --- Mentre la Sfinge di Giza è una colossale statua del periodo faraonico egizio, la Sfinge dell'Acropoli è una scultura più piccola, di epoca greca arcaica. La Sfinge di Giza ha un ruolo protettivo per il faraone e fa parte di un complesso funerario, mentre la Sfinge dell'Acropoli era un oggetto votivo. In sintesi, la sfinge greca è un personaggio mitologico complesso, con radici nella cultura egizia e un ruolo importante nella mitologia greca, legato alla saggezza, alla morte e alla ricerca della verità.
ATENE - cosa era e che significa sfinge per gli antichi sumeri, egiziani, greci? Etimologia dal greco: sphinx, probabilmente affine a sphingein stringere. Nella mitologia mesopotamica, egizia e greca, la sfinge è un essere ibrido, con corpo di leone e testa umana - e talvolta ali di rapace e un serpente al posto della coda.6 mag 2013
ATENE - Dionisio è il Dio del vino, la bevanda ritenuta un dono divino.
SFINGE - La sfinge è una creatura mostruosa. Ora, la Sfinge trovò un onesto impiego su raccomandazione della dea Era: era accaduto che i Tebani facessero quel solito zerovirgola capace di scatenare la devastante ira celeste, e la punizione ingegnata da Era fu proprio quella di mandare la Sfinge a bivaccare sulle rupi all’ingresso della città - sapendola ghiotta di passanti. Ma come ogni buon felino la Sfinge adorava giocare con la sua preda, e memore di alcuni indovinelli che le avevano spiegato le Muse si mise a sparare enigmi a tutti quelli che passavano di lì: chi indovinava la soluzione aveva salva la vita. Nessuno indovinava la soluzione.
TEBE -
TEBE - Cadmo fu il fondatore della città di Tebe. La storia di Edipo e la sfinge è una delle più famose della mitologia greca. La sfinge, mandata da Era o Ares a punire Tebe, pose un enigma a chiunque volesse entrare in città. Edipo, con la sua intelligenza, risolse l'enigma, portando la sfinge al suicidio e liberando Tebe dalla sua tirannia. L'enigma della sfinge è diventato un simbolo della ricerca della verità e della conoscenza. La sfinge si rivolte a chi entra nella città di Tebe con un enigma. Chi non riesce a rispondere viene sbranato. «Qual è quell'animale che al mattino cammina con quattro zampe, di giorno con due, e alla sera con tre?». L'enigma della Sfinge non è un semplice indovinello, ma una domanda assai profonda sul destino dell'uomo.
TEBE - Edipo si reca a Tebe, non sa che ad aspettarlo davanti la città ci stà la sfinge, un mostro che mangia gli uomini. La situazione col tempo si era fatta insostenibile, il numero di persone che la Sfinge si pappava aumentava di giorno in giorno e il re Creonte arrivò a promettere il trono e la mano di sua sorella Giocasta a chiunque fosse stato in grado di liberare Tebe dal flagello della Sfinge. Per le vicissitudini di una storia astrusa accadde che Edipo arrivasse a Tebe proprio in quel periodo, ignaro del pericolo sfingesco. Il felino alato gli venne incontro proponendogli un indovinello: quale è quell’animale che al mattino cammina su quattro zampe, al pomeriggio su due e alla sera su tre? Edipo rispose “l’uomo”, dando così la risposta giusta. Infatti (e non diciamo niente di nuovo) da piccolo l’uomo gattona, poi impara a camminare su due gambe e da vecchio si appoggia a un bastone. Nessuno ci era arrivato prima di lui. Edipo era un genio? Più probabilmente abbiamo scoperto perché Tebe era la capitale della Beozia. Fatto sta che la Sfinge, un po’ perché insoddisfatta del proprio mestiere - i fratelli erano chi a servizio del Re dell’Ade, chi a incenerire intere regioni, chi a combattere Ercole, e lei invece a bivaccare in campagna facendo quiz -, un po’ umiliata dal fatto che Edipo avesse indovinato il suo enigma migliore e di non saperne poi altri, si gettò in un crepaccio. E quella fu la fine, triste, della Sfinge.
NASSO - Isola di Nasso. Mi hai piantato in Asso. La Sfinge dei Nassi è un'antica statua greca in marmo, trovata a Delfi e datata al VI secolo a.C. È un esempio di androsfinge, con corpo di leone, testa di donna e ali di uccello. È alta circa 2 metri e si trovava in cima a una colonna ionica.
TEATRO - Il Teatro ha una storia che inizia in Grecia antica. Le prime testimonianze di letteratura drammatica risalgono al VI sec. a.C. Aristotele, Poetica (330 a. C.). Il genere teatrale fiorì in Grecia fra il VI e il V secolo a. C. Giungono fino a noi testi di tre tragediografi : Eschilo; Sofocle; Euripide. Infine, un altro teatro da menzionare è il Teatro di Epidauro, in Grecia, un esempio straordinario di teatro antico, noto per la sua acustica perfetta.
TEATRO - Chi fu Sofocle ? Sofocle, figlio di Sofilo del demo di Colono Ippio (in greco antico: Σοφοκλῆς, Sophoklḕs, pronuncia: [so. pʰo. klɛ̂ːs]; Colono, 496 a.C. – Atene, 406 a.C.), è stato un drammaturgo greco antico. È considerato, insieme ad Eschilo ed Euripide, uno dei maggiori poeti tragici dell'antica Grecia. Atene è una città ricca e prosperosa. Amante della cultura e della bellezza. Nella città si trova il teatro per la rappresentazione delle commedie. La tragedia è una storia raccontata a teatro. Antigone (in greco antico: Ἀντιγόνη, Antigónē) è una tragedia di Sofocle, rappresentata per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisie del 442 a.C. 442 a.C. --- A teatro si recita la mitologia greca, allora molto famosa. La mitologia di Tebe e L'Edipo Re è una tragedia scritta da Sofocle, tra le più conosciute dell'antica Grecia. È parte delle tragedie tebane, relative al ciclo mitologico dei Labdacidi, i figli di Labdaco, a sua volta discendente di Cadmo, fondatore della città di Tebe.
ERACLE - Se Teseo, suo rivale e amico di eracle (Ercole) , è esaltato per aver riunito i villaggi dell’Attica, fondando così l’Atene democratica, Eracle diviene il punto di riferimento per i fasti di molti altri centri, soprattutto della Magna Grecia. A celebrarne la gloria, così come la pazzia che a volte lo coglie, sono in parecchi: le prime testimonianze affondano le radici nei poemi omerici e in Esiodo, dove l'eroe è cantato per la possente forza fisica e per il ruolo civilizzatore contro la barbarie, rappresentata da creature mostruose e banditi.
TEATRO - Il teatro più antico del mondo ancora in funzione è il Real Teatro di San Carlo a Napoli. Fu inaugurato nel 1737, ben prima della Scala di Milano e della Fenice di Venezia, e rappresenta un importante punto di riferimento per la storia dell'opera. Il San Carlo non è solo il più antico teatro d'opera ancora attivo, ma è anche considerato un modello per la costruzione di molti altri teatri d'opera in Europa e nel mondo. La sua storia è ricca di eventi e personaggi illustri, che ne hanno fatto un luogo di grande prestigio nel panorama culturale.
TEATRO - Solo nelle tragedie e nelle commedie del periodo classico ateniese – il Prometeo liberato di Eschilo, andato perduto, le Trachinie e il Filottete di Sofocle, l’Alcesti e l’Eracle di Euripide, Le rane di Aristofane – emergono altre caratteristiche del semidio, che compare nei suoi chiaroscuri: deus ex machina a volte buffone, rozzo e passionale, ma più spesso prode salvatore senza macchia né paura, che non esita a scendere nell’Ade per salvare la moglie di Admeto, Alcesti. Al di là dei suoi attacchi di furore, che ne mettono a nudo la fragilità, come avviene in Euripide, Eracle s’impone quale esempio morale, quale benefattore dell’umanità, e la sua biografia si riempie di nuove avventure e vicende, elemento questo tipico del mito e delle sue riscritture. In particolare, ritorna e si amplia il motivo della sua scomparsa terrena.
TEATRO - Che cosa significa l'espressione deus ex machina ? Propriamente significa 'divinità che scende da una macchina', quest'ultima intesa come 'marchingegno'. L'espressione indicava, nel teatro antico, la divinità che, scesa a sorpresa dall'alto mediante un meccanismo, scioglieva l'intreccio critico della trama, altrimenti non risolvibile dai protagonisti umani sulla scena.
EDIPO - Due sono le principali tematiche sottese all'Edipo re di Sofocle, da un lato il pericolo che la conoscenza può comportare per l'individuo, e dall'altro l'intrinseca debolezza dell'uomo che, lungi dall'essere padrone delle proprie azioni è destinato a venir dominato dal destino e dal caso.
ZEUSS -
ZEUSS - Tifone ed Echidna erano mostruose entità primordiali che, prima di attentare alla sovranità di Zeus tentando il golpe e fare una brutta brutta fine, ebbero modo di dare alla luce una vasta prole; i nuovi nati crebbero come figli d’arte, e divennero tutti celebri nel campo delle mostruosità: fra di questi troviamo la Chimera, l’Idra, Cerbero e ovviamente la Sfinge. I pranzi la domenica in famiglia erano un pandemonio.
ERACLE - Due serpenti strisciano tra le culle dei piccoli Eracle e Ificle, figli della bellissima regina di Tirinto Alcmena. Una regina talmente bella e affascinante che nove mesi prima Zeus, sotto le mentite spoglie del marito assente Anfitrione, l'ha ingannata per unirsi a lei, mettendola incinta di Eracle. Al ritorno dalla guerra, anche Anfitrione ha giaciuto con la legittima sposa, e insieme hanno procreato Ificle, il fratellastro gemello del grande eroe greco. Ora i due bambini dormono tranquilli, ma la gelosa Era, moglie di Zeus, ha ordito un tranello per uccidere l’ennesimo figlio dello sposo fedifrago: due rettili, che avvolgeranno Eracle nelle loro spire sino a soffocarlo. Durante la notte il trambusto sveglia Anfitrione e Alcmena: gli schiavi si sono accorti dei due serpenti e urlano a squarciagola. Appena i genitori accorrono nella stanza, trovano davanti ai propri occhi un’incredibile sorpresa. Eracle stringe tra le mani i due rettili: li ha asfissiati con la sua forza infantile. Ecco la prima impresa di uno degli eroi più amati e venerati dell’antichità.
ERACLE - Le dodici fatiche di Eracle (Ercole). Di Eracle sono impresse nell’immaginario collettivo le dodici fatiche volute dal cugino e sovrano di Tirinto Euristeo; fatiche che l’eroe deve per forza portare a termine perché, in uno dei suoi momenti di violenta follia aizzati da Era, ha ucciso i figli avuti dalla prima moglie, Megara. Le dodici fatiche, dunque, sono tappe di espiazione che, in realtà, ne immortalano le gesta: armato di clava e di arco, Eracle uccide il leone di Nemea e la mostruosa idra di Lerna, ripulisce dal letame le immense stalle del re Augia, cattura il toro di Creta e i leggendari buoi di Gerione... Gli ordini impartiti da Euristeo lo conducono in giro per il mondo allora conosciuto – fino allo stretto di Gibilterra, alle cosiddette colonne di Ercole, non a caso – e, ovunque si trovi, il semidio si scontra pure con altri mostri locali o briganti, contribuendo a salvare le regioni in cui mette piede. Tutto ciò lo rende un eroe civilizzatore, forse il più importante dell’antichità greca e romana.
ODISSEA -
OMERO - Ma se la storia di popoli e città, come la vita degli uomini, era un intreccio fino a formare un tessuto, esso poteva venir simbolicamente “dipanato” in forma di poesia cantata dagli aedi o rapsodi come Omero. E’ significativo che il termine greco rapsodos derivi dal verbo raptein, ovvero cucire: questi cantori, tramandavano, ma anche rimaneggiavano unendo canti e miti differenti (chiedendone aiuto alla Musa !) la memoria storica collettiva in un’epoca di generale analfabetismo, in cui ancora pochi conoscevano nel mondo greco le prime forme di scrittura – come la cosiddetta lineare B – precedenti la diffusione della scrittura alfabetica classica, dall’VIII sec. a. C. in poi. L’autore dell’Odissea in questo poema ci presenta due di questi suoi “colleghi”: Femia, cantore in mezzo ai Proci nella reggia di Ulisse, e il cieco Demodoco alla corte dei sovrani Feaci. Il primo canta del difficile ritorno a casa di molti greci dopo la caduta di Troia, oggetto di un ciclo di poemi (cosiddetti nestòi) a noi non giunti. Il cantore alla reggia dei Feaci invece dopo aver narrato della lite fra Achille e Odisseo (episodio non riportato da nessuno dei due poemi, ed altrimenti sconosciuto) racconta del famoso episodio del cavallo. E’ appunto la narrazione epica che fa Demodoco di questa storia e della caduta di Troia a commuovere Ulisse e ad indurlo a diventare a sua volta egli stesso cantore e dipanatore del filo della memoria, cominciando così a narrare le sue disavventure (libro IX). * Daniela Tidei
SPARTA -
TROIA - La leggenda narra che il fondatore della città di Troia sia stato Dardano, figlio di Zeus e di Elettra e capostipite della stirpe dei Troiani. Ad ottenere il ruolo di "capo" o di re furono anche Troo, Ilo, Laomedonte e Priamo. Furono gli dei Poseidone e Apollo a fornire la città di grandi mura e fortificazioni attorno al perimetro abitato, cosicché potesse divenire inespugnabile. Lo fecero per Laomedonte, figlio di Ilo e suo successore al trono. Eseguito quanto pattuito, al termine dei lavori Laomedonte si rifiutò però di pagare il salario concordato: Poseidone allora, per vendicarsi, inondò la campagna, distruggendone i raccolti, e scatenò un mostro marino che divorò gli abitanti. L'ira del dio, secondo l'oracolo che venne consultato, si sarebbe placata solo se Laomedonte avesse fornito come sacrificio umano al mostro la propria figlia Esione.
TROIA - Il Sacrificio di Esione. La vergine doveva essere divorata dal mostro e venne quindi incatenata a una roccia prospiciente la costa: ma giunse proprio allora al palazzo reale Eracle, che chiese al re cosa stesse succedendo. Questi gli spiegò la situazione e l'eroe si offrì di uccidere il mostro, ricevendo la promessa di ottenere in cambio i due velocissimi cavalli divini, che Troo aveva ricevuto a suo tempo in regalo dallo stesso Zeus a titolo di risarcimento per il rapimento del figlio Ganimede. L'Inganno di Laomedonte - Eracle, giunto alla spiaggia, ruppe le catene che tenevano avvinta l'inerme fanciulla e la riconsegnò sana e salva tra le braccia del padre; poi si apprestò ad affrontare la terrifica creatura. Sostenuto dalla Dea Atena riuscì dopo tre giorni di accesa battaglia ad aver la meglio sul mostro, uccidendolo. A questo punto, liberata la città e tutta la campagna circostante dall'essere sovrumano, si recò a reclamare la ricompensa: ma anche questa volta Laomedonte si rifiutò di saldare il debito contratto e cercò anzi di ingannare l'eroe facendo sostituire i cavalli divini con degli animali ordinari.
TROIA - La Vendetta di Eracle - In alcune versioni del mito questo episodio si situa all'interno della spedizione degli argonauti: Eracle se ne andò irato e si imbarcò alla volta della Grecia, minacciando però ritorsioni e promettendo che sarebbe ritornato. Alcuni anni dopo, l'eroe, dopo aver reclutato a Tirinto un esercito di volontari, tra cui vi erano Iolao, Telamone, Peleo e Oicle, guidò una spedizione punitiva composta da 18 navi. Dopo un aspro assedio, le mura furono violate ed Eracle conquistò Troia, facendo prigionieri gli abitanti e uccidendo il fedifrago Laomedonte con tutti i suoi figli, ad eccezione del giovane Podarce, l'unico tra i figli maschi di Laomedonte ad essersi a suo tempo opposto al padre, consigliandogli di rispettare i patti e consegnando le cavalle ad Eracle.
TROIA - La Conquista di Troia - Eracle risparmiò anche la bella Esione, che diede in sposa al suo caro amico Telamone. Ella chiese che il fratello Podarce venisse fatto liberare dallo stato di schiavitù in cui era stato costretto assieme agli altri superstiti: da quel momento egli si volle chiamare Priamo (il salvato), perché fu liberato dalla schiavitù. Infine, dopo aver devastato tutta la campagna circostante, Eracle, finalmente pago di vendetta, se ne andò assieme a Glaucia, figlia del dio fluviale Scamandro, lasciando come effettivo re di Troia Priamo, in virtù del suo senso di giustizia.
TROIA - Enea proveniva dalla città frigia di Dardania, in Asia Minore, fondata da Dardano, figlio di Zeus. Secondo il mito, Anchise, figlio di Capi, della stirpe di Dardano, stava pascolando il bestiame sul monte Ida quando Afrodite lo vide e si innamorò di lui: nacque Enea. Marito di Creusa, figlia del re Priamo, entrò in scena quando Agamennone e Achille assediarono Troia. Omero descrive un Enea coraggioso in battaglia, nonostante il re Priamo avesse poca stima dell’eroe. Per difendere la città dal nemico, Enea si mise al comando dei dardani, popolazione illirica alleata di Troia. Loro capostipite e re eponimo fu Dardano, che giunse nella Troade da Samotracia o dall’Arcadia – le fonti non sono unanimi su questo punto – o addirittura da Creta o dall’Italia, e qui fu accolto dal re della popolazione dei teucri. Alla morte di Teucro, Dardano ne ereditò il regno, fondando alle pendici del monte Ida la città di Dardania. Dardano inoltre fu il progenitore di Ilo (il fondatore di Troia), tanto che nell’epica dardani e troiani sono spesso sinonimi.
TROIA - Eracle, giunto alla spiaggia, ruppe le catene che tenevano avvinta l'inerme fanciulla e la riconsegnò sana e salva tra le braccia del padre; poi si apprestò ad affrontare la terrifica creatura. Sostenuto dalla Dea Atena riuscì dopo tre giorni di accesa battaglia ad aver la meglio sul mostro, uccidendolo. A questo punto, liberata la città e tutta la campagna circostante dall'essere sovrumano, si recò a reclamare la ricompensa: ma anche questa volta Laomedonte si rifiutò di saldare il debito contratto e cercò anzi di ingannare l'eroe facendo sostituire i cavalli divini con degli animali ordinari.
TROIA - La Vendetta di Eracle. In alcune versioni del mito questo episodio si situa all'interno della spedizione degli argonauti: Eracle se ne andò irato e si imbarcò alla volta della Grecia, minacciando però ritorsioni e promettendo che sarebbe ritornato. Alcuni anni dopo, l'eroe, dopo aver reclutato a Tirinto un esercito di volontari, tra cui vi erano Iolao, Telamone, Peleo e Oicle, guidò una spedizione punitiva composta da 18 navi. Dopo un aspro assedio, le mura furono violate ed Eracle conquistò Troia, facendo prigionieri gli abitanti e uccidendo il fedifrago Laomedonte con tutti i suoi figli, ad eccezione del giovane Podarce, l'unico tra i figli maschi di Laomedonte ad essersi a suo tempo opposto al padre, consigliandogli di rispettare i patti e consegnando le cavalle ad Eracle.
TROIA - La città di Troia fu fondata da Dardano, figlio di Zeus, e fortificata dagli dei Poseidone e Apollo per renderla inespugnabile. Laomedonte, re di Troia, ingannò Poseidone e Apollo, scatenando la loro ira con inondazioni e un mostro marino. Eracle intervenne per salvare Esione dal mostro, ma Laomedonte lo ingannò, promettendo cavalli divini che non consegnò. Eracle, dopo essere stato tradito, tornò con un esercito e conquistò Troia, uccidendo Laomedonte ma risparmiando Podarce, ribattezzato Priamo. Eracle lasciò Priamo come re di Troia per il suo senso di giustizia, portando con sé Glaucia e soddisfatto della sua vendetta.
TROIA - Fondazione e Mura di Troia. La leggenda narra che il fondatore della città di Troia sia stato Dardano, figlio di Zeus e di Elettra e capostipite della stirpe dei Troiani. Ad ottenere il ruolo di "capo" o di re furono anche Troo, Ilo, Laomedonte e Priamo. Furono gli dei Poseidone e Apollo a fornire la città di grandi mura e fortificazioni attorno al perimetro abitato, cosicché potesse divenire inespugnabile. Lo fecero per Laomedonte, figlio di Ilo e suo successore al trono. Eseguito quanto pattuito, al termine dei lavori Laomedonte si rifiutò però di pagare il salario concordato: Poseidone allora, per vendicarsi, inondò la campagna, distruggendone i raccolti, e scatenò un mostro marino che divorò gli abitanti. L'ira del dio, secondo l'oracolo che venne consultato, si sarebbe placata solo se Laomedonte avesse fornito come sacrificio umano al mostro la propria figlia Esione. La vergine doveva essere divorata dal mostro e venne quindi incatenata a una roccia prospiciente la costa: ma giunse proprio allora al palazzo reale Eracle, che chiese al re cosa stesse succedendo. Questi gli spiegò la situazione e l'eroe si offrì di uccidere il mostro, ricevendo la promessa di ottenere in cambio i due velocissimi cavalli divini, che Troo aveva ricevuto a suo tempo in regalo dallo stesso Zeus a titolo di risarcimento per il rapimento del figlio Ganimede.
TROIA - La Conquista di Troia. Eracle risparmiò anche la bella Esione, che diede in sposa al suo caro amico Telamone. Ella chiese che il fratello Podarce venisse fatto liberare dallo stato di schiavitù in cui era stato costretto assieme agli altri superstiti: da quel momento egli si volle chiamare Priamo (il salvato), perché fu liberato dalla schiavitù. Infine, dopo aver devastato tutta la campagna circostante, Eracle, finalmente pago di vendetta, se ne andò assieme a Glaucia, figlia del dio fluviale Scamandro, lasciando come effettivo re di Troia Priamo, in virtù del suo senso di giustizia.
TROIA - Le mura di Troia
TROIA - Troia è una antica città greca posta sulla costa turca. La costruzione di Troia nella mitologia : protagonisti sono : Apollo e Poseidone, Éaco e il destino della città. Apollo, il destino e i mortali. L’incontro tra Apollo e i mortali non è mai privo di conseguenze: è l’incontro col destino stesso. Per l’essere umano, tale incontro può segnare la via della gloria o quella della morte, a seconda del disegno che le Parche hanno tessuto per lui. Questa verità emerge con chiarezza nei destini di eroi come Patroclo e Achille, ma riguarda anche realtà più grandi, come l’intera città di Troia. La sorte di Troia è strettamente intrecciata con Apollo, il Dio di Delfi, che insieme a Poseidone ha partecipato alla costruzione delle sue leggendarie mura. Il mito, noto già in Omero, racconta come il re troiano Laomedonte si rivolga proprio a loro per erigere una fortezza inespugnabile.
TROIA - Il tradimento di Laomedonte. Laomedonte, sovrano ambizioso, desiderava rendere la Rocca troiana imprendibile e, per realizzare il suo progetto, chiese aiuto a due divinità: Apollo e Poseidone. In cambio, promise loro una generosa ricompensa. Gli dei, accettato l’incarico, completarono l’opera, innalzando bastioni di solidità e splendore senza pari. Tuttavia, giunto il momento di pagare, Laomedonte venne meno alla parola data. Non solo si rifiutò di onorare il compenso promesso, ma si permise persino di deridere e minacciare i suoi divini costruttori. Questo atto di empietà segnò l’inizio delle sciagure per Troia: la città, pur protetta da mura miracolose, aveva attirato su di sé l’ira degli dei.
TROIA - Il segno dei serpenti. Una versione di straordinaria forza artistica del mito ci è offerta da Pindaro, in uno dei suoi epinici. In questo racconto, Apollo e Poseidone, mentre costruiscono le mura di Troia, sono affiancati da Éaco, re di Egina e figlio di Zeus. Gli dei scelsero Éaco per collaborare con loro, onorando così un mortale distinto per pietà e giustizia. Durante i lavori, un prodigio straordinario si manifesta: tre serpenti si avventano contro le mura. Due vengono abbattuti e cadono al suolo, mentre il terzo, sibilando, riesce a superare la sommità del bastione. Apollo interpreta subito l’evento: rivolto a Éaco, gli predice che la città cadrà due volte per mano dei suoi discendenti, nella prima e nella terza generazione. Le due cadute di Troia - La predizione di Apollo si realizza fedelmente. Troia viene infatti conquistata una prima volta da Eracle, alla cui spedizione partecipano anche Peleo e Telamone, figli di Éaco. La seconda e definitiva caduta avviene a opera degli Achei guidati da Agamennone, durante la celebre guerra narrata nell’Iliade. Tra gli eroi achei vi sono Achille e Aiace, rispettivamente nipoti di Éaco, testimoniando come il destino tracciato dal dio si sia compiuto attraverso il sangue e l’eroismo della stirpe eginetica.
STORIA - Istoria, il vocabolo greco che significa “storia”, sotto il punto di vista filologico deriva dall’unione di altri due termini: istos ovvero “tessuto” (o ancor meglio “tela”) e reo, cioè il verbo “scorrere”, in questo caso nel senso di “filare per tessere” (una differente interpretazione etimologica che lo fa derivare da histoor, cioè “testimone” o “giudice” non è da preferire in quanto istoria è una parola chiaramente composta, e caratterizzata dalla “omicron” e non dalla “omega”). Similmente al lavoro delle proprie donne ai telai, per i greci arcaici che cominciarono a coniare i concetti ed i termini astratti da consegnare ai propri discendenti – e alla civiltà occidentale – la storia era sostanzialmente un intreccio di vite e vicende di uomini, città, e popoli “tessute” più dal Fato e dagli Dei che dalla volontà umana. Anche le tetre Parche, signore appunto del Fato, dipanavano come un filo la “storia” di ogni mortale fino all’imperscrutabile decisione di reciderne la vita.
TROIA - Le mura di troia sono citate nei classici antichi. - Eroici scontri avvengono davanti le mura di Troia. La battaglia più importante e famosa rimane quella di Enea a Troia fu contro Achille. Secondo Omero, quando l’eroe greco decise di ritornare a combattere per saziare la sua sete di vendetta contro il principe troiano Ettore, che aveva ucciso l’amico Patroclo, Apollo spinse Enea nell’agone contro di lui. Quando Achille lo vide, gli ricordò che lo aveva già messo in fuga una volta. Ma Enea non si fece intimorire e ricordò al suo antagonista che entrambi avevano origini in parte divine. Nel combattimento fu comunque Achille ad avere la meglio: Enea sarebbe morto sul suolo troiano per mano del Pelide se Poseidone non fosse intervenuto, avvolgendolo in una nube e portandolo in volo in un luogo più sicuro. Fu allora che il dio del mare profetizzò che i troiani sarebbero sopravvissuti attraverso la stirpe di Dardano; Troia sarebbe stata distrutta, ma Enea si sarebbe salvato per dare origine a una nuova civiltà, quella di Roma.
TROIA - la maschera d'oro di Agamennone - Enea (in greco antico: Αἰνείας?, Ainèias; in latino Aenēās, -ae) è una figura della mitologia greca e romana, figlio del mortale Anchise (cugino del re di Troia Priamo) e di Afrodite, Venere nella religione romana, dea della bellezza. --- Enea re di Troia. Nella storia della guerra di Troia narrata da Omero, Enea riveste un ruolo secondario, eclissato da eroi più luminosi quali il greco Achille o il troiano Ettore. Un affresco al museo mostra : Con l’aiuto di Afrodite, il medico Iapige cura Enea, ferito alla gamba nella lotta contro Turno, il re dei Rutuli. Affresco risalente al I secolo d.C. Museo Archeologico Nazionale, Napoli
TROIA - Le rovine dib troia furono scavate dallì'archeologo tedesco Schliemann in Turchia. Uno dei più antichi ed importanti dibattiti della cultura occidentale, la questione omerica, si è ulteriormente riacceso in questi ultimi tempi in seguito sia alle nuove indagini archeologiche di alcuni ricercatori tedeschi sul sito delle rovine scavate da Schliemann in Turchia, sia in seguito alle rivoluzionarie conclusioni raggiunte da Felice Vinci che sposta geograficamente e cronologicamente l’ambientazione dei poemi omerici, non più nel Mediterraneo del 1200 a. C. ma nella Scandinavia del 2000 a. C. Se fra gli stessi archeologi più tradizionalisti c’è ancora chi dubita che le rovine di Hissarlik possano appartenere alla Troia dell’età ellenistico-romana (e men che meno alla Ilio omerica), dall’altro versante le ricostruzioni di Felice Vinci hanno destato sia apprezzamento e interesse ma anche critiche e contrarietà. In questo articolo si propone una terza via, non certo come comodo compromesso per accontentare tutti, ma come seria analisi sulla travagliata composizione dell’Iliade e dell’Odissea nel corso di almeno un millennnio. * Ignazio Burgio
TROIA - La connessione tra la leggenda di Enea e le origini della gente romana ha collegato anche la storia dei Penati (i numi tutelari del culto domestico di Roma) di queste città, che da Troia a Lavinio, ad Alba e infine a Roma rappresentano la continuità della stirpe di Enea. Infatti, quando i greci espugnarono Troia, Enea si ritirò sul monte Ida, caricando sulle spalle il padre Anchise e portando per mano il figlio Ascanio. Con sé, l’eroe avrebbe preso anche i Penati di Troia, che in seguito gli sarebbero apparsi in sogno suggerendogli la rotta da tenere per giungere in Italia. La moglie Creusa, invece, rimasta indietro mentre fuggiva dalla città in fiamme, morì. Enea si rifugiò insieme agli altri esuli ad Antandro, ai piedi del monte Ida, dove durante l’inverno costruì una flotta per salpare in primavera alla ricerca di una nuova patria. Enea intraprese il lungo viaggio attraverso il Mediterraneo che Virgilio raccontò nell’Eneide così come Omero aveva raccontato il viaggio di Ulisse nell’Odissea; nel caso di Enea, la traversata non fu tanto un viaggio di ritorno quanto un viaggio verso l’ignoto, fino alla realizzazione di una profezia che avrebbe cambiato il corso della sua leggenda, cioè la fondazione di Roma.
TROIA - L' Eneide scritto da Virgilio è un testo scritto è la storia di Enea. Nell’Eneide si racconta che i sopravvissuti al viaggio si diressero nell’odierna Tracia, a nord dell’Egeo: qui Enea fondò la città di Eneade. Mentre l’eroe e i suoi tagliavano legna per compiere un sacrificio, Enea vide uscire sangue dai rami dell’albero e una voce gli narrò la terribile storia di Polidoro, giovane figlio di Priamo, inviato dal padre in Tracia all’inizio della guerra, con parte del tesoro della città, e assassinato e derubato dal suo ospite, Polimestore. Questa storia spinse Enea ad abbandonare quel luogo maledetto e a riprendere il cammino. Così i troiani approdarono sull’isola di Delo, dove un oracolo annunciò a Enea di dirigersi nella terra dei suoi antenati – l’“antica madre” –, senza però specificare quale fosse. Enea ricordò che Dardano, fondatore della sua città natale, proveniva da Creta, e decise di recarsi sull’isola. Una terribile epidemia di peste lo obbligò ancora una volta a partire e i Penati, le divinità della famiglia, gli apparvero in sogno, rivelandogli che la terra d’origine di Dardano era l’Italia. L’eroe, quindi, navigò verso Occidente.
TROIA - Durante la traversata una tempesta sospinse le navi sulle coste delle Strofadi, le isole delle mostruose arpie, nello Ionio. I viaggiatori affrontarono questi esseri dall’aspetto di donne alate, e riuscirono a scappare dall’isola, ma l’arpia Celeno profetizzò loro che sarebbero stati vittime della fame prima di poter erigere le mura della loro nuova città. Gli esuli continuarono a navigare al largo della costa greca fino a raggiungere Butroto, nell’Epiro, oggi Butrinto (nell’attuale Albania), dove viveva l’indovino Eleno, un altro figlio di Priamo scampato alla distruzione di Troia. Eleno rivelò a Enea che avrebbe dovuto stabilirsi dove avesse trovato una scrofa bianca con trenta maialini; prima, però, avrebbe dovuto fare visita alla Sibilla Cumana, sacerdotessa di Apollo che formulava i suoi oracoli nascosta in una grotta nei pressi del lago Averno, vicino a Napoli. Tutti i segnali indicavano che l’Italia era la meta finale del viaggio.
Secondo il mito, la città di Butroto (l’odierna Butrinto, in Albania) fu fondata dall’indovino Eleno, figlio di Priamo. Il teatro venne realizzato nel IV secolo a.C.
CARTAGINE - Dopo la sconfitta di troia, Enea fugge sopra quello che resta della una flotta con il suo popolo da Troia. Di nuovo per mare Enea evitò lo Stretto di Messina, tra le mostruose Scilla e Cariddi, costeggiando la Sicilia da sud verso ovest e sbarcando a Drepano, l’odierna Trapani, dove morì il padre Anchise. Quando ripresero il viaggio verso le coste della Penisola, una tempesta li fece deviare nel Nord Africa, sulle coste di Cartagine. Lì, Afrodite comunicò al figlio che i punici e la regina Didone li avrebbero ricevuti con ospitalità. Per intervento della dea, Didone si innamorò di Enea e sognò di unire i due popoli e il loro lignaggio. Ma Zeus si oppose e inviò Mercurio a intimare a Enea di continuare il suo viaggio e di compiere così il proprio destino. L’eroe si piegò ancora una volta al volere divino e, per la disperazione, descritta in uno dei passi più struggenti dell’Eneide nel IV canto, la regina punica Didone si suicidò mentre le navi del troiano erano già al largo.
GRECIA - Nell'antica Grecia sorgono città. Le città sono costruite sui monti per avere una maggiore difesa dagli attacchi nemici. Qui la città viene protetta da spesse mura che racciudono al suo interno antichi monumenti e templi dedicati agli dei. la religione politeiste impone l'adorazione di diverse divinità. Atene antica città è un buon esempio e mostra i resti di antichi edifici che si trovano presso l' Acropoli. La Sfinge
TEATRO - I greci amano andare a teatro. --- Per questa ragione, appena nato, Edipo viene esposto per ordine di Laio sul monte Citerone, con i piedi forati e incatenati perché non abbia scampo (di qui il suo nome, spiegato dagli antichi come “Piede Gonfio”). --- Chi scrisse L'Edipo ? Fin dall'antichità l'Edipo Re di Sofocle è stata considerata la tragedia per eccellenza. C'è in essa l'ansia della conoscenza e, al contempo, la coscienza di quanto difficile sia conoscere. --- Edipo ebbe successo, spiegando che la risposta era "l'uomo", che gattona da neonato, cammina su due gambe da adulto e si appoggia su un bastone da anziano. La Sfinge si suicidò dall'acropoli dopo la sconfitta. I Tragici greci sono : Sofocle, Eschilo, Euripide.
AGRIGENTO -
GELA - Eschilo ‒ nato a Eleusi in Grecia nel 525 a.C. circa e morto a Gela in Sicilia nel 456 circa ‒ non è solo un grande poeta, creatore di versi solenni e immagini possenti.
TRAPANI - Tornato a Trapani in Sicilia, Enea organizzò i giochi funebri per l’anniversario della morte di Anchise. Le donne troiane, stanche di tanto peregrinare, appiccarono il fuoco alle navi dei loro uomini per mettere così fine al periplo. Enea, però, invocò l’aiuto di Zeus (che diventerà Giove per i Romani), che scatenò una tempesta per spegnere il fuoco. A quel punto l’ombra di Anchise apparve a Enea per ricordargli che doveva recarsi a Cuma e discendere negli inferi. Di nuovo, Enea compì il suo dovere e a Cuma riuscì a farsi aprire dalla Sibilla le porte dell’Ade. Lì incontrò l’ombra di Didone fra le anime dei suicidi per amore, e così apprese le conseguenze della sua partenza da Cartagine, ma vide anche il padre Anchise, che nei Campi Elisi gli rivelò il glorioso destino del popolo a cui avrebbe dato origine in Italia. Incoraggiato, Enea arrivò fino alla foce del Tevere e, dopo aver risalito il fiume, giunse in una città chiamata Pallanteo. Quella città segnava la fine del suo viaggio, poiché si ergeva in cima al colle Palatino, il luogo in cui un discendente di Enea, Romolo, avrebbe fondato Roma.
ROMA
PLINIO - Naturalis Historia è un’opera enciclopedica scritta da Plinio il Vecchio (23/24-79 d.C.) pervenuta in 37 libri. Il lavoro, dedicato all’imperatore Tito, è una raccolta su tutto lo scibile umano ed è per i contemporanei una fonte unica e insostituibile sul sapere dell’antichità. Possiede una miriade di informazioni, citazioni e tradizioni su vari aspetti della natura e della cultura. L’enciclopedia pliniana si chiude con un commosso saluto alla Natura. Plinio dichiara di aver consultato circa duemila volumi, di almeno cento autori, riassunti in ventimila schede. L’opera tratta, con vocazione tassonomica, di astronomia e meteorologia, geografia, antropologia, zoologia, botanica, mineralogia con annesse “sottocategorie”.
LETAME - Oltre alle ovvie citazioni inerenti il letame in agricoltura, nella sezione “medicina e farmacologia” Plinio riporta numerose proposte curative date dall’uso dello sterco di vari animali; il libro 28, in particolar modo, raccoglie ed elenca moltissimi di questi “preparati medici” che oggi possono apparire al limite tra tradizione e superstizione.
Per esempio si legge che “Eschine d’Atene curava le angine, le tonsilliti, gli abbassamenti di ugola e le ulcere cancerose con la cenere di escrementi; a questo medicamento dava il nome di “botryon”; “Per chi è stato punto dallo scorpione è un rimedio lo sterco di capra, più efficace se cotto nell’aceto”; “Lo sterco di vitello impastato a mano con l’olio e la gomma elimina i segni rossi sul volto e le macchie che alterano il colore della pelle”; “Le ostetriche assicurano che anche la più abbondante emorragia uterina si frena bevendo l’urina di capra e spalmandone lo sterco”
MERDA - Per il Museo della Merda (Piacenza) si sono scelte alcune di queste “formule” trascritte su etichette con il logo del Museo e apposte su alcuni contenitori di vetro riempiti con elementi vegetali misti al “digestato” prodotto a Castelbosco da Gianantonio Locatelli. L’operazione è tra la citazione e la metafora presentata come un’installazione di arte contemporanea visto che, per la filosofia alla base di tutto il progetto del Museo della Merda, l’arte è lo strumento primario per quell’idea di metamorfosi e rigenerazione della natura e della cultura.
PLINIO - Non a caso anche la Naturalis Historia, nella sezione della mineralogia, affronta l’arte in modo sui generis; seguendo Maurizio Harari: “La natura è appunto l’oggetto sterminato e ‘ritmico’, multiforme, della ricognizione pliniana […] Gli ultimi libri della trattazione sono così dedicati al regno minerale, cui è riconosciuta una specie di vitalità biologica, quella capacità incessante di autotrasformazione, che avrebbe suggestionato gli alchimisti del Rinascimento. Le arti figurative entrano nell’ordito classificatorio perché luoghi privilegiati della trasformazione materiale: perché oreficeria e gioielleria trasformano metalli e gemme, perché la scultura trasforma il rame e il marmo, perché la pittura trasforma le terre colorate; l’opera d’arte (o di alto artigianato) è per Plinio un prodotto in un certo senso naturale, una natura illusoria reinventata dentro quella reale (e divina) manipolandone altri prodotti, le pietre le terre i metalli, che già in potenza quella illusione contenevano” * Gaspare Luigi Marcone (Aprile 2015)
[1] Tutte le quattro citazioni menzionate sono tratte rispettivamente da Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, trad. e note di U. Capitani e I. Garofalo, Einaudi, Torino, 1986, vol. IV, Medicina e farmacologia, XXVIII, 10, p. 55; XXVIII, 42, p. 147; XXVIII, 50, p. 173; XXVIII, 77, p. 243. L’edizione citata è stata utilizzata anche per la scelta dei passi usati nell’“installazione pliniana” allestita nel Museo della Merda.
[2] M. Harari, Plinio il vecchio e la storia dell’arte antica, in Plinio il Vecchio, Storia delle arti antiche, introduzione di M. Harari, a cura di S. Ferri, testo latino a fronte, BUR Rizzoli, Milano, [2000], 20114, pp. 8-
ROMA - I Campi Elisi, o Champs-Élysées, sono un viale famoso di Parigi, conosciuto per la sua eleganza e per essere una delle principali attrazioni turistiche della città. Nella mitologia greca e romana, i Campi Elisi (o Elìsio) sono invece un luogo ultraterreno di beatitudine, dove riposano le anime dei giusti dopo la morte, una sorta di paradiso per gli eroi e i saggi. Eliseo è la residenza ufficiale del Presidente della Repubblica Francese, situata a Parigi.
FILOSOFIA - La filosofia ateniese ha lasciato un'impronta indelebile sulla cultura occidentale, influenzando il pensiero, la scienza, la politica e l'arte. I concetti e i metodi sviluppati ad Atene continuano ad essere studiati e discussi ancora oggi, rendendo Atene una città simbolo del pensiero filosofico.
FILOSOFIA- Apre la scuola di Filosofia ad Atene. Atene è considerata la culla della filosofia occidentale, in particolare per il suo ruolo cruciale nello sviluppo del pensiero filosofico tra il V e il IV secolo a.C. Fu ad Atene che nacque e si sviluppò la filosofia dei sofisti, con figure come Protagora e Gorgia, che misero al centro della loro riflessione l'uomo e le sue capacità razionali. Inoltre, Atene fu la città natale di Socrate, Platone e Aristotele, tre dei più grandi filosofi di tutti i tempi, che contribuirono in modo determinante all'evoluzione del pensiero occidentale. Socrate, nato ad Atene nel 470/469 a.C., è considerato uno dei padri fondatori della filosofia occidentale. Il suo metodo socratico, basato sul dialogo e sulla confutazione, mirava a far emergere la verità attraverso la discussione e il ragionamento critico. Socrate fu condannato a morte nel 399 a.C. con l'accusa di corrompere i giovani e di non credere negli dei della città. Platone fu discepolo di Socrate, Platone fondò l'Accademia ad Atene, una delle prime istituzioni di insegnamento superiore. Le sue opere, scritte sotto forma di dialoghi, affrontano temi fondamentali come l'etica, la politica, la metafisica e la conoscenza. Platone sviluppò la teoria delle idee, secondo cui il mondo sensibile è solo una copia imperfetta del mondo delle idee, che sono vere e immutabili. Allievo di Platone, Aristotele fondò il Liceo, una scuola rivale dell'Accademia. La sua opera spazia in diversi campi del sapere, dalla logica alla fisica, dalla metafisica alla politica, all'etica e alla poetica. Aristotele si distinse per il suo approccio empirico, basato sull'osservazione e l'esperienza, e per il suo contributo allo sviluppo della scienza e della logica.
FILOSOFIA - Atene divenne il centro della sofistica nel V secolo a.C. I sofisti, come Protagora e Gorgia, erano maestri di retorica e oratoria, e si concentravano sull'uomo, sulla sua capacità di pensare e sulla sua relazione con la società e la politica. Protagora sosteneva che l'uomo è la misura di tutte le cose, mentre Gorgia negava la possibilità di conoscere la verità assoluta.
RIACE - Avete mai osservato attentamente i Bronzi di Riace? Ecco allora avreste visto qualcosa di incredibile: il Bronzo A, quel capolavoro del V secolo a.C. che tutti ammiriamo, ha un dente d'argento. Quando i restauratori l'hanno scoperto, la prima idea è stata: "È la più antica otturazione della storia!" Forse un po' troppo fantasiosa questa conclusione , allora ecco svelato l'arcano : la verità è molto più affascinante. Non si trattava di cure odontoiatriche, ma di pura genialità artistica. Gli scultori greci usavano l'argento per i denti, il rame per le labbra e i capezzoli, altri metalli preziosi per ogni dettaglio. Come mai ma per rendere queste statue il più realistiche possibile. Ogni particolare doveva essere perfetto, ogni sfumatura doveva catturare la vita. Quando si pensa che abbiamo inventato noi il concetto di "attenzione ai dettagli", si scopre che 2500 anni fa c'era chi inseriva denti d'argento nelle statue per farle sembrare vive. Andate a vederli dal vivo , ma guardateli con occhi nuovi e ricordatevi che quello che vedete non è solo arte, è la perfezione di artisti che sapevano come stupire per l'eternità.* Giovanni Vulcano
SIRACUSA - 27 agosto 413 avanti Cristo: Nicia lascia l'assedio di Siracusa. La spedizione in Sicilia fu il più grave errore ateniese durante la guerra del Peloponneso. Una follia voluta dall'ambiguo e ambiziosissimo Alcibiade e non certo desiderata da Nicia, il quale era riuscito a ottenere una pace con Sparta, la famosa "pace di Nicia", che aveva temporaneamente messo fine alla prima fase della guerra del Peloponneso detta "archidamica" dal nome del re spartano Archidamo. Ma era una pace "calda", sempre in procinto di esplodere. E il casus belli venne fornito da una bega tra due poleis siciliane, Selinunte e Segesta, la prima alleata di Siracusa e quindi di Sparta, la seconda di Atene. Dato che Siracusa aveva appoggiato Selinunte, si decise di intervenire. Nicia spinse per non intervenire, sostenendo che nemmeno i cartaginesi avevano conquistato l'isola. Il più focoso interventista era invece proprio Alcibiade che aveva piani ambiziosissimi: conquistare la Sicilia e poi Cartagine. Come si sa Alcibiade non fu però tra i comandanti che partirono. La notte prima della partenza scoppiò lo scandalo della mutilazione delle erme, un sacrilegio di cui fu accusato Alcibiade che doveva risponderne. L'allievo di Socrate invece fuggì a Sparta dove divenne consigliere militare (e amante della moglie del re). La spedizione fu affidata a Nicia, Lamaco e Demostene (omonimo del grande oratore). Fu posto assedio a Siracusa. A questo punto intervenne Sparta e Alcibiade, consigliere militare, si prese la sua vendetta sulla patria che voleva processarlo. Per Atene fu un disastro epocale. E qui si ebbe l'errore fatale del prudentissimo Nicia. Il 27 agosto 413 avanti Cristo si verificò un'eclissi di luna. Nicia, superstiziosissimo, consultò gli indovini che gli consigliarono di rimandare la ritirata. Questo diede ai Siracusani l'occasione di sferrare un attacco mortale: Atene era sconfitta sul mare, il suo elemento. Si tentò anche una fuga via terra.
In breve i comandanti morirono tutti, e anche la maggioranza degli Ateniesi morì. I superstiti morironi di stenti nelle latomie siracusane. Si salvarono solo quelli in grado di recitare qualche verso di Euripide.
ALBANIA - Secondo il mito, la città di Butroto (l’odierna Butrinto, in Albania) fu fondata dall’indovino Eleno, figlio di Priamo. Il teatro venne realizzato nel IV secolo a.C.
EBREI - La Giudea è sempre stata incandescente, e questo i Romani lo sapevano bene. Quello che probabilmente non sapevano, era che stavano per essere trascinati da "Bar Kokhba" nella terza e ultima Guerra Giudaica. La Prima Guerra Giudaica (66-70) era già avvenuta sotto il principato di Nerone, che inviò Vespasiano e suo figlio Tito a sedare la rivolta. Con fatica e con un costo davvero elevato di uomini e di mezzi, Roma riuscì a prevalere, e gli sforzi da parte di Vespasiano furono ben ricompensati, poiché tornato a Roma si impose come Imperatore e diede inizio alla dinastia dei Flavi, mentre suo figlio Tito completò con successo la conquista di Gerusalemme. La Seconda Guerra Giudaica (115-117) avvenne sotto l'Imperatore Traiano, dove questi era già impegnato in una titanica guerra contro il potente regno dei Parti. Dalla distruzione del tempio di Gerusalemme del 70 d.C., fino a quel momento, in Giudea la situazione sembrava essere molto più tranquilla, anche se questo periodo, per i rabbini doveva rappresentare l'accettazione della sottomissione a Roma come fase transitoria ma necessaria in quanto voluta da Dio in preparazione dell'avvento dell'età messianica, ricordando che Gesù non era il messia per gli ebrei, e che per loro il vero messia non era ancora arrivato. Le armi vennero quindi sostituite dallo studio, dalla produzione letteraria e dall'osservanza della Legge; una fase di transizione che sarebbe dovuta finire con l'arrivo (appunto) del nuovo messia. Durante la guerra Romano-Partica, con tali propositi, la Giudea non insorse in favore dei Parti, mentre le comunità ebraiche della Cirenaica, d'Egitto, di Cipro e della Mesopotamia decisero invece di schierarsi apertamente contro i Romani, ma vennero inesorabilmente schiacciate dalla vittoria di Traiano, che annientò l'esercito partico e prese la capitale "Ctesifonte". La Terza Guerra Giudaica (132-135) è strettamente legata alla seconda, poiché questa volta la Giudea insorge. I motivi alla base sembravano essere legati al divieto di circoncisione da parte dell'Imperatore Adriano, poiché riteneva che fosse una tradizione barbara, mentre i rabbini sostenevano che lo scopo dell'Imperatore fosse quello di interrompere il patto tra Dio e il suo popolo. Inoltre Adriano intendeva costruire una nuova città sulle rovine di Gerusalemme e insediarvi il culto di Giove: gli Ebrei lo ritennero un vero e proprio sacrilegio. L'intento di Adriano era ovviamente quello di romanizzare il più possibile la provincia di Giudea, al fine di evitare nuove guerre e insurrezioni; ma per i rabbini, Adriano rappresentava proprio il persecutore pre-messianico, e a questo punto la figura del messia non si fece attendere, identificata dai giudei in "Simon Bar Kokheba". La fase della sottomissione e dell'attesa, per i Giudei era finita. La rivolta fu preparata con cura, assicurandosi che le autorità romane non ne fossero a conoscenza. I ribelli sfruttarono l'effetto sorpresa ed esercitarono attività di guerriglia, evitando scontri in campo aperto con le legioni. Nel 132 Simon Bar Kokheba si autoproclamò Messia e principe di Israele (Nasi), mettendosi a capo dell'ultima grande rivolta ebraica contro l'Impero Romano. Dopo le prime vittorie a seguito del buon utilizzo della guerriglia, Simon commise l'errore classico delle grandi rivolte, ovvero quello di non riuscire a coordinare le azioni dei rivoltosi, che misero a ferro e fuoco la Palestina; inoltre Simon perseguitò i cristiani, che poi decisero di non seguirlo nella rivolta, perdendo così un valido sostegno. Adriano a questo punto fu categorico. Bisognava reprimere ad ogni costo la rivolta con un intervento massiccio, assegnando tale compito a Giulio Severo (da poco tornato dalla Britannia) che sfiancò l'avversario in poco tempo e nel 135 schiacciò definitivamente i rivoltosi con la superiorità della preparazione militare delle legioni romane: a Bethar, Simon Bar Kokheba venne ucciso in combattimento, e l'ultima opposizione giudaica ai romani venne stroncata. Secondo Cassio Dione, le perdite giudaiche giunsero a 580.000 morti. La morte di Simon segnò la fine delle grandi rivolte ebraiche, Gerusalemme venne trasformata in una città "ellenistica" e le venne cambiato il nome in "Aelia Capitolina" non permettendo più agli ebrei di metterci piede. Nel 1960, in alcune grotte, vennero alla luce diverse lettere che Bar Kokheba avrebbe scritto ai suoi ufficiali, insieme a delle monete con il nome di Bar Kokhba raffiguranti il tempio distrutto nel 70. Indice che ha portato la maggior parte degli storici a comprendere la reale portata dell'azione del messia Simon, intenzionato fortemente a fondare un vero e proprio stato in Giudea, battendo un suo conio e ricostruendo l'antico tempio. Antonino Pio, successore di Adriano, permise invece di nuovo ai giudei la circoncisione, ma solo sotto Costantino I fu permesso loro di rientrare a Gerusalemme per pregare e piangere sul luogo del santuario. Successivamente, Costanzo II (figlio di Costantino I), nominò "Cesare" suo cugino Gallo, che si impegnò a reprimere un'ulteriore rivolta ebraica (351-352), di minor entità, dove gli ebrei avevano nuovamente approfittato della guerra dei Romani contro i Persiani Sasanidi ("successori" dei Parti). L'ultima rivolta avvenne nel 613, sotto l'Imperatore Eraclio: questa volta sembrava realmente che gli ebrei avessero avuto la meglio, poiché supportati dall'Imperatore Persiano Cosroe II che aveva annesso quasi completamente l'Impero Romano d'Oriente. Alla fine però fu Eraclio I ad avere la meglio, annientando l'esercito Persiano e a reprimendo l'ennesima rivolta ebraica. * Corrado Martone
AVENTINO - Sul colle Aventino, fuori dal pomerium ma entro le mura serviane, sorgeva uno dei santuari più antichi e carichi di significato di Roma: il tempio di Diana Aventina. Secondo la tradizione, fu Servio Tullio a radunare qui i rappresentanti dei popoli della Lega Latina, convincendoli a edificare un luogo di culto federale, ispirato al celebre Artemision di Efeso. L’Aventino, affacciato sull’area portuale del Tevere, era crocevia di culture latine, etrusche e greche: un terreno neutrale, latino ma non strettamente romano, ideale per ospitare un santuario comune.
La dedica cadeva il 13 agosto, in pieno plenilunio, data che divenne la “festa degli schiavi”: un giorno in cui si onorava la Dea con sacrifici, processioni e assemblee federali. Il santuario custodiva statue lignee e marmoree di antica fattura, una stele bronzea con un trattato tra Romani e Latini e leggi sacre che sarebbero state imitate in molti altri luoghi del dominio romano.
Il culto dell’Aventino si intrecciava con quello di Nemi, nel sacro lucus dove regnava il rex nemorensis, sacerdote-guerriero che otteneva il titolo uccidendo il predecessore dopo aver colto un ramo da un albero consacrato. Qui si veneravano anche figure misteriose come Virbius, legato a miti solari, ed Egeria, ninfa protettrice delle nascite.
Diana era in origine divinità lunare, lucifera, triforme, legata alle fasi della luna e talvolta identificata con Ecate. Presiedeva alla fecondità e al parto, proteggendo la continuità delle generazioni e la stabilità del potere regale. Una leggenda narra di una giovenca sacrificale la cui offerta avrebbe garantito l’egemonia su tutta l’Italia: grazie a uno stratagemma, il sacrificio fu compiuto a vantaggio di Roma.
Così, tra luce e mistero, asilo e sovranità, luna e fecondità, Diana divenne un ponte simbolico tra popoli, culture e secoli: un’eco ancora viva tra le pietre antiche dell’Aventino. * Facebook
MURA CICLOPICHE - Straordinarie mura in pietra poligonale sono state erette per tutta l’Italia in piena preistoria da un’antica e grandiosa civiltà sconosciuta. Antiche ed incredibili rovine che appaino uniche nel loro genere, a tal punto da venire definite da alcuni moderni ricercatori “fuori dal tempo” per la particolare architettura che sembra davvero impossibile che sia stata realizzata in tempi così remoti. La regione Lazio presenta il maggior numero di costruzioni, tra cui spiccano particolarmente le rovine della grandiosa muraglia megalitica situata a San Felice di Circeo, ma che si possono trovare praticamente in ogni luogo della penisola italica e più in generale nell’Europa intera. La sopraffina tecnica architettonica utilizzata da questa antica civiltà sconosciuta che stanziò in Italia in tempi in cui la storiografia ne registrò soltanto un flebile e lontano ricordo, assomiglia sorprendentemente a quella che eresse le straordinarie strutture megalitiche presenti in Perù. Per tagliare le pietre molto probabilmente i costruttori non si avvalsero mai dello stesso metodo per tutte le strutture presenti nel suolo italico. Ma se c’è una cosa di cui si può assolutamente essere certi è la sopraffina qualità costruttiva e le attrezzature avanzate che furono utilizzate in campo edilizio per portare al termine tali opere. Le pietre, dalla forma “irregolare”, sono state collocate e “legate” perfettamente le une accanto alle altre senza alcun tipo di malta, e malgrado ciò tra gli spazi non è possibile infilare nemmeno un sottile foglio di carta. Come in Perù, queste costruzioni hanno resistito per svariati millenni al susseguirsi di molteplici eventi, alcuni assolutamente di origine naturale, come i vari terremoti che si verificarono nelle zone, altri invece riguardanti le invadenti costruzioni che vennero poste nei suddetti luoghi dalle civiltà successive, come ad esempio gli Etruschi e i Romani. In antichità gli storici, gli studiosi e i filosofi credevano che queste imponenti fortezze fossero state erette da un’antichissima e leggendaria razza di esseri umani dalle gigantesche fattezze, che si stanziarono in tutto il Mediterraneo nella lontana preistoria, conosciuti col nome di “Ciclopi”. Molto poco si sa su questi costruttori, il cui nome è strettamente legato a quello dei miti dell’antica Grecia, come ad esempio il gigantesco Polifemo, figlio del dio Poseidone e di una ninfa dei mari, appartenuto ad una particolare genia dalla straordinaria forza e altezza, chiamata appunto “Ciclopi”. Si fa riferimento a questi mitologici esseri sopratutto nell’Odissea, nota epopea omerica, in cui si narrano le mirabolanti avventure di Ulisse, re di Itaca, che incontrò il gigante Polifemo proprio durante il suo lungo viaggio di ritorno dalla guerra di Troia, quando sbarcò insieme al suo equipaggio nella misteriosa “isola dei Ciclopi” abitata da queste straordinarie e misteriose creature. Molti scrittori e storici classici, tra cui Omero, Esiodo, Plutarco, Euripide, Tucidide, Strabone e Diodoro Siculo, postularono nei loro scritti l’idea che le rovine ciclopiche sparse in tutta Italia (e in Europa più in generale) sarebbero state erette da questa straordinaria razza umanoide ormai estinta. A tal proposito, per quanto riguarda le popolazioni che abitarono la Sicilia prima della colonizzazione ellenica ci viene in aiuto il filosofo e storico Tucidide che nel VI libro delle sue Storie scrive: “Si dice che i più antichi ad abitare una parte del Paese siano stati i Lestrigoni e i Ciclopi, dei quali io non saprei dire né la stirpe né donde vennero né dove si ritirarono: basti quello che è stato detto dai poeti e quello che ciascuno in un modo o nell’altro conosce al riguardo”. Un altro riferimento importantissimo ci viene dalla scrittrice e storica americana Louisa Caroline Tuthill nel suo importantissimo lavoro del 1848 dal titolo “Storia dell’Architettura”, che riporta: “In tempi remoti, prima della nascita di Roma, l’Italia era abitata da popoli che hanno lasciato monumenti indistruttibili a testimonianza della loro storia. Quelle meravigliose e precoci città d’Italia, che sono state definite ciclopiche, sono fittamente sparse in molte regioni, e spesso appollaiate sulle creste delle montagne come nidi d’aquila, ad una tale altitudine che viene da chiedersi cosa abbia spinto gli uomini ad edificare in luoghi tanto inaccessibili”. Come possiamo vedere, non mancano di certo i riferimenti o le fonti storiche ad avvalorare l’ipotesi che in passato una civiltà di giganti dalle sconosciute origini abbia solcato il suolo dell’antica Italia, e che abbia avuto le capacità di erigere queste mastodontiche costruzioni che appaiono addirittura “impossibili” anche oggi dinnanzi all’uomo “moderno”. Purtroppo l’infausta ed ortodossissima accademia rifiuta categoricamente qualsiasi collegamento esistente tra queste meravigliose opere architettoniche e le leggende alle quali sono collegate in maniera inestricabile, cercando di tagliare praticamente alla radice con estremo dogmatismo qualsiasi dibattito sul nascere che potrebbe portare ad una revisione senza precedenti dell’attuale status quo, così tanto sostenuto e supportato da oltre due secoli. * Giuseppe Di Re
MURA CICLOPICHE - Le Mura Ciclopiche sono imponenti strutture in pietra risalenti al periodo pre-romano, costruite con massi di pietra squadrati di dimensioni gigantesche, che circondano l’antico nucleo urbano di Alatri. Queste mura, alte fino a 12 metri in alcuni punti, sono attribuite all'opera dei mitici Pelasgi, e il termine "ciclopiche" deriva dalla convinzione che solo i ciclopi avessero la forza di muovere tali enormi massi. La loro costruzione è considerata un esempio di architettura megalitica, con blocchi di pietra incastrati a secco, e rivestono una chiara valenza strategica. * ciociariadavisitare.it
ENEA - Enea (in greco antico: Αἰνείας?, Ainèias; in latino Aenēās, -ae) è una figura della mitologia greca e romana, figlio del mortale Anchise (cugino del re di Troia Priamo) e di Afrodite, Venere nella religione romana, dea della bellezza. Enea è uno dei più celebri eroi dell’antichità, protagonista dell’Eneide, il poema epico scritto dal poeta romano Virgilio nel I secolo a.C. La sua storia narra il viaggio avventuroso compiuto dopo la distruzione di Troia per fondare una nuova patria nel Lazio, gettando così le basi della civiltà romana. Figura emblematica di coraggio, devozione e destino, Enea rappresenta l’ideale dell’eroe guidato dal volere divino e dal senso del dovere. In questa ricerca esploreremo le sue origini, le tappe principali del viaggio, i principali incontri, il significato simbolico della sua figura e l’eredità culturale lasciata attraverso i secoli.
ENEA - Le origini di Enea. Secondo la mitologia greca e romana, Enea era figlio della dea Venere (Afrodite per i Greci) e del mortale Anchise, un principe troiano. Questa duplice discendenza, divina e umana, conferiva a Enea qualità straordinarie, rendendolo un uomo predestinato a grandi imprese. Durante la guerra di Troia, narrata nell’Iliade di Omero, Enea si distinse per il suo coraggio e il senso dell’onore, pur non essendo tra i principali protagonisti del conflitto. Quando la città venne distrutta dai Greci, Enea fuggì portando sulle spalle il padre Anchise e conducendo per mano il figlio Ascanio (o Iulo), simbolo della continuità della stirpe troiana. Questo gesto di pietà filiale divenne una delle immagini più iconiche della sua leggenda. Il viaggio di Enea: le tappe principali. L’Eneide racconta il lungo e travagliato viaggio di Enea attraverso il Mediterraneo alla ricerca di una nuova patria. Questo viaggio non è solo geografico, ma rappresenta anche un percorso interiore di crescita e accettazione del proprio destino. Le tappe principali includono: La fuga da Troia: Dopo la caduta della città, Enea parte con un gruppo di sopravvissuti, seguendo la volontà degli dèi. Cartagine e l’incontro con Didone: Giunto a Cartagine, Enea viene accolto dalla regina Didone e tra i due nasce un’intensa storia d’amore. Tuttavia, il destino dell’eroe è altrove, e il suo abbandono spinge Didone al suicidio. Questo episodio simboleggia il conflitto tra il dovere e i desideri personali. Il viaggio negli inferi: Guidato dalla Sibilla Cumana, Enea discende nell’Ade per incontrare lo spirito del padre Anchise, che gli rivela la futura grandezza della sua discendenza e dell’Impero Romano. L’arrivo nel Lazio: Dopo numerose peripezie, Enea sbarca sulle coste del Lazio, dove deve affrontare nuove battaglie per conquistare il territorio e sposare Lavinia, figlia del re Latino. La guerra contro Turno, re dei Rutuli, si conclude con la vittoria di Enea, che segna l’inizio della civiltà romana. I principali incontri e alleanze - Durante il suo viaggio, Enea incontra numerosi personaggi che influenzano il suo destino: Anchise: Il padre di Enea rappresenta la saggezza e il legame con le tradizioni. La sua guida spirituale aiuta Enea a comprendere la missione affidatagli dagli dèi. Didone: La regina di Cartagine simboleggia l’amore e il sacrificio. Il suo tragico destino evidenzia il prezzo delle scelte dettate dal dovere. Ascanio (Iulo): Figlio di Enea, rappresenta la continuità della stirpe troiana e la speranza per il futuro. Secondo la leggenda, i suoi discendenti daranno origine alla dinastia di Romolo e Remo, fondatori di Roma. La Sibilla Cumana: La profetessa che accompagna Enea nell’Ade gli svela il suo destino e gli mostra le anime dei futuri eroi romani. Turno: Avversario principale di Enea nel Lazio, Turno incarna la resistenza dei popoli italici all’arrivo dei Troiani. La sua sconfitta segna la vittoria del destino e il trionfo della missione divina di Enea.
ENEA - L' Eneide (in latino Aeneis) è un poema epico della cultura latina scritto dal poeta Publio Virgilio Marone tra il 29 a.C. e il 19 a.C. Narra la leggendaria storia dell'eroe troiano Enea (figlio di Anchise e della dea Venere) che riuscì a fuggire dopo la caduta della città di Troia, e che viaggiò per il Mediterraneo fino ad approdare dapprima nella grande città di Arpi e successivamente nel Lazio, diventando il progenitore del popolo romano.
ENEA - L’Eneide è un poema in dodici libri che narra le vicende mitiche dell’eroe troiano Enea, dall’abbandono della sua terra natia all’arrivo nel Lazio, dove fonda una comunità che sarà all’origine di Roma e del popolo romano. Il poema viene composto da Virgilio tra il 29 e il 19 a.C., anno della sua morte: si tratta quindi di un’opera che l’autore non considera conclusa nella sua interezza e che viene pubblicata postuma, per volere di Augusto, dai poeti Vario Rufo e Plozio Tucca, amici di Virgilio. I segni più chiari della mancata revisione finale da parte dell’autore sono una sessantina di versi incompleti, da lui stesso chiamati tibicines, ovvero i “puntelli” provvisori che sostengono un’opera ancora in costruzione. Perché il principe decida di pubblicare comunque l’Eneide è chiaro da quanto scrive Servio, commentatore tardoantico (IV-V sec. d.C.) di Virgilio, a proposito della finalità dell’opera: Homerum imitari et Augustum laudare a parentibus 1. L’Eneide si presenta infatti come un poema che, risalendo a un periodo storico antichissimo e leggendario, legittima tanto il dominio di Roma sul mondo quanto il potere interno della gens Iulia, la famiglia di Augusto che rivendica per sé la discendenza da Ascanio Iulo, figlio di Enea. L’ideologia augustea viene perciò esaltata con grande efficacia, pur in una dimensione temporale diversa da quella del presente . L’affermazione di Servio sull’Eneide chiarisce bene qual è il modello che Virgilio vuole emulare. La struttura stessa dell’opera, infatti, è convenzionalmente ripartita in una sezione ispirata all’Odissea – le peregrinazioni di Enea narrate nei primi sei libri – e una iliadica, corrispondente alla guerra dei Troiani nel Lazio nei restanti sei libri. Con questo rimando intertestuale a Omero - pur con delle notevoli differenze tra opera e opera - Virgilio rielabora, contamina e continua la narrazione omerica per superarla. I Troiani ora sono i vincitori, e combattono per la fondazione di una nuova comunità; Enea, dopo tante prove dolorose imposte dal Fato, ottiene infine la patria e la pace. Virgilio, tuttavia, attinge anche all’epica greca ellenistica (per la raffinatezza letteraria e per descrivere la sottile psicologia dei suoi personaggi) e in particolare ad Apollonio Rodio: il personaggio di Didone, per esempio, deve molto alla Medea delle Argonautiche (soprattutto al terzo libro), ma l’influsso del poeta ellenistico si estende all’articolazione dell’intera opera. Il rapporto con l’epos romano arcaico, identificabile principalmente con gli Annales di Ennio, è da porre negli stessi termini: anche in questo caso Virgilio ha come obiettivo quello di superare e di sostituirsi al proprio modello, rivendicando per la sua opera lo status di nuova epica nazionale.
ENEIDE --- Nei dodici libri in cui è ripartita l’Eneide l’intreccio e la fabula non coincidono, e cioè la successione degli eventi e l’ordine in cui essi vengono esposti sono differenti. Libro I: L’opera infatti inizia in medias res (libro I) con un proemio di 33 versi, nei quali il poeta in prima persona chiarisce la materia del suo canto e ne compendia l’antefatto, ricorrendo a una topica invocazione alla Musa. A questa segue la descrizione della navigazione di Enea dalla Sicilia e della tempesta provocata da Giunone, che odia il popolo troiano. L’eroe è così costretto ad approdare a Cartagine, dove viene accolto dalla regina fenicia Didone, fondatrice della città. Quest’ultima, che si è subito innamorata di Enea, chiede al suo ospite di narrarle la fine di Troia. Libro II: Parte il racconto in analessi (o flashback, cioè la narrazione di eventi precedenti all’interno della narrazione principale) della distruzione della città grazie all’inganno del cavallo di Troia. Il sacerdoto Laocoonte, che aveva ammonito i concittadini a non accettare i doni greci (Eneide, II, v. 49: Timeo Danaos et dona ferentes, “Temo i Greci, soprattutto quando portano doni”) viene stritolato da due giganteschi serpenti. Enea riesce a salvare il padre Anchise e il figlio Ascanio, ma perde la moglie Creusa. Libro III: Le peripezie di Enea alla ricerca di una nuova patria lo portano dalla Tracia alla Sicilia, dove suo padre Anchise trova la morte. Il flashback si chiude con la tempesta che porta l’eroe sulle spiagge cartaginesi. Libro IV: L’amore di Didone ed Enea è l’oggetto del quarto libro; questa passione, tuttavia, che potrebbe distogliere l’eroe dalla sua missione, è vietato da Giove attraverso il suo messaggero Mercurio. Abbandonata da Enea, la regina si suicida, non prima di aver maledetto l’eroe e la sua discendenza e aver promesso eterno odio tra Roma e Cartagine. Libro V: Partiti da Cartagine, i Troiani fanno tappa in Sicilia presso Erice, dove si trova la tomba di Anchise, e in suo onore organizzano gare e sacrifici; lasciati qui i vecchi, inabili al combattimento, e le donne, Enea riparte, ma perde il timoniere Palinuro, che cade in mare sopraffatto da Morfeo, dio del sonno. Libro VI: Giunto a Cuma, presso Napoli, l’eroe fa visita alla Sibilla, la celebre profetessa che gli rivela le difficili prove del futuro e gli mostra la via per l’oltretomba. Qui Enea si reca per incontrare il padre: si imbatte prima in Palinuro (che invoca la sepoltura), Didone , che di fronte a lui ostenta un muto disprezzo, e gli eroi della guerra di Troia. Anchise, infine, gli illustra la teoria della reincarnazione e gli presenta i grandi uomini del futuro di Alba e di Roma. Libro VII: Lasciati gli inferi, Enea sbarca alla foce del Tevere dove, dopo un proemio interno e la descrizione del popolo di re Latino, Virgilio narra l’intervento di Giunone e della “furia” Alletto, che istigano alla guerra contro i nuovi arrivati la moglie di Latino, Amata, e il rutulo Turno. Quest’ultimo, in particolare, ambisce alla mano di Lavinia, figlia di Latino, che invece è stata promessa a Enea per sancire la nuova alleanza. Libro VIII: Sono descritti i preparativi della guerra, ormai inevitabile; ai Latini si unisce il re etrusco Mezenzio, mentre l’arcade Evandro si schiera con i Troiani. Nel frattempo Vulcano forgia nuove armi per Enea, che gli vengono consegnate dalla madre Venere: le immagini dello scudo illustrano la storia dei suoi discendenti, dalla fondazione di Romolo (753 a.C.) alla battaglia di Azio (31 a.C.). Libro IX: Scoppia la guerra: Turno, di cui viene descritta l’aristia (ovvero, il brano narrativo che celebra le virtù e le imprese di un eroe glorioso), distrugge le navi di Enea, mentre Eurialo e Niso, due giovani valorosi troiani, sono uccisi dopo una coraggiosa impresa notturna. Libro X: Il personaggio di Pallante, figlio di Evandro e fraterno compagno di Enea, viene ucciso da Turno, che lo spoglia del balteo, la cintura di cuoio dei soldati romani. Enea, per vendetta, massacra Lauso e Mezenzio. Libro XI: La prima parte del libro è dedicata al compianto per i morti (e per Pallante in particolare), per la cui sepoltura vengono sospese le ostilità. Nella seconda parte, nella battaglia intorno a Laurento muore l’eroina Camilla, schieratasi a fianco di Turno. Libro XII: Per porre fine alle ostilità tra i Troiani, sostenuti da Venere, e i Rutuli aiutati da Giunone, si prepara il duello finale di Enea e Turno: vari eventi e interventi divini ritardano lo scontro tra i due, che si conclude con la sconfitta di Turno da parte di Enea; l’eroe vorrebbe risparmiare il nemico, ma la vista della cintura di Pallante, esibita da Turno come trofeo di guerra, lo induce ad ucciderlo.
ENEIDE - L'Eneide è il poema in cui viene rappresentato il conflitto tra vita e destino: è l’indagine, sempre al cospetto della morte, del senso delle nostre azioni, e della sofferenza che affatica l’uomo. «Virgilio, poeta della storia, ha cercato di guardare più a fondo che poteva nella morte, ma non è riuscito a trovare una giustificazione dell’immenso valore che sentiva nella vita» (Rosa Calzecchi Onesti, Invito a rileggere l’Eneide, VIII). L'Eneide, piena di rimandi al mondo omerico, si propone di guardare la storia con gli occhi di uno sconfitto. Enea non si immola inutilmente a Troia, perché il Fato gli ordina di fondare un nuovo mondo. Viene spontaneo pensare ai reduci delle guerre più vicine a noi, quei ragazzi, che erano i nostri nonni e bisnonni, che sopravvissero (magari per ‘destino’ e chissà con quali inconfessabili infamie); quegli avi che misero su famiglia e posero il seme del nostro presente; così come, nella leggenda, senza l’abnegazione di Enea non ci sarebbe stato il popolo romano, sarebbe bastato che uno dei nostri avi avesse scelto diversamente, perché noi non ci fossimo.
ROMA - Secondo la tradizione, Roma venne fondata il 21 aprile del 753 a.C. da Romolo e Remo, figli gemelli della vergine vestale Rea Silvia e del dio Marte, trovati in una cesta vennero soccorsi dal pastore Faustolo, marito della “lupa” Acca Larenzia che li allattò e li crebbe. Essi erano inoltre nipoti di Numitore, re di Alba Longa, una città dell’antico Lazio; la tradizione ricorda anche il fratricidio compiuto da Romolo nei confronti di Remo, indocile alla sua autorità: delitto che peserà, secondo molti autori latini, come una sorta di “peccato originale” del Popolo Romano, e che sarà creduto fonte delle ricorrenti guerre civili. Le altre storie mitiche sul regno di Romolo, e in particolare quelle relative al ratto delle sabine e alla guerra contro i sabini guidati da Tito Tazio, indicano una precoce fusione tra i latini e le altre popolazioni laziali. Nella tradizione vulgata, la menzione delle tre tribù gentilizie (Ramnenses, Tities e Luceres) come parti di una nuova comunità, suggerisce l’ipotesi che Roma sia sorta dall’integrazione di tre popoli: i latini, i sabini e gli etruschi. Secondo la tradizione, i sovrani di Roma furono i seguenti: (anche se a costoro va aggiunto un ottavo Re di Roma, Tito Tazio re dei Sabini, che secondo Plutarco governò Roma per un lustro insieme a Romolo).
ROMA - Plutarco ...
ROMA - Roma, capitale dell’Italia, è una grande città cosmopolita con una storia artistica, architettonica e culturale che ha influenzato tutto il mondo e che risale a quasi 3000 anni fa. Le antiche rovine come il Foro e il Colosseo testimoniano la potenza dell’antico Impero romano. Nella Città del Vaticano, sede della Chiesa Cattolica, si trovano la Basilica di San Pietro e i Musei Vaticani, che ospitano capolavori come la Cappella Sistina affrescata da Michelangelo. * Daniela Tidei 2025
ROMA - Virgilio è un antico scrittore e storico romano. L'odissea di Enea, l'eroe troiano. La celebrazione delle sue gesta nell’Eneide fu voluta da Virgilio per legittimare la fondazione di Roma da parte dei suoi discendenti, ammantando di mito l’origine della gens Giulio-Claudia dell’imperatore Augusto. Nella storia della guerra di Troia narrata da Omero, Enea riveste un ruolo secondario, eclissato da eroi più luminosi quali il greco Achille o il troiano Ettore. A distanza di secoli dai poemi omerici, Publio Virgilio Marone avrebbe reso Enea protagonista di una drammatica epopea con la quale, per volere di Ottaviano Augusto, si unirono due momenti cruciali, la caduta di Troia e la fondazione di Roma, e si legittimò la gens Giulio-Claudia a cui il primo imperatore apparteneva. * Amaranta Sbardella noviembre 2021
ROMA - Seguendo il racconto della tradizione: Enea, figlio di Venere, fugge da Troia distrutta dalle fiamme con il padre Anchise ed il figlio Ascanio e dopo un lungo viaggio nel Mediterraneo, approda nel Lazio e fonda una città, Lavinium. Nel frattempo Ascanio fonda un’altra città nell’entroterra laziale, Albalonga, sulla quale regnarono i suoi discendenti almeno sino al re Numitore, il cui trono fu però usurpato dal fratello Amulio. Questa prima fase della leggenda è datata tra il XII e l’VIII sec. a.C. Numitore aveva una figlia, Rea Silvia che fu costretta dallo zio Amulio a diventare vestale e quindi rispettare per trent’anni il voto di castità (in questo modo Amulio poteva evitare eredi da parte del fratello). Ma il dio Marte s’ invaghì della ragazza e dalla loro unione nacquero i mitici gemelli: Romolo e Remo. La ragazza fu sepolta viva, pena afflitta alle sacerdotesse che mancavano al voto di castità. * Daniela Tidei 2025
ROMA - Enea, dopo aver fondato la città di Lavinio in onore della sua sposa Lavinia, morì e il regno passò ad Ascanio. Circa trent'anni dopo, Ascanio fondò Alba Longa, una città più grande e importante di Lavinio, che divenne il centro del potere dei Latini. Secondo la leggenda, Ascanio, figlio di Enea, fondò la città di Alba Longa, circa trenta anni dopo la fondazione di Lavinio da parte di suo padre. Questa nuova città divenne la capitale dei Latini e il luogo da cui sarebbero discesi i fondatori di Roma, Romolo e Remo, secondo la tradizione. Virgilio usa il mito di Enea per collegare la storia di Roma alle sue origini troiane, attribuendo alla città una discendenza nobile e antica. Da Ascanio, attraverso una linea di re, discendono Romolo e Remo, i gemelli che secondo la leggenda fondarono Roma. L'importanza di Alba Longa sta nel fatto che da essa provengono i personaggi e la tradizione che portano alla nascita di Roma.
ROMOLO - I due bambini furono abbandonati in una cesta e trascinati dalla corrente del fiume giunsero alla palude del Velabro (la valle compresa tra Palatino e Campidoglio, parte del Foro Boario), dove furono trovati e allattati da una lupa attratta dai loro vagiti. Il luogo del rinvenimento dei due bambini potrebbe essere il Lupercale, una grotta alle pendici del Palatino che fu poi trasformata in un santuario a memoria di questo storico avvenimento. In effetti nel 2007 sono venute alla luce delle strutture sotto la casa di Augusto sul Palatino che potrebbero essere identificate con questo santuario. Gli scavi e le ricerche sono ancora in corso. I due gemelli furono più tardi trovati dal pastore Faustolo che li adottò e li crebbe come suoi figli. Una volta cresciuti e scoperte le loro vere origini, i ragazzi riconsegnano il regno di Albalonga al nonno Numitore e ritornano sulle rive del Tevere per fondare una nuova città nei luoghi dove erano cresciuti. Ma tra i due nasceranno delle accese discussioni, innanzi tutto sul nome da dare alla nuova città e sul luogo dove sarebbe sorta (Romolo puntava sul Palatino, mentre Remo aveva scelto l’Aventino), litigi che si concluderanno con la morte di Remo per mano del fratello. --- Il Velabro (in latino: Velabrum) era un'area pianeggiante dell'antica Roma, situata tra il fiume Tevere e il Foro Romano, tra il Campidoglio e il Palatino. Era una zona paludosa e spesso soggetta ad alluvioni. Secondo la leggenda, fu qui che la cesta con Romolo e Remo si arenò, segnando il luogo della fondazione di Roma. * Daniela Tidei 2025
COLOSSEO - La Storia dell'architettura - il COLOSSEO❤️
Il Colosseo è una delle più grandi opere dell’architettura romana mai costruite. È il più grande anfiteatro romano del mondo e, nonostante abbia subito diversi incendi, terremoti e altri disastri naturali, oltre a maltrattamenti significativi da parte dell’uomo, è ancora in piedi oggi.
Il muro del Colosseo ripreso dal basso, con le colonne corinzie che si stagliano in modo evidente
L’immagine mostra il terzo e quarto livello della parete esterna. Nota la decorazione in cima alle colonne, sai riconoscere che stile è?
Costruzione del Colosseo
Il Colosseo fu costruito tra il 70 d.C. e l’80 d.C. sotto gli imperatori Vespasiano, Tito e Domiziano, gli imperatori Flavi. Da qui il suo nome originale, l’Anfiteatro Flavio.
Il Colosseo può essere visto come un’impresa popolare avviata da Vespasiano che, almeno in parte, lo commissionò per riconquistare il favore di una cittadinanza che era inquieta e insoddisfatta dell’istituzione imperiale dopo il regno di Nerone. La pianificazione iniziò nel 70 d.C. e la costruzione nel 72 d.C., sul sito del lago artificiale che Nerone aveva costruito come parte della Domus Aurea.
Gran parte della manodopera per la costruzione dell’edificio fu fornita dagli schiavi ebrei, che erano stati presi come prigionieri dopo la prima guerra giudaico-romana.
L’edificio era di forma ovale e orientato da nord-ovest a sud-est, con il suo asse principale che misurava 189 metri e il più corto 156 metri. Per fare un confronto, è quasi due volte più lungo e 1,5 volte più largo di un campo da calcio moderno.
Di cosa era fatto il Colosseo?
Il Colosseo fu costruito con circa 100.000 metri cubi di travertino, più una quantità simile di cemento romano, mattoni e blocchi di tufo. Il travertino è una varietà di calcare che prende il nome da Tibur (l’attuale Tivoli), dove veniva estratto.
Oltre ai diversi tipi di pietra e cemento, circa 300 tonnellate di staffe di ferro furono utilizzate per tenere insieme i grandi blocchi. Queste staffe furono saccheggiate nei secoli successivi quando il Colosseo cadde in disuso, lasciando grandi cavità nei muri dell’edificio che sono ancora riconoscibili oggi.
Stile del Colosseo
Il Colosseo fu concepito come un testamento della potenza di Roma. Al momento del suo completamento, era la struttura artificiale più complessa del mondo e una delle più grandi.
Il travertino bianco usato come materiale principale nella sua costruzione era candido e, a quasi 50 metri di altezza (in un’epoca in cui la maggior parte degli edifici erano a un solo piano) e con una superficie di 6 acri, avrebbe brillato al sole e ispirato chiunque lo osservasse per la prima volta. Il suo effetto su un antico romano che lo vedeva per la prima volta sarebbe stato lo stesso di quello di un visitatore moderno davanti all’Empire State Building oggi.
Tutti e tre gli ordini architettonici principali dell’epoca erano rappresentati:
Le colonne del piano terra erano in stile tuscanico, una variante romana dell’austero ordine dorico.
Il secondo piano presentava colonne ioniche leggermente più elaborate.
Il terzo piano impiegava colonne corinzie più decorate e intricate.
Pertanto, dal basso verso l’alto, il Colosseo passava da uno stile meno complesso a uno più sofisticato. Ogni semi-colonna era il punto centrale di un arco, di cui c’erano un totale di 80 che formavano il perimetro esterno dell’edificio nei primi tre piani. Questi erano i più grandi al piano terra, larghi 4,2 metri e alti 7,05 metri. Nei due piani superiori avevano la stessa larghezza ma erano leggermente più bassi, 6,45 metri.
A differenza dei primi tre, il quarto piano non era realizzato con archi e colonne, ma piuttosto con lastre piatte, che fornivano accesso agli sforzi di pulizia di cui sappiamo essere stati decorati con incisioni e inserti di azzurrite e bronzo.Il Colosseo aveva due ingressi principali: il Porta Triumphalis a nord-ovest, come suggerisce il nome, era utilizzato per le processioni trionfali attraverso le quali entravano i gladiatori nell’arena, e il Porta Libitinaria a sud-est, dedicato alla dea romana dei funerali e della sepoltura, Libitina. Questo ingresso era usato per rimuovere i corpi di coloro che erano morti sulle sabbie dell’arena.
Illustrazione della parte superiore dei tre tipi di colonne comuni nell'architettura romana: dorico, ionico e corinzio
I tre ordini di colonne nell’architettura romana.
Dentro il Colosseo
La caratteristica più distintiva del Colosseo era l’arena dove gladiatori, prigionieri, condannati e animali selvatici combattevano e morivano.
Misurava 83 metri di lunghezza e 48 metri di larghezza.
Il pavimento dell’arena era fatto di pannelli di legno, coperti da uno strato di sabbia prelevata dalla vicina collina di Monte Mario.
C’erano molte botole nel pavimento, utilizzate per introdurre e rimuovere elementi scenografici e per effetti speciali.
Era circondata da un muro alto 3 metri che portava al primo livello di sedili.
Il muro dell’arena era fatto di blocchi di pietra rossa e nera, in netto contrasto con il resto dell’edificio che era intensamente bianco, riflettendo ciò che accadeva sul pavimento dell’arena.
Attorno all’arena si trovavano le terrazze o gradinate, collettivamente note come cavea. La cavea era divisa in tre livelli che riflettevano le classi sociali della società romana.
Dal basso verso l’alto, podium, gradatio e porticus. I posti più vicini all’arena, il podium, erano riservati ai romani di più alto status, come senatori e funzionari di alto rango. Salendo più in alto nella cavea, si incontravano persone di status sociale sempre più basso, con il livello superiore occupato ancora da cittadini romani, ma da quelli più poveri.
I posti erano fatti di pietra di travertino e ogni sedile misurava circa 40 centimetri di larghezza. I partecipanti più ricchi portavano cuscini da posizionare sui propri posti. Si stima che il Colosseo potesse ospitare fino a 80.000 spettatori.La cavea era divisa orizzontalmente anche dagli accessi per il pubblico; scalaria, scale che conducevano alle tribune, e vomitoria, passaggi che conducevano all’esterno. Contrariamente alla credenza popolare, i vomitoria non erano spazi per vomitare. Il nome si riferisce all’azione di far uscire rapidamente persone, spettatori, da un luogo, ma non i contenuti dei loro stomaci.
Il Colosseo sotterraneo
Mentre la caratteristica più distintiva del Colosseo era l’arena, la sua parte più importante era l’ipogeo, la sua area sotterranea.
L’ipogeo era una rete di tunnel e camere distribuiti su due livelli, dove i gladiatori e gli animali erano tenuti prima di apparire nell’arena sopra.
Non faceva parte del progetto originale concepito da Vespasiano e suo figlio Tito. Fu aggiunto dopo che l’edificio era stato già inaugurato nell’80 d.C. su ordine del loro successore, l’imperatore Domiziano.
80 pozzi verticali collegavano l’ipogeo all’arena sopra. Gladiatori e animali potevano accedere all’arena tramite questi pozzi.
Alcuni di questi pozzi incorporavano un sistema di grandi piattaforme mobili, chiamate hegmata. Queste venivano utilizzate per spostare bestie grandi come elefanti su e giù.
L’ipogeo era collegato all’esterno tramite una rete di tunnel sotterranei, come quelli che portavano ai dormitori dei gladiatori e alle vicine stalle dove gli animali venivano tenuti.
Il Colosseo aveva un tunnel di accesso privato per l’imperatore, così che potesse entrare e uscire dall’edificio in sicurezza, evitando la folla.
Con la costruzione dell’ipogeo, divenne impossibile allagare l’arena e quindi organizzare naumachie (battaglie navali simulate) nel Colosseo. Due erano state tenute prima della sua costruzione.L’intrico di camere e passaggi dell’ipogeo è ora scoperto e può essere osservato dall’alto, e visitato durante i tour guidati del Colosseo.
POMPEI - Da Callimaco di Cirene 310 avanti Cristo-Alessandria di Egitto 235 avanti Cristo Inno ad Apollo:
"Come si è mosso, agitandosi, il ramo di lauro di Apollo, come l'intera dimora.
Lontano, lontano il malvagio!
Si, con il piede gentile è il Radioso ad avere urtato il battente...oh, non vedi? La palma di Delo ancora oscilla, soave..." Dalle " epistulae" tra Plinio il giovane e Tacito riguardanti l'eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo e la morte conseguente di suo zio avvenuta circa 20 anni prima: "Partito lo zio consacrai tutto il mio tempo allo studio, quindi al bagno, la cena e a un sonno inquieto e breve. Già da giorni v'erano state, come accompagnamento,delle scosse di terremoto senza che però vi si facesse gran caso poiché in Campania sono frequenti. Ma quella notte non soltanto ogni cosa si era mossa ma addirittura rovesciata". Queste lettere, scritte da un testimone oculare di uno tra gli eventi sismici mai avvenuti, Plinio il giovane, anche se da Capo Miseno a Pompei vi sono quasi 30 chilometri di distanza, sono considerate fondamentali per la comprensione della eruzione e sono state studiate attentamente dai moderni vulcanologi. Le scosse sismiche furono frequenti sia prima che dopo l'eruzione e accompagnate da crolli e distruzioni e incendi che resero ancora più difficile la fuga dei cittadini di Pompei già folli di paura e molti di questi, come poi è stato riportato alla luce, furono le vittime dei crolli mostrando lesioni devastanti in tutto lo scheletro. Una fu probabilmente di incalcolabile intensità quando, al culmine dell'evento, una porzione del Vesuvio precipitò dando origine alla attuale caldera. Ora è il caso di fare un salto al MANN di Napoli dove è esposta una statua bronzea raffigurante il Dio Apollo in procinto di scagliare una freccia, conosciuta per questo come "l'Apollo saettante", statua che fu trovata in più frammenti, tra il 1817 e il 1818 in diverse zone di Pompei, tra il foro e le mura settentrionali, un magnifico bronzo alto più di un metro e mezzo e del peso di 180 chili che si pensa potesse far parte del gruppo statuario insieme alla Diana saettante, sua sorella, collocato nel tempio pompeiano a Lui dedicato. A quel tempo si riteneva potesse fare parte del bottino di guerra riportato in patria dal generale romano Lucio Mummio Acaico, dopo avere saccheggiata la città di Corinzio intorno al 146 avanti Cristo, quando domo' la ribellione della Lega Achea, in quanto all'interno del santuario vi compare una sua dedica. Ma ora si ritiene più probabile sia una copia romana realizzata poco prima della eruzione, probabilmente qualche decennio prima, forse intorno al 100 avanti Cristo Come già detto era divisa in più parti proprio in quanto il santuario era crollato durante l'eruzione in seguito alle scosse sismiche descritte da Plinio il giovane, quindi fu subito restaurata dopo il recupero delle parti mancanti: il piede destro, la mano destra e parti del braccio sinistro. In questa fase la statua bronzea fu riassemblata intorno a una armatura interna e alcune parti mancanti furono appositamente forgiate con metallo moderno ma una successiva operazione di restauro, avvenuta tra il 2009 e il 2010, presso la villa Getty ha permesso di fugare ogni ragionevole dubbio sulla sua origine...con ogni probabilità fu forgiata nella medesima bottega dalla quale proviene sua sorella, la Diana saettante. Il suo volto è concentrato e deciso mentre è intento a tendere l'arco infallibile, una superba replica in bronzo fuso a cera persa. L'epiteto "saettatore" deriva dalla sua straordinaria abilità nel lanciare frecce a distanze impossibili a un essere umano e con un precisione incredibile ma, come nel caso di ieri quando abbiamo parlato dell'Aplu etrusco di villa Cassarini, nella acropoli di Felsina può anche proteggere e guarire...
o uccidere
Un altro epiteto con cui è conosciuto è Febo, che significa splendente e luminoso e fa riferimento alla sua connessione con il sole in quanto, soprattutto a partire dal V secolo a.C, fu idealizzato anche come Helios, il Dio del Sole
È un Dio bellissimo e fatale, patrono delle Muse ma ancor più in grado di apportare pestilenze e malattie volendo, difatti la sua sfera di influenza si estende anche alla medicina...suo figlio non per nulla si chiama Asclepio. Guarda il suo Viso, oh mortale...e gioisci e temilo! * MANN di Napoli
ROMA - le vestali
ROMA - La gens Julia fu una delle più antiche famiglie patrizie romane, indubbiamente di origini albane, e secondo la tradizione aveva origini da Troia, vantando la sua discendenza da Iulo (o Ascanio), figlio di Enea e fondatore della città di Alba Longa sui Colli Albani (Castel Gandolfo). Fu infatti una delle gentes che Tullo Ostilio accolse a Roma dopo la distruzione di Albalonga. In considerazione della sua remota antichità dovrebbe essere ricompresa tra le gentes originarie di Roma ricordate dallo storico Tito Livio, mancanza che dovette pesare non poco a Caio Giulio Cesare che molto insistette sulle fatali origini della sua gens.
ROMA - Romolo (753-715 a.C.), la cui storicità è forse da rifiutare poiché sarebbe, secondo alcuni, solo il fittizio eroe eponimo della città di Roma; non manca però chi, anche recentemente, sulla scorta degli scavi archeologici sul colle Palatino – ove la città romulea sarebbe sorta – ne ripropone una possibile dimensione storica. - Numa Pompilio (715-676/672 a.C.), al quale è attribuita l’istituzione di numerosi sacerdozi e pratiche religiose, che gli sarebbero state ispirate dalla ninfa Egeria; anche per lui, come per il suo predecessore, la sovrapposizione storia-mito appare evidente: dopo Romolo, re latino, feroce difensore della città da lui fondata, la tradizione ha voluto porre un re sabino, pio, che avrebbe incivilito la tempra guerriera del popolo romano. -Tullo Ostilio (673-641 a.C.), re bellicoso, che distrusse Alba Longa e combatté contro i sabini. Creò la Curia Hostilia, primo senato di Roma, precedentemente i senatori si riunivano all’aperto nel Forum dell’ Urbe! -Anco Marzio (640-616 ca. a.C.), noto per aver fatto costruire il porto di Ostia (che però l’archeologia sembrerebbe datare in epoca successiva) e aver conquistato numerose città latine, i cui abitanti vennero trasferiti a Roma. – Lucio Tarquinio Prisco (616-578 a.C.), di origini etrusche (fu forse un lucumone originario di Tarquinia), famoso per i suoi successi militari contro le popolazioni confinanti, e per aver fatto costruire numerosi edifici pubblici; con lui ebbe inizio la dominazione etrusca di Roma. -Servio Tullio (578-535 a.C.), etrusco, eresse e poi ampliò le mura della città e introdusse, secondo la tradizione, una riforma militare rendendo i legionari romani degli opliti greci; rappresenta, forse, una temporanea interruzione della dominazione etrusca, anche se c’è chi ha visto in lui la figura del condottiero Mastarna propria della tradizione etrusca. - Tarquinio il Superbo (534-510 a.C.), che la tradizione dipinge come un tiranno; la sua cacciata coincise con la fine della dominazione etrusca e con l’inizio dell’Età della Repubblica.
REPUBBLICA - La Repubblica significa ritorno del potere al pubblico, potere al popolo. la Repubblica inizia quando finisce una dittatura con la cacciata o morte del dittatore, di una tirannia con la cacciata o morte del tiranno.
ROMA - Chi ha fatto costruire il Foro Romano ? Fu il più antico luogo di riunione del Senato romano, costruito nel Comizio, entro l'area del Foro, edificato dal terzo re di Roma, Tullo Ostilio. Essendo area sacra, era orientata sui punti cardinali, un'aula rettangolare con l'asse maggiore in direzione nord-sud. Il Foro Romano fu costruito nel VII secolo a.C. e fu il centro politico e sociale di Roma per molti secoli. Qui si svolgevano le attività pubbliche, le cerimonie religiose e le attività commerciali.
ROMA - Uomo politico e generale romano (138-78 a. C.). Iniziò la carriera agli ordini di C. Mario, distinguendosi nella guerra giugurtina (107) e in quella cimbrica (101); altri successi colse in seguito nella guerra sociale (90-89). Console nell'88, per reprimere i tentativi, che a lui e al ceto dominante parevano rivoluzionarî, di C. Mario e P. Sulpicio Rufo, marciò su Roma con le sue legioni e fece approvare un complesso di leggi conservatrici che nel loro insieme, contro l'evoluzione economico-sociale in atto, riaffermavano il predominio senatorio nello stato. Silla è stato un generale romano. Ma, allontanatosi Silla da Roma per combattere in Asia Mitridate VI Eupatore re del Ponto (e in questa campagna S. colse grandi successi vincendo a Cheronea e ad Orcomeno e costringendo Mitridate nell'85 alla pace di Dardano), i democratici ebbero di nuovo il sopravvento, prima con C. Mario, poi, morto questo (86), con L. Cornelio Cinna, console nell'86. Roscio, attore latino menzionato nell'Enciclopedia Treccani, che fu uno schiavo liberato da Silla e divenne un famoso attore romano.
ROMA - i colli Albani derivano dal nome Alba longa l' antica città degli Albani. Gli Iulii esisttettero anche in un primo periodo a Boville, come risulta dall'iscrizione di un altare posto nel teatro della città in cui si parla delle offerte sacrificali dei Iulii, in accordo con la Lege Albana e i riti albani. La connessione degli Iulii a Boville è implicata anche al sacrario, o cappella, che l'imperatore Tiberio dedicò alla gens iulia in quella città, e in cui venne posta la statua di Augusto. Enea era il figlio di Venere e di Anchise e secondo alcune tradizioni Iulio era figlio di Enea e della sua moglie troiana, Creusa, mentre Ascanio sarebbe stato il figlio di Enea e di Lavinia, figlia del re dei Latini, chiamato Latino.
romanoimpero.com: VELABRUM - VELABRO
ERCOLE - Eracle ed Ercole - A questa decima fatica s’ispirano anche i romani che, sembra, dell’eroe erano venuti a conoscenza tramite gli etruschi. Ancor prima della nascita di Romolo e Remo, Eracle giunge infatti nelle terre laziali, dove semina il terrore l’ennesimo gigante, Caco. Mentre l’eroe dorme – narrano Virgilio, Tito Livio, Orazio e perfino Dante –, Caco gli ruba i buoi. Destatosi, Eracle l’insegue, lo stana e l’uccide. Finalmente libera da un simile pericolo, la popolazione l’acclama e gli dedica un’ara nel Foro Boario, il futuro tempio di Ercole Vincitore, o Invitto. Eracle, ora Ercole, diviene quindi oggetto di onori anche presso i romani, che lo festeggiano il dodici agosto, suo presunto giorno di nascita, e attorno alla sua figura istituiscono una serie di lunghi rituali.
ROMA - Il Foro Boario era la zona destinata al mercato del bestiame compresa tra il Tevere, il Campidoglio, il Palatino e l'Aventino. Secondo la leggenda Ercole, giunto nella zona del foro Boario con i buoi di Gerione, sarebbe stato derubato di questi dal gigante Caco, che abitava in una grotta alle pendici dell'Aventino. Il Foro Boario (in latino Forum Boarium o Bovarium) era un'area sacra e commerciale dell'antica Roma collocata lungo la riva sinistra del fiume Tevere, tra i colli Campidoglio, Palatino e Aventino, che prese il nome dal mercato del bestiame che vi si teneva.
VINO - VINUM VITA EST. NEL VINO E' LA VITA
IL VINO NELLA ROMA ANTICA
Nei primi tempi, il vino proveniva dai vigneti situati presso le zone paludose e dai colli del Lazio. Le vigne erano basse fin quasi a terra, non avevano sostegni e producevano un vino scadente. A testimoniare il ruolo ancora non centrale del vino nella vita dei Romani, era il fatto che le prime libagioni di Romolo, in forma di offerte sacrificali di sostanze liquide, furono compiute con il latte e non con il vino. Solo in seguito il vino fu usato nei riti con sacrifici: in tal caso, esso non doveva essere stato prodotto da acini pigiati da piedi recanti ferite, né da viti non potate, colpite da fulmini o nei cui pressi fosse avvenuta un’impiccagione. Tutto questo era sacrilego.
In origine, alle donne era vietato bere il vino e accedere alla cantina. Per questo, il marito poteva esercitare lo ius osculi, cioè il diritto di bacio, pratica in uso nelle famiglie più illustri, per controllare che l’alito della moglie non odorasse di vino. Roma, nella coltivazione delle viti, subì l’influenza degli Etruschi e dei Greci. Gli Etruschi coltivavano la vite già prima dell’arrivo dei Greci e, grazie alla domesticazione delle viti selvatiche tramite supporti lignei, ottenevano vini di migliore qualità. Nel periodo della colonizzazione greca, tra i secoli VIII e VI a.C., si ebbe la diffusione del culto di Dioniso, dio protettore della viticoltura, che dagli Etruschi passò ai Romani con il nome di Bacco. Questi due popoli contribuirono a creare una diversificazione delle piante e dei vitigni, con ripercussioni che si avvertono ancora oggi: alcuni vitigni sono ritenuti i diretti discendenti di quelli dell’antica Roma.
L’Italia, in epoca romana, aveva una supremazia così grande nella viticoltura che, con questa sola risorsa, si arricchiva più di quei paesi esportatori di costosissimi profumi. Plinio censì ottanta qualità di vino, di cui due terzi prodotte in Italia. Nella prima metà del II sec. a.C., scrisse Catone nel De Agricoltura, il vigneto è ormai la coltura più diffusa. La sua gestione non è più familiare, ma altamente professionale: i vigneti sono aziende agricole efficienti e ben strutturate, che dispongono mediamente di un territorio coltivabile di 200 ettari e di molti schiavi organizzati in maniera quasi militare, costretti a lavorare all’interno di un preciso e sistematico processo produttivo.
Il vino si impose come la bevanda più importante sulle tavole di ogni cittadino romano, che a volte alzava troppo il gomito. Plinio definì il vino: «Un prodotto destinato a far perdere all’uomo la ragione rendendolo furioso, causa di mille delitti, così allettante che tanta gente non conosce alcun altro valore nella vita (…)».
Gli eccessi non erano rari e se ne incentivava il consumo: stimolando artificialmente la sete, mangiando cibi salati; organizzando gare con premi assegnati a chi beveva di più; ingerendo la velenosa cicuta, di cui il vino era considerato l’antidoto. Alcuni, ormai preda dell’alcol, non controllavano più le parole: c’era chi faceva testamento davanti a testimoni e c’era chi invitava a cena ospiti non desiderati. Al mattino, ci si svegliava con la bocca impastata e l’alito pesante, cui si poteva rimediare masticando delle pastiglie profumate.
Ma non erano soltanto gli uomini a bere; il vino mischiato con l’acqua veniva fatto bere come corroborante perfino ad alcune bestie da soma, come buoi surriscaldati e cavalli magri.
I Romani non bevevano mai vino puro, e chi lo faceva era considerato un ubriacone; esso veniva allungato con l’acqua, consentendo di berne in grande quantità. Si ricavava il vino anche da fichi, datteri, carrube, pere, mele, corniole, mirto, nespole, sorbe, more secche, pinoli.
Molto spesso veniva aromatizzato con le numerose spezie e altri prodotti disponibili sul mercato: mirra, nardo, calamo, cannella, cinnamomo, zafferano, palma, asaro, alloro, miele, datteri, pepe, chiodi di garofano, zenzero, ambra, resina, muschio, susina. Molto usato era anche il finocchio, e lo fu anche con il passare dei secoli: in epoca moderna, verrà utilizzato per mascherare il sapore del vino andato a male. Da questa abitudine nasce la parola infinocchiare.
Tratto dal libro: Passioni e divertimenti nella Roma Antica
Fonti storiche:
Plinio il Vecchio, Naturalis historia, libro XIV, 13.
Plinio il Vecchio, Naturalis historia, libro XIV, 23.
Plinio il Vecchio, Naturalis historia, libro XIV, 13.
Plinio il Vecchio, Naturalis historia, libro XIV, 2.
Plinio il Vecchio, Naturalis historia, 13.
Plinio il Vecchio, Naturalis historia, libro XIV,28.
Marziale Epigrammi, libro I, 27.
Marziale Epigrammi, libro I, 87.
Columella, De re rustica, II, 3,2
GALENO - Galeno antico medico greco nacque nel 129 d. c. a Pergamo da una famiglia di architetti di spiccata vocazione scientifica. I suoi interessi, prima di concentrarsi sulla medicina, furono eclettici svariando dal sapere verso l'agricoltura, architettura, astronomia fino all'astrologia e alla filosofia. All'età di 16 anni avviò gli studi di medicina, che intraprese senza peraltro trascurare gli studi filosofici, divenendo per quattro anni, therapeutes (cioè "addetto" o "socio") del dio Asclepio nel tempio locale. Studiò medicina per dodici anni presso le più importanti scuole del tempo di Alessandria e Smirne conseguendo la laurea. Quando tornò a Pergamo, nel 157 d.c., lavorò come medico alla scuola dei gladiatori per tre anni, durante i quali fece esperienza sui traumi e sul trattamento delle ferite, che lui, più tardi, descriverà come "le finestre nel corpo", acquistando una vasta conoscenza nel campo della chirurgia. Dal 162 visse a Roma, dove giunse all'età di 33 anni portandovi i nuovi elementi della scienza medica di Ippocrate, ma sopratutto il medico greco in questo scrisse e operò estesamente, dimostrando così pubblicamente la sua conoscenza dell'anatomia. Uno dei suoi pazienti era il console Flavio Boezio, che lo introdusse in tribunale, dove divenne medico di corte dell'imperatore Marco Aurelio fino alla sua morte. Galeno trascorse tutto il resto della sua vita nella corte imperiale, scrivendo e conducendo esperimenti, molte delle sue opere e manoscritti furono però distrutti nel 191 dal fuoco divampato nella biblioteca del Tempio della Pace, a cui egli aveva donato i suoi scritti. Nel panorama intellettuale del II secolo d.C., Galeno rappresenta un caso eccezionale: per la sua collocazione a cavallo di scienza medica e filosofia, per la varietà dei suoi interessi e per la sua sterminata produzione letteraria. Egli seguì in parte gli insegnamenti del grande scienziato Ippocrate, fondatore della medicina-filosofia antica ma, è il primo medico “moderno” perché lascia da parte le spiegazioni filosofiche dei malanni e ne spiega scientificamente la causa avendo una profonda conoscenza della tradizione medica, dell'anatomo-fisiologia, della prognosi e dei metodi dimostrativi. Se tutto o quasi si sa in merito alla sua vita, un'alone di mistero e leggenda riguarda la sua morte che è fissata convenzionalmente intorno all'anno 200, basandosi su un riferimento del X secolo, il Lessico di Suda. Secondo il Tarikh al Hukam di Al-Qifti, scritto nel 1249, la morte di Galeno è fissata al 216 in Sicilia. "Ed è proprio sull'Isola che lo storico siciliano Michele Amari nel 1887, identifica il supposto sepolcro di Galeno alla Cannita (Misilmeri-PA) dopo la divulgazione della notizia, riportata da testi di scrittori arabi, della tomba di Aristotele sospesa tra cielo e terra a Palermo. Lo stesso viaggiatore arabo Ibn Jubayr nell’opera intitolata Rihla ricorda che Galeno è sepolto nei pressi di Misilmeri, avendo egli stesso trascorso la notte del 16 Dicembre 1184 presso il Qasr Sa'd (Castello di Bassano), e che Ibn Hawqal Al Harawi, altro viaggiatore arabo, dopo averla anch'egli vista nel 1188 la include nei luoghi da visitare in pellegrinaggio. Tale luogo gli viene additato come il supposto sepolcro di Galeno alla Cannita a Qasr Sa’d presso cui era un cimitero di venerabili musulmani." Ibn Sabbat, morto nel 1285 riporta la notizia: “Nell’isola di Sicilia è nota la tomba (qabr) di Galeno (Galinus)….., sta a sinistra di chi va da Quasr’ Al Amir ( Castello dell'Emiro - Misilmeri) verso la capitale (Palermo)”. La storia-leggenda relativa alla tomba di Galeno che circola nel paese di Misilmeri in provincia di Palermo è la seguente:"Giunto all’età di settant’anni mentre era alla corte imperiale di Roma, Galeno ebbe un misterioso sogno premonitore: “ritornare in patria” nella sua Pergamo. Sognò di volare in groppa ad una grande aquila in direzione Sud-Est, verso l’Asia Minore. Ma ad un certo punto il volatile si volle riposare un poco, e con repentino e brusco colpo d’ali, invertì la rotta, facendo perdere l’equilibrio al cavaliere. La caduta inevitabile, si concluse fra le braccia di una misteriosa divinità, che depose il medico sopra una grande perla che galleggiava nel mare Mediterraneo, l’isola di Sicilia. Galeno non credeva ai sogni, ma volle lo stesso intraprendere la via che lo portava nella sua patria, su una nave. Durante il viaggio Galeno fu colto da una grave malattia, con un’altissima febbre, proprio mentre la nave stava per doppiare l’odierno Capo Gallo in Sicilia. ll Capitano della nave, per portare aiuto all’illustre infermo, decise di cambiare rotta e approdare nel porto di Panormus, per sbarcare il febbricitante Galeno e affidarlo alle cure dei medici del luogo. Appena in città si seppe la presenza di un personaggio così illustre, furono molte le locali famiglie dei patrizi palermitani che si contesero l’onore della ospitalità. Galeno ed il seguito accettarono quella del Signore Francesco di Maredolce, che aveva il suo Castello nella periferia della città. Una mattina di quel Giugno il grande medico fu trovato morto dai suoi assistenti e dalla servitù del signore di Maredolce. Il signore di Maredolce decise si farlo tumulare in una sepoltura gentilizia sul colle di Bassano, proprio dove oggi sorge l'area cimiteriale della Cannita nei pressi di Misilmeri. Solenni funerali accompagnarono nella tomba Galeno. Il carro funebre – sostengono alcuni cronisti del tempo – dopo un percorso di alcune miglia venne lasciato proseguire verso l’interno, in direzione del Castello che sorgeva sul colle Bassano, dove il Principe di Maredolce aveva fatto erigere una artistica sepoltura gentilizia. È probabile che questo luogo, ancora avvolto nel mistero, sia stato venerato per molto tempo. Anticamente, la popolazione locale, nei primi di settembre, si recava in zona, vicino la fonte dell'indemoniata (la cuba araba) a rendere omaggio presso un cumulo di pietre che si pensa fosse proprio quello che era rimasto della tomba di Galeno distrutta dai saraceni. Attualmente l'area presa in esame combacia con la descizione fatta da Ibn Jubayr, localazzabile nell'ex via consolare romana Valeria Pompeia, per chi da Misilmeri andava verso Palermo tra il colle di Bassano e la parte più a valle denominata "zotta o spartenza dei Morti" (area cimiteriale). Il castello di Bassano invece non esiste più perché nei decenni l’area è stata stravolta da una cava di pietra e in parte dal passaggio della scorrimento veloce Palermo-Agrigento denominata SS 121. Il Comune di Misilmeri ha reso omaggio al medico greco intitolandogli una via nella frazione di Portella di Mare, e facendo realizzare per la nuova aula consiliare nel 1985 dal Prof. Perret un busto bronzeo con le sue presunte sembianze, simbolo di eterna sapienza e saggezza. * Marco Giammona aprile 2022
ROMA - Durante l'epoca di Teodorico, dal 493 al 526, Roma visse un periodo di pace, governata dal cancelliere Cassiodoro, mentre il Re risiedeva a Ravenna. Mentre i monumenti cittadini subivano un inesorabile e irrimediabile degrado, tanto da alimentare un mito nostalgico dell'antica Roma (Teodorico stesso si fece mandare colonne e marmi dei palazzi imperiali). Di rilievo fu l'iniziativa di Papa Felice IV (526-530), che decise di rompere la stasi facendo edificare una chiesa nel centro del foro romano, la Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, tramite il riutilizzo di parti di edifici preesistenti quali la sala delle udienze e la biblioteca del Tempio della Pace e il vestibolo di Massenzio. Si trattava di una rottura della stasi edilizia nel Foro durata più di due secoli e sanciva la continuità tra tradizione classica e cristianesimo in un luogo altamente simbolico. Il grande mosaico del catino absidale rappresenta Cristo tra i Santi Cosma e Damiano e rispetto al mosaico di Santa Pudenziana (fine del IV, inizio del V secolo) mostra il passaggio a una rappresentazione più irreale, simbolica e soprannaturale, con il Cristo nell'atto di scendere da una cortina di nuvole infocate disposte in scorcio, che forma un rigido schema triangolare, come se stesse dirigendosi verso l'osservatore. La scena rappresentata è quella della Parusia, cioè la seconda venuta di Cristo profetizzata nell'Apocalisse di Giovanni. È un tema che molta influenza ebbe nella successiva decorazione musiva delle chiese romane specie durante la cosiddetta rinascenza carolingia dove il tema della parusia (e in generale la profezia apocalittica) fu ampiamente ripreso: si veda in particolare il ciclo musivo di Santa Prassede. In ogni caso il mosaico di Cosma e Damiano, coerentemente al fatto che a Roma la tradizione classica offriva ancora modelli su cui confrontarsi, mostra un senso plastico ed una caratterizzazione delle figure più sviluppati dei coevi mosaici bizantini. In questo senso è da notare anche il fatto che sono rappresentate anche le ombre proiettate dalle figure, particolare che scompare nei mosaici romani posteriori, mentre lo sfondo è blu cobalto non in oro. Dopo la conquista di Roma durante le guerre gotiche (552), la città toccò il minimo storico di abitanti (30.000), entrando nel periodo più buio della sua storia. Inizialmente i bizantini si preoccuparono di restaurare le opere pubbliche di necessità immediata, quali mura, acquedotti, e ponti legati alle vie consolari. La cristianizzazione del centro proseguì con l'apertura di chiese in edifici pubblici o la riconversione di templi come il Pantheon, consacrato nel 609, o il Tempio della Fortuna Virile, divenuto tra l'872 e l'882 chiesa di Santa Maria in Gradellis. Dall'aula di rappresentanza dei palazzi imperiali venne ricavata la chiesa di Santa Maria Antiqua, coperta da una frana nell'847 e riscoperta solo nel Novecento, con importante tracce di un ciclo di affreschi databile con notevole precisione grazie ad iscrizione ed altre fonti. Se fino alla fine del V secolo l'arte romana (soprattutto paleocristiana) seguì uno sviluppo autonomo, costituendo semmai essa stessa un modello, per molti artisti bizantini, a partire dal VI secolo a seguito della liberazione giustinianea della città dal giogo gotico e ancor più nei due secoli successivi, conviveranno nella Città eterna sia influssi strettamente romano-orientali, sia stimoli verso il classicismo. Se il mosaico del catino absidale di Sant'Agnese fuori le mura (625-638) presenta tre figure isolate, altamente simboliche e immateriali, circondate da un abbagliante fondo oro, gli affreschi della Cappella di Teodoto (un alto funzionario) presso Santa Maria Antiqua mostrano influenze dalla Siria e dalla Palestina, con un uso semplice del colore e del disegno, ma altamente efficace. Nello stesso arco di tempo si colloca la decorazione della cappella di San Venanzio (databile alla metà del settimo secolo) presso il Battistero Laterano. La cappella mostra richiami alla decorazione della Basilica di San Vitale a Ravenna, specie nella disposizione paratattica del corteo di santi, affine alla celeberrima rappresentazione della corte di Giustiniano. Altro elemento bizantino è la rappresentazione nel catino della Vergine orante del tipo iconografico della Aghiosoritissa. Ci restano di quel periodo anche una serie di icone sparse in varie chiese: una Madonna al Pantheon datata 609, o la Madonna Theotokòs di Santa Maria in Trastevere (datazione incerta tra il VI e l'VIII secolo) con una rigida frontalità e colori smaglianti messi in relazione con il primo strato di affreschi di Santa Maria Antiqua.
ROMA - Le strade romane: Il sistema viario che unì un impero. Sapevi che l'Impero Romano costruì oltre 400.000 chilometri di strade, collegando la Britannia al nord Africa e la Spagna alla Mesopotamia? Queste vie non furono solo un miracolo di ingegneria, ma anche il segreto del successo militare, economico e culturale di Roma. Le strade romane, come la famosa Via Appia (312 a.C.), erano progettate per durare. Costruite con strati di pietra, ghiaia e sabbia, avevano una larghezza di 4-6 metri e fossati di drenaggio ai lati per prevenire allagamenti. Ogni miglio romano (1.480 metri) era segnato con una pietra miliare che indicava la distanza da Roma, il centro dell'impero. Queste rotte non solo permettevano il rapido movimento delle legioni (un esercito poteva marciare 40 chilometri al giorno), ma facilitavano anche il commercio. Ad esempio, la Via della Plata in Spagna trasportava argento, oro e altre risorse verso Roma. Inoltre, le strade erano un simbolo di unità: collegavano città, templi e mercati, diffondendo la cultura romana in tutto l'impero. Oggi, molte di queste strade sono ancora in uso, testimoniando l'ingegneria e la visione dei romani.
PIRRO - #Pirro re dell'#Epiro, un regno ellenistico corrispondente a parti dell'#Albania meridionale e della #Grecia nord-occidentale, era un tipo tosto: guerriero abilissimo, generale brillante, un po’ megalomane (ma con stile). Nell’antica Grecia era considerato quasi un secondo #Alessandro #Magno — e non solo per l’ambizione. Adorava le campagne militari come altri amano il buon vino: mai sazio, sempre alla ricerca della prossima sfida. Il suo momento di gloria arrivò quando #Taranto, la maggiore città della Magna Grecia, minacciate da Roma, lo chiamò in aiuto. Pirro non si fece pregare: attraversò il mare con un esercito di veterani, elefanti da guerra (che per i Romani erano una novità assoluta) e una fiducia sconfinata. Nel 280 a.C. a Eraclea sbaragliò i nemici. Nel 279 a.C. ad Ascoli Satriano vinse di nuovo. Ma ogni volta… a un costo terribile. Le sue truppe, poche e preziose, si assottigliavano. Ed ecco la frase passata alla leggenda: “Un’altra vittoria come questa, e sono perduto.” Perché sì, Pirro aveva battuto Roma due volte, ma Roma aveva un vantaggio spaventoso: poteva rimpiazzare uomini e risorse quasi all’infinito. Lui no. Alla fine, esasperato e con l’esercito logorato, lasciò l’Italia per nuovi fronti (perché il dramma non gli bastava mai). Morì anni dopo in Grecia, in modo piuttosto… anticlimatico: durante l'assedio di Argo, in una battaglia per le strade della città, una vecchia gli lanciò in testa una tegola! Oggi il suo nome sopravvive non per le sue vittorie, ma per il loro prezzo: il promemoria che a volte vincere può essere la forma più elegante… di perdere.
ROMANO - L'Impero romano (in latino Imperium Romanum) è lo Stato romano consolidatosi nell'area reuro-mediterranea tra il I secolo a.C. e il IV secolo. Le due date che generalmente identificano l'inizio e la fine di un'entità statuale unica sono il 27 a.C., primo anno del principato di Ottaviano, con il conferimento del titolo di Augusto, e il 395, allorquando, alla morte di Teodosio I, l'impero viene suddiviso in una pars occidentalis e in una orientalis. L'Impero romano d'Occidente si fa terminare per convenzione nel 476, anno in cui Odoacre depone l'ultimo imperatore legittimo, Romolo Augusto. La vita dell'Impero romano d'Oriente si protrarrà invece fino al momento della conquista di Costantinopoli da parte degli Ottomani nel 1453.
ROMANO - La storia dell’Impero Romano è cronologicamente databile nel periodo compreso fra il 27 a.C. ed 476 d.C e si suddivide al suo interno in “Alto Impero”, nel periodo che va dal governo di Augusto a quello di Diocleziano e “Basso Impero”, e cioè il periodo che si concluderà con la caduta dell’Impero Romano D’Occidente. L’Impero è quel sistema politico in cui il potere è nelle mani di una sola persona: l’Imperatore. Tale sistema fu inaugurato da Augusto, quando l’Impero Romano raggiunse il periodo storico di maggior espansione. Il termine imperatore, deriva dal latino imperator, e che significa “imperare, comandare”, rappresentando dunque il potere dei generali vittoriosi, acclamati dai suoi soldati e dal senato e per questo proclamati “imperatori”. Scopriamo insieme il successo e la storia dell’impero romano sino alla sua fase di declino. Il periodo imperiale si può dividere storicamente in due fasi: Una fase di prosperità e splendore (fino al II secolo d. C). Una fase di profonda crisi (a partire dal III secolo d.C). Sebbene alcuni storici facciano risalire le origini dell’Impero Romano al 49 a.c. con la dittatura da parte di Gaio Giulio Cesare, la vera e propria data di fondazione dell’impero Romano è la salita al potere di Ottaviano, con il nome di Augusto nel 27 a.C. Il termine augusto deriva dal latino “augere” che significa “accrescere”, proprio per indicare la superiorità morale dell’imperatore e la sua capacità di portare ricchezza allo Stato. Da quel momento, a ogni imperatore verrà attribuito l’appellativo di “Augusto”. È però Tito Flavio Vespasiano ad assumere formalmente la carica di Imperator.
TIBERIO - L’imperatore Tiberio è una delle figure più cupe e controverse della storia romana. Dietro l’immagine di un uomo colto, abile comandante e politico scaltro, si nascondeva un animo tormentato, segnato da diffidenza, paranoia e una crudeltà che negli ultimi anni della sua vita divenne leggenda nera. Dopo aver lasciato Roma per ritirarsi a Capri, Tiberio trasformò la splendida Villa Ionis (lo so, dovunque è citata come Villa Jovis, ma la filologia ha dimostrato che è un emendamento successivo) in una sorta di prigione dorata e, secondo le fonti antiche, anche in un teatro di eccessi e perversioni.
Gli storici come Svetonio e Tacito raccontano che l’imperatore, ormai disilluso e disgustato dalla corte e dal Senato, si abbandonò a piaceri degradanti e a punizioni feroci, circondandosi di giovani schiavi e cortigiani pronti a soddisfare ogni sua voglia o capriccio. Stuprava giovincelli persino sugli altari degli dèi, addestrava neonati a fargli cose troppo vergognose per essere riferite qui, insidiava matrone rispettabili e le stalkerava fino a spingerle al suicidio...
Le voci del tempo descrivono una corte isolata dal mondo, dove la paura e la sottomissione erano legge. Chi osava opporsi alla volontà del principe veniva eliminato con crudeltà esemplare: esecuzioni, torture e confische erano strumenti abituali del suo governo. Molti senatori furono accusati di tradimento sulla base di sospetti infondati o di delazioni interessate, e l’ombra della repressione politica divenne un incubo costante a Roma. Nel frattempo, a Capri, la decadenza morale toccava livelli impressionanti.
Non si può sapere con certezza quanto di tutto ciò sia vero e quanto frutto della propaganda dei suoi nemici, ma è innegabile che la sua figura resti segnata da un’aura sinistra. Le fonti antiche non risparmiano dettagli sulle sue crudeltà: persone gettate dalle scogliere dell’isola, corpi torturati per divertimento, condanne arbitrarie pronunciate solo per sospetto o noia. Il potere assoluto, unito alla solitudine e alla paranoia, fece di Tiberio un uomo distante dall’umanità comune, quasi un dio oscuro che decideva della vita e della morte con indifferenza glaciale.
Quando morì, nel 37 d.C., molti accolsero la notizia con un senso di liberazione. Roma respirò di nuovo, come se si fosse tolta di dosso un incubo. Ma la leggenda di Tiberio rimase, un monito sul lato oscuro del potere e su quanto la mente di un uomo, anche il più intelligente e potente, possa corrompersi quando è lasciata sola a se stessa, senza limiti, senza affetti e senza pietà.
VIRGILIO - Così come è, e come è sempre stato, le scelte ci orientano verso una storia che chiede di procedere avanti (sic!), ubbidendo all’istinto, o al sogno, di fondare qualcosa di grande. Ma è una storia sempre sul punto di non determinarsi. Chi ci indica la strada? Dobbiamo lasciarci governare dal Fato, se un Fato esiste? Così, però, la libertà di scegliere si appannerebbe... Ebbene, questa è la storia di Enea, la storia di un profugo di guerra, che volle oltrepassare la nefandezza della violenza, ma fu violento, la bruttura della morte, lui che uccise e che scese a visitare personalmente la morte nell’Ade; la storia di chi lottò per imporre il suo destino su quello degli altri, coscientemente insensibile, per arrivare a mettere la radice del nuovo popolo che cercava in lui la strada. --- Nell’Eneide di Virgilio c’è molto delle due grandi opere di Omero, l’Eneide e l’Odissea. Infatti i rimandi ai capolavori omerici sono moltissimi e diffusi in tutto il poema. Il poeta romano con la sua opera capovolge però il sistema, “la direzione” del lavoro di Omero. In primis Virgilio mette prima il viaggio e poi la guerra, al contrario di quello che aveva fatto in precedenza l’autore greco che narra inizialmente la battaglia di Troia e poi il viaggio del famoso eroe noto per l’astuzia e l'acuta furbizia. Poi se nell’Eneide, Enea compie un viaggio che lo porterà alla fondazione, alla costruzione di una nuova vita in un posto sconosciuto, Ulisse nell’Odissea naviga per ritornare nella sua casa, in un posto che già conosce. Con l’Iliade la guerra segnava la fine della città di Troia, Enea con la battaglia contro Turno segna un nuovo inizio e riconsegna una nuova terra ai troiani. --- L'Eneide è un'opera postuma perchè fu pubblicata dopo la morte di Virgilio che non ebbe neanche il tempo di revisionarla, tant'è che 58 esametri rimasero incompleti. Virgilio aveva anche scritto nel suo testamento di distruggere l'opera qualora fosse morto prima di portarla a termine ma i suoi amici Vario Rufo e Plozio Tucca non lo fecero e così, l'imperatore Ottaviano Augusto, potè pubblicarla.
COSTANTINO - Per 700 anni il modo più illustre per un imperatore romano di affermare il proprio valore fu, senza dubbio, trionfare sul loro eterno avversario - i Persiani! Prima di morire, Costantino il Grande aveva “iniziato i preparativi per una grande campagna contro la Persia... Le ragioni dichiarate restano oscure, ed è probabile che il movente principale fosse l’antico e nobile desiderio di conquistare la gloria sconfiggendo il più grande fra tutti gli stati stranieri, i Sasanidi — una gloria ben più pura rispetto a quella ottenuta con i suoi successi nelle guerre contro i propri fratelli Romani.” Tuttavia, Costantino non ebbe mai l’occasione di coronare il suo nome con questa vittoria suprema. Si spense nel maggio del 337 d.C., prima che la campagna avesse inizio. * Adrian Goldsworthy
PANTHEON - Il #Pantheon originale venne danneggiato e infine distrutto da due incendi. Fu allora che #Adriano decise di ricostruirlo, affidando l’opera ad Apollodoro di Damasco. E’ possibile che i ritardi di costruzione siano stati dovuti alle difficoltà del progetto: non solo la cupola era la più grande in calcestruzzo mai realizzata, ma perfino le colonne del pronao erano troppo grandi, tanto che ancora è possibile vedere la riduzione di grandezza di quest’ultime da 50 a 40 piedi e l’abbassamento del frontone. Il Pantheon di Adriano prevedeva dunque un edificio a pianta quadrata con una cupola enorme, posto sullo stesso asse del tempio precedente ma con l’entrata dal lato opposto e un pronao molto più pronunciato per sopperire alla forma non più rettangolare; il tempio era preceduto da una piazza porticata su tre lati e pavimentata con lastre di travertino. Il pronao è ottastilo (16 colonne, di cui 8 di granito grigio dell’Isola d’Elba e 8 colonne di Granito da Mons Claudianus in Egitto) e misura 34,2m x 15,62m, preceduto da 5 gradini. E’ alto 14,15m e i fusti delle colonne misurano 1,48m di diametro alla base. Sulla facciata il fregio riporta ancora l’antica iscrizione di Agrippa in lettere in bronzo, recuperata dal tempio precedente, mentre sotto di questa, sull’architrave, è visibile l’iscrizione del restauro compiuto nel 202 da Settimio Severo. Ma la parte più affascinante e famosa del tempio è la #cupola, dal raggio di 21,72m, mentre l’altezza massima è 43,44m, esattamente il doppio: ciò significa che il tempio conteneva virtualmente una sfera perfetta. Decorata all’interno a cassettoni e ricoperta completamente in bronzo sul tetto, presenta un foro circolare al centro, un oculo di 9 metri, che illumina il tempio; i raggi solari, il 21 aprile, giorno di fondazione di Roma, colpiscono perfettamente il portone di entrata, ancora presente. Pesante 5.000 tonnellate, fu realizzata con una tecnica particolare. Per fare in modo che non crollasse per il suo stesso peso, mano a mano che i romani progredivano verso l’alto, usavano materiali più leggeri. * Facebook
PESARO -
URBINO - L’antica Urbinum Metaurense fu importante municipio in età romana. Occupata dai Goti, assediata e presa da Belisario (538), fu poi fortificata e ingrandita da re Liutprando. Compresa nelle donazioni dei Carolingi alla Chiesa, gli Svevi la dettero in feudo comitale alla famiglia dei Montefeltro (1213). Con Guido il Vecchio di Montefeltro e i suoi successori divenne il centro di un vasto Stato che si estendeva fino a Cagli, Gubbio, Casteldurante e che nel 1443 fu elevato da papa Eugenio IV a ducato (Ducato di U.). I Montefeltro, che dominarono sulla città e sul ducato, salvo brevi interruzioni, fino al 1508, l’arricchirono di monumenti mirabili, la cinsero di mura, la dotarono di una università e di una celebre biblioteca. In mano ai Della Rovere dal 1508, all’estinguersi della dinastia nel 1631 il ducato di U. passò alla Chiesa; da quel momento la città decadde rapidamente. Presa dai Francesi nel febbraio 1797, fece parte della Repubblica romana e del Regno italico. Dopo la breve occupazione di G. Murat (marzo-maggio 1815), tornò sotto l’autorità pontificia; nel 1860 entrò a far parte del Regno d’Italia.
BARBARI - L' Italia invasa dai barbari di Alarico difesa dal romano Stlicone. Il trionfo di Stilicone su Alarico nel 403 fu seguito da una serie di disastri che culminarono nel disonore e nella morte del magister militum nel 408. L'invasione di Radagaiso alla testa della potenza combinata dei Germani (405-6), sebbene respinta da Stilicone, fu reindirizzata negli anni successivi sulla Gallia, che fu invasa e persa definitivamente dall'Impero. Stilicone non fu in grado di impedire l'usurpazione di Costantino III nell'anno successivo, che conciliò i Germani e prese così il controllo della Britannia, della Gallia, e della Spagna. Nell'anno successivo, Stilicone stesso cadde negli intrighi di Olimpio, suo rivale alla corte di Onorio, e fu giustiziato su ordine incauto di quest'ultimo.
GERMANIA - La storia della Germania è caratterizzata da una grande complessità, ed è strettamente dipendente dalla definizione politico-geografica che si vuole dare al termine stesso di "Germania". Per Gaio Giulio Cesare tutti i territori al di là del fiume Reno erano Germania, in contrapposizione alla Gallia che comprendeva i territori al di qua dello stesso fiume. In età antica dunque, la Germania era sostanzialmente un'espressione geografica che l'Impero romano non riuscì mai a dominare in maniera completa e definitiva. In particolare la disfatta di Publio Quintilio Varo nella foresta di Teutoburgo ad opera di una coalizione di tribù germaniche guidate dai Cherusci determinò la rinuncia romana alla conquista in profondità dei territori oltre il Reno.
SPAGNA - la Spagna fu conquistata dai romani. La conquista romana della Spagna iniziò nel 218 a.C. durante la seconda guerra punica e si concluse con la cacciata dei Cartaginesi e la conquista dell'intera penisola iberica, nota come Hispania, da parte dell'imperatore Ottaviano Augusto nel 16 a.C.. Questo processo di conquista portò alla romanizzazione della regione, con significative influenze culturali e strutturali che hanno plasmato la storia della Spagna. --- La conquista romana e la caduta dell'impero. L’Hispania romana --- A partire dal 201 a.C. la maggior parte della penisola iberica divenne territorio romano. I romani divisero questo territorio in 2 zone: la Hispania Citerone e la Hispania Ulteriore: queste aree, però, includevano solo l’area mediterranea e non quella interna. Tutta l’Iberia venne suddivisa in tre provincie: Betica Tarraconense, Lusitania. Quello che viene detto “processo di romanizzazione” (cioè quando lingua, usi, costumi della dell’Hispania entrarono a far parte del mondo romano) avvenne intorno al II sec. a.C. e si concluse a circa metà del I sec. d.C. In questo periodo addirittura due imperatori (Traiano e Teodosio I) erano ispanici come pure importanti filosofi e letterati quali Seneca, Lucano, Quintiliano, Marziale, Giovenco. La caduta dell’impero romano --- Il V sec. è il momento in cui l’Impero Romano incomincia a perdere il suo potere in Hispania. Durante l’inverno nel 406, i Vandali, gli Svevi e gli Alani superarono il confine romano e dilagarono nelle Gallie. Dopo tre anni superarono i Pirenei ed entrarono nella Penisola Iberica.
SPAGNA - Anche i Visigoti conquistarono la Gallia meridionale ed entrarono in Hispania fondando, poi, il regno di Tolosa. Da allora i Visigoti continuarono a penetrare in Hispania soprattutto dopo aver sconfitto i Vandali e gli Alani ed avendoli costretti a scappare in Africa. Verso l’anno 450 la presenza di Roma nella penisola era molto limitata e successivamente i Visigoti riuscirono a mandar via le ultime guarnigioni di romani presenti sul territorio (era circa il 472-476). Tra il 500 e il 510 i Visigoti spostarono il centro della loro civiltà prima a Barcino e poi a Toledo. La potenza massima raggiunta da questa popolazione fu sotto re Leovigildo che distrusse gli Svevi rimasti e cacciò i Bizantini che si erano insediati nel 500. Da 550 al 650 i Visigoti ebbero il loro periodo d’oro e fu a seguito della Battaglia di Vouillé che abbandonarono la Gallia centro-meridionale e si concentrarono nello sviluppo e unificazione della vecchia Hispania. La presenza del Mar Mediterraneo agevolò non poco quanto stava succedendo dato che facilitava gli scambi con l’impero Bizantino che condizionò, non poco, gli artisti e gli ingegneri di quel tempo.
RAVENNA - Questa non è una moneta come tutte le altre: è una moneta che celebra uno degli eventi più importanti della storia d'Italia, a lungo ritenuta tra l'altro l'unica prova certa di tale evento.
Si tratta di un "solido" d'oro di conio longobardo, di per sé una cosa estremamente inusuale: per secoli, i Longobardi (o i Franchi) non osarono quasi mai coniare questa moneta "imperiale" perché ritenuta esclusivo diritto dell'imperatore romano, quello sul Bosforo.
La moneta - in più - è coniata a Ravenna, città che da secoli era la capitale dell'Esarcato d'Italia e che - nel 751 - viene conquistata dai Longobardi di Astolfo, il Re barbuto che vi è rappresentato (sul verso si vede anche il suo monogramma). La grande "Z" sul verso indica l'anno: in greco è la settima lettera dell'alfabeto, e indica quindi la settima indizione. Questo prova che la moneta risale al 753-754. Sul dritto, a scanso di equivoci, c'è comunque la scritta in parte leggibile "DN ISTULF R": nostro signore Aistulfus, Re.
Astolfo rimase in controllo di Ravenna dal 751 al 756, quando la seconda campagna di Pipino il breve lo costrinse ad evacuarla, consegnandola ad una amministrazione papale (molto criticata a Ravenna). La conquista di Ravenna fu il casus belli che condusse i Franchi in Italia e cacciò l'Impero romano dal grosso della penisola, oltre che portare all'autonomia crescente di Venezia. E' un evento chiave della storia della penisola.
GENOVA - Una città di pietra affacciata sul mare che inventa il futuro con l’inchiostro sulla pergamena.
Nel XIII e XIV secolo, a Genova, il commercio marittimo era la grande occasione e il grande incubo. Una nave significava capitale enorme investito in scafi, merci ed equipaggi, e bastava una tempesta o una rotta di pirati per cancellare in un giorno anni di ricchezza.
Era un mondo in cui l’armatore giocava tutto su una singola traversata.
In questo contesto, i mercanti genovesi ribaltano le regole del gioco. Invece di affidare l’intero carico a un solo proprietario, iniziano a suddividerlo in molte piccole quote, come fette di una torta che tutti possono condividere.
Un ricco mercante poteva acquistare più quote, un artigiano facoltoso una soltanto, un nobile due.
Ognuno metteva una parte del capitale della spedizione e, soprattutto, rischiava solo quella parte. Se la nave non tornava, la perdita era limitata alla propria quota, non all’intero patrimonio familiare.
Quando invece la nave rientrava nel porto di Genova, carica di spezie, seta o metalli preziosi, scattava la seconda parte del meccanismo. Le merci venivano vendute e l’utile della spedizione veniva distribuito in modo rigorosamente proporzionale.
Se qualcuno possedeva il 10 per cento del carico, riceveva il 10 per cento dei profitti.
Se quella spedizione aveva generato, per esempio, un guadagno complessivo del 50 per cento, il valore della singola quota saliva nella stessa misura rispetto all’investimento iniziale. Il rischio restava contenuto, il potenziale di guadagno si moltiplicava per tutti i partecipanti.
Senza chiamarlo così, Genova aveva creato un prototipo di società per azioni.
Non esistevano ancora borse valori o certificati come quelli moderni, ma il principio era sorprendentemente simile a quello che oggi regola i mercati di Londra, New York o Tokyo. Molte persone investono in uno stesso progetto, la responsabilità è limitata al capitale conferito, i profitti vengono distribuiti secondo la percentuale posseduta.
Questo permetteva anche a un cittadino comune, con qualche risparmio, di accedere al mondo del capitale.
Non serviva essere un grande signore o un potentato: bastava poter comprare una quota e, magari, con i profitti, aumentare la propria partecipazione nelle spedizioni successive. In questo modo il denaro di molte tasche diverse confluiva sulle banchine del porto.
Genova poteva così mandare in mare più navi di molte rivali mediterranee.
Tra il XII e il XV secolo, la città divenne una delle maggiori potenze navali della regione, gestendo rotte che andavano dall’Iraq alle Isole Canarie, dal Nord Africa alla Palestina. Il Mar Nero era talmente segnato dalla presenza genovese da essere soprannominato “Lago genovese”.
Non era solo una questione di flotte ben armate, ma di un sistema che trasformava il risparmio diffuso in capacità commerciale. Più quote significavano più capitali, e più capitali significavano più vele all’orizzonte.
Questo modello, nato sulle banchine genovesi nel pieno Medioevo, viene presentato come un seme diretto del moderno mercato azionario.
Oggi le azioni sono digitali, scambiate in frazioni di secondo nelle grandi borse mondiali. Ma il meccanismo di fondo, fatto di molti investitori, rischio limitato e profitti condivisi, ricalca la logica di quelle antiche spedizioni verso l’Oriente e il Nord Africa.
Nel quotidiano dei porti, tutto questo prendeva forma nei fondaci, i magazzini affacciati sul mare.
Lì gli investitori discutevano con l’armatore la dimensione della propria quota, quanti denari impegnare, quale percentuale spettasse in caso di buon esito del viaggio. Il patto veniva poi fissato per iscritto su pergamena, grazie agli storici e agli ufficiali che registravano ogni dettaglio.
Quei documenti sono oggi materia di studio per gli economisti, che vi leggono un’anticipazione del capitalismo moderno.
Il testo sostiene che il vero motore del sistema non vada cercato in Adam Smith nel Settecento, ma in queste pratiche genovesi sviluppate quattro secoli prima. In questa prospettiva, Genova appare come una sorta di Silicon Valley del Medioevo, dove il rischio diventava opportunità collettiva.
Così, dietro ogni vela che lasciava il porto, non c’era solo un armatore, ma una folla di piccoli e grandi investitori, legati da una stessa idea: condividere il pericolo per moltiplicare le possibilità del futuro. A Genova, nel Medioevo, il carico delle navi veniva diviso in quote acquistabili da molti investitori diversi. Il rischio era limitato alla singola quota, mentre i profitti venivano distribuiti in proporzione alla partecipazione. Questo sistema contribuì alla potenza commerciale genovese tra XII e XV secolo, dal Mar Nero “Lago genovese” alle rotte verso Iraq e Canarie. I contratti su pergamena dei fondaci sono oggi studiati come prova che il capitalismo moderno affonda le sue radici nelle pratiche genovesi, molto prima di Adam Smith.
VENEZIA - I DOGI DELLA SERENISSIMA. Anno Domini 1148. Sul trono ducale della Serenissima siede Domenico Contarini, uomo di sagacia nelle ambascerie e di fermezza nelle armi.
Sotto il suo comando, la possente flotta di San Marco abbatte l’audacia dei Normanni, i quali, con nave e ferro, tentavano di soffocare il libero traffico dell’Adriatico. Così viene rinsaldata l’alleanza con l’Imperatore di Costantinopoli, presidio d’Oriente e baluardo dei commerci veneziani. Al ritorno dei Capitani da mar,Naimero e Giovanni Polani, il Doge, con sapiente opera di conciliazione, estingue le discordie tra le schiatte dei Badoer e dei Dandolo, poiché egli ben sa che dalla concordia interna nasce la forza della Repubblica. Ma più grande ancora è la riforma ch’egli pone in essere: che nessun ministro della Chiesa possa sedere in cariche di governo, e che neppure i loro consanguinei partecipino ai consigli della città. Mirabile novità, se pur cinque secoli più tardi, alla corte del Re Sole, il primo ministro sarà ancora un porporato. Con tal decreto, la Serenissima innalza il vessillo del potere laico, sciogliendo le catene del governo dalle mani dell’altare. E da quel seme germoglierà una Repubblica che non sarà retta dal ferro né dalla croce, ma dalla volontà dei suoi cittadini e dall’eterna sapienza del Leone di San Marco.
SPAGNA - Via della plata era un antico prolungameto della strada romana chiamata Via de la Plata, che univa Emerita Augusta (Merida) con Asturica Augusta (Astorga). La via si progettò agli inizi del cristianesimo approfittando di sentieri più antichi. Rientra in Galizia da A Mezquita ed è il Cammino giacobeo galiziano più lungo. Il termine "Via de la Plata" non ha a che vedere con una miniera o con il commercio di questo metallo prezioso, ma proviene dall'arabo Bal'latta, che è la parola con la quale i musulmani chiamarono quell'ampia via pubblica acciottolata dal tracciato solido, che si dirigeva verso il nord cristiano. Tuttavia, questo strada sì che venne utilizzata per il commercio d'argento americano che arrivava ai moli di Siviglia. Lungo quest'itinerario avanzò Almanzor con la sua fanteria contro Santiago nell'agosto 997. E, a quanto pare, fu su questa via che rientrarono, secoli più tardi, da Cordova a Compostela, le campane della cattedrale che proprio Almanzor si era portato in quell'occasione, restituite dopo la conquista di Cordova nel 1236. Anche dal Portogallo diversi cammini penetrarono storicamente nella provincia di Orense unendosi poi a quelli che qui descriviamo.
SCIPIONE - Il 19 ottobre del 202 a.C. #Scipione sconfiggeva #Annibale a #Zama, in Africa, ponendo fine alla seconda guerra punica: dopo più di quindici anni di guerra i romani risultavano vincitori e imponevano durissime condizioni di pace ai cartaginesi, dalle quali non si riprenderanno più.
Il giorno precedente lo scontro Annibale aveva incontrato Scipione, chiedendogli condizioni di pace, ma il comandante romano aveva rifiutato.
Scipione dopo molte sconfitte romane a opera del cartaginese e le campagne in Spagna aveva capito come affrontarlo: ribaltò contro di lui la tattica di Canne. Schierò infatti le legioni al centro, predisponendo i manipoli a far passare gli elefanti cartaginesi senza creare scompiglio, con la cavalleria romana, superiore, ai fianchi: sul suo lato destro i numidi di Massinissa, sul sinistro la cavalleria italica di Lelio.
Annibale, che aveva un lieve vantaggio numerico, invece decise di schierare sul fronte gli elefanti, con dietro la fanteria. Conscio che la sua cavalleria era inferiore, la schierò comunque sui fianchi, ma lasciò molto dietro il suo schieramento i circa 10.000 veterani della campagna d'Italia, pronti a intervenire.
Lo scontro ebbe inizio con la carica degli elefanti, che furono attaccati dai veliti e "incanalati" tra i buchi dei manipoli, disposti verticalmente e non a scacchiera, facendo sì che i pachidermi lasciassero il campo di battaglia senza creare troppi danni. Subito dopo le fanterie entrarono in contatto e la cavalleria romana ebbe velocemente la meglio, inseguendo quella nemica su entrambe le ali. Annibale decise di inviare in battaglia anche i veterani, mentre le legioni romane resistevano strenuamente, con i manipoli disposti ormai non più nel modo solito ma con i triari ai fianchi e le legioni cannensi a tenere fino alla fine il campo, non potendo tornare in Italia finchè Annibale non fosse stato sconfitto. Fu a quel punto che la cavalleria numidica e italica tornò indietro, piombando sulle retrovie cartaginesi, i quali non poterono nulla e si diedero alla fuga.
SPAGNA - Il Cammino de la Plata o Via de la Plata è uno dei percorsi più lunghi del Cammino di Santiago. È necessario passare attraverso 38 tappe attraverso la storica Via de la Plata, creata dai Romani alla fine del I secolo per raggiungere la Galizia. La Via de la Plata ti offre l'opportunità di percorrere la Penisola da sud a nord, passando attraverso alcuni dei luoghi più belli della Spagna. Città come Siviglia, Zafra, Mérida, Cáceres, Salamanca e Zamora sono alcune delle città che visiterai questa meravigliosa rotta. La Via de la Plata segue la strada che seguiva la storica strada romana che collegava Mérida con Astorga. Dato che attraversava buona parte della Spagna, da sud a nord , non sorprende che i pellegrini lo usassero per arrivare a Santiago. Nel senso storico del termine, la Via de la Plata inizia a Mérida, anche se in seguito fu estesa a Siviglia, dopo la cristianizzazione dei territori mozarabici
VISIGOTI - I Visigoti in Spagna. La nobiltà dei Visigoti praticava l’arianesimo ma tra la popolazione ispano-romana non attecchì dato il maggiore radicamento alla religione cristiana e alla Chiesa cattolica. Il re Recaredo si convertì al cattolicesimo e cercò di trovare uno stato di convivenza con gli ariani ma ciò non avvenne e passo all’esproprio forzato della Chiesa ariana a favore di quella cristiana. La conquista islamica --- Dopo la morte del re Witiza (nel 711) venne eletto re Don Rodrigo ma i figli di Witiza, che volevano come re Achila, mossero guerra a Don Rodrigo con l’appoggio degli arabi. Rodrigo venne sconfitto mentre, cercando di difendere il suo regno da alcuni attacchi baschi, si rese conto di essere invaso dagli arabi e dai sostenitori che, tradendolo, sposarono i buoni diritti di Witiza. Gli arabi continuarono ad espandersi nella penisola iberica conquistando Toledo, Siviglia, Mérida (nel 712) e Saragozza. Vennero fermati nel 732 da Carlo Martello nella Battaglia di Poitiers. Nel 733 venne proclamato l’Emirato di Cordova in modo da rendere politicamente indipendenti i musulmani spagnoli; nel 929 venne proclamato il Califfato di Cordova con il quale questo territorio si separava ancora di più dal Califfato di Baghdad. La reconquista - Verso l’anno 720 alcuni musulmani vennero sconfitti da dei cristiani nelle foreste delle Austere e successivamente crearono il Regno delle Austere. Un nobile di nome Pelayo fece da re in questo piccolo e autoproclamato stato e nel 739 suo genero Alfonso I ampliò i territori di conquista arrivando al Rioja e al Duero. Per 300 anni (dal 700 al 1000) si continuò con la guerra per cacciare gli islamici dalla penisola iberica, anche se le battaglie erano poche e si procedeva a rilento. A partire dall’anno 1000 fino al 1200, quasi tutti i mori erano stati espulsi tranne che a Granada e in parte dell’Andalusia meridionale.
GOTI - 9 agosto 378: battaglia di Adrianopoli. La peggiore sconfitta romana, peggiore dell'Allia e di Canne, perché da questa sconfitta l'Impero d'Occidente non si rialzò più. Battaglia in cui morì lo stesso imperatore Valente. Non era la prima volta che l'Impero assisteva a catastrofi simili: Decio era morto in battaglia e Valeriano era finito a far da sgabello al re persiano Shapur. Ma l'Impero aveva sempre rialzato la testa. Questa volta siamo al collasso, sebbene ufficialmente l'Impero durerà ancora un secolo. E gli avversari, i Goti, non erano venuti come "nemici". Tutto parte da quella che oggi si chiamerebbe "immigrazione incontrollata". I Goti avevano chiesto di avere terre da coltivare oltre il Danubio. Roma l'aveva concesso ad alcune condizioni. Ma il numero dei Goti era stato sottostimato, e la situazione sfuggì di mano. Nessun Brenno, Annibale, nessun Pirro, nessun Arminio, nemmeno nessun Attila, nessuno dei grandi nemici di Roma. E da qui si comprese il declino definitivo. Ai tempi d'oro un Caio Mario avrebbe spazzato via quei disperati, meno pericolosi di Cimbri e Teutoni. Ma non c'era nessun Mario. Le aquile erano oramai volate via. * Andrea Sartori 2025
CASTELLO - Il nome Castello d’Agogna trae origine da una lunga evoluzione linguistica e amministrativa che affonda le radici nell’età romana. In epoca imperiale, il territorio su cui oggi sorge il comune era noto come Fundus Aconianus, denominazione che indicava un fondo agricolo appartenente con ogni probabilità alla gens Aconia, famiglia romana proprietaria di estesi latifondi nella regione della Gallia Cisalpina. Con il tempo, sul medesimo fondo venne edificato un presidio fortificato, che le fonti tardoantiche indicano come Castrum Aconianum. Il termine castrum, comune nella toponomastica altomedievale, si riferisce a una struttura militare o difensiva, spesso insediata in luoghi strategici per il controllo del territorio e delle vie di comunicazione. Nel corso dell'Alto Medioevo, in seguito alla frammentazione del potere imperiale e all’istituzione delle signorie vescovili, l’area fu soggetta all’influenza del vescovado di Vercelli. Durante questo periodo, la denominazione latina evolse gradualmente nella forma volgare Castello d’Agogna, in cui si conserva l’elemento “castello” – a testimonianza della presenza di una struttura difensiva – unito al riferimento al torrente Agogna, corso d’acqua che attraversa la località e che ha rappresentato, sin dall’antichità, un elemento naturale di rilievo per l’identificazione geografica e la vita economica dell’insediamento. Il toponimo attuale risulta quindi dalla sovrapposizione di elementi geografici, storici e linguistici, riflettendo sia la permanenza di strutture romane e medievali sia la progressiva adozione delle forme volgari locali. “Castello d’Agogna” identifica oggi un centro abitato la cui origine è documentabile attraverso fonti storiche e toponomastiche risalenti all’età imperiale, e la cui denominazione conserva tracce evidenti delle trasformazioni politiche e territoriali avvenute nell’arco di oltre un millennio. *Facebook
CESARE - Se dovessimo cercare una star dell’antica Roma con il carisma di un attore hollywoodiano, l’abilità di un generale e il sangue blu più blu che c’è, quel nome sarebbe Gaio Giulio Cesare Germanico. Bello, amato, coraggioso, tragicamente morto giovane: la sua vita sembra uscita da una serie TV di successo, e infatti il suo mito ha attraversato i secoli come una leggenda senza tempo. Nato nel 15 a.C., Germanico era figlio di Druso maggiore nonché figlio adottivo di suo zio Tiberio. Faceva parte della famiglia giulio-claudia, legame rafforzato dalle nozze con #Agrippina, nipote di #Augusto. Germanico brillò come comandante durante le campagne in Germania, pochi anni dopo il disastro di Teutoburgo (dove tre legioni romane erano state massacrate). Mentre Roma ancora si leccava le ferite, partì all’attacco per vendicare l’onore perduto. E ci riuscì: batté #Arminio, il capo ribelle germanico, in più di un'occasione, recuperò gli stendardi leggendari delle legioni perdute e riportò a casa la gloria. Immaginate un giovane generale brillante, amato dai suoi soldati, che attraversa il Reno come se fosse il red carpet di Cannes. I soldati lo adoravano, la plebe lo idolatrava. Perfino gli intellettuali del tempo parlavano di lui come di un “nuovo Alessandro Magno”.
Ma Germanico non era solo un guerriero. Era anche un politico abile, colto, gentile, devoto alla moglie Agrippina (non comune a quei tempi), e padre affettuoso di ben nove figli, tra cui #Caligola, che erediterà l’impero… e, diciamolo, non proprio il senso della misura. A Roma era amato dalla gente come una rockstar. Aveva tutto: il lignaggio giusto, la fama militare, il carisma personale e la benedizione del popolo. Insomma, era l’erede perfetto. E forse proprio questo fu il suo problema. Nel 19 d.C., mentre si trovava in missione in Siria, Germanico morì improvvisamente. Aveva solo 33 anni. Le voci corsero veloci: era stato avvelenato. Da chi? I sospetti caddero sul governatore della Siria, Pisone… ma molti puntarono il dito anche contro l’imperatore Tiberio, suo padre adottivo. Gelosia? Paura che gli rubasse la scena? La verità non si seppe mai. Il popolo di Roma pianse Germanico come si piange un fratello, un figlio o un caro amico. Le sue ceneri tornarono a Roma in una processione solenne, accompagnate da migliaia di persone in lutto. Le sue statue vennero erette ovunque, e il suo mito non morì mai. Perché ancora oggi Germanico ci affascina? Perché era l’eroe perfetto che non ha fatto in tempo a diventare imperatore. Il suo destino spezzato ha lasciato in sospeso la domanda più intrigante: “Cosa sarebbe successo se avesse vissuto?” Sarebbe stata Roma diversa? Chissà. Germanico resta l’eterno “principe mancato”, il cavaliere splendente che sfiorò il potere senza mai impugnarlo. E forse, proprio per questo, il suo nome brilla ancora nella storia come quello di un eroe senza macchia.
ADRIANO - L'11 agosto 117, tre giorni dopo la morte di Traiano, Adriano veniva acclamato imperatore. In punto di morte Plotina convinse (o forse costrinse) il marito Traiano ad adottare il cugino, consolare e comandante di comprovata esperienza. Ma di lì a poco una congiura di senatori fedelissimi a Traiano costrinse Adriano a mettere a morte alcuni consolari, tra cui Lusio Quieto, comandante della cavalleria maura durante le guerre daciche, e adirando per sempre il senato contro di lui. Adriano inoltre, vistosi impossibilitato a difendere la Mesopotamia decise di abbandonarla, adottando poi altre misure difensive e di fortificazione come il vallo in Britannia e viaggiando poi durante quasi tutto il suo principato, mettendo ovunque ordine alla disciplina e organizzazione militare. Amante della cultura greca e della filosofia, viaggiò con il suo amante Antinoo, che morì in un incidente nel Nilo. Gli ultimi anni li passerà nella villa di Tivoli, la più grande mai realizzata. La sua avversione per la circoncisione porterà a una nuova guerra giudaica, terminata con la completa distruzione di Gerusalemme, riedificata in Aelia Capitolina e la grande diaspora ebraica. Nel 138 adotterà Lucio Cesare, ma la sua morte improvvisa lo costringerà a ripiegare su un senatore dalla moralità impeccabile: Antonino, soprannominato poi Pio, a patto che questi adottasse il nipote Marco Annio Vero (divenuto dunque Marco Aurelio Antonino) e il figlio di Lucio Cesare, Lucio Vero. *Facebook
GALLA - Figlia dell’imperatore #Teodosio I e sorella di #Onorio, #Galla #Placidia fu una delle figure più straordinarie e influenti del tardo #imperoromano. Cresciuta tra lusso imperiale e complotti di corte, la sua vita fu segnata da avventure degne di un romanzo storico. Nel 410, quando i #Visigoti di #Alarico saccheggiarono Roma, fu presa in ostaggio. Lungi dall’essere unicamente una prigioniera, divenne sposa del re #Ataulfo, trasferendosi nella corte visigota e vivendo per qualche anno in una singolare fusione tra mondo romano e barbarico. Rimasta vedova, tornò a #Costantinopoli e fu data in matrimonio al generale #Flavio #Costanzo, futuro imperatore Costanzo III. Alla morte del marito nel 421, Galla Placidia assunse un ruolo cruciale come madre e reggente del giovane #Valentiniano III. Dal 425 al 437, fu di fatto sovrana dell’Impero Romano d’Occidente, governando in nome del figlio. La sua reggenza fu un periodo complesso, segnato da minacce barbariche e fragilità interne, ma anche da abilità diplomatica e sostegno alle arti e alla religione. Profondamente cristiana, promosse la costruzione di chiese e monumenti a #Ravenna, capitale imperiale dell’epoca. Tra questi spicca il Mausoleo di Galla Placidia, scrigno di mosaici dai colori intensi e dalle iconografie celestiali, oggi patrimonio #UNESCO. La sua capacità di navigare tra crisi militari, intrighi politici e alleanze matrimoniali le valse un posto unico nella storia: non imperatrice regnante di nome, ma di fatto una delle donne più potenti dell’antichità. Morì nel 450, lasciando un’eredità di diplomazia, cultura e splendore artistico in un’epoca di declino imperiale.* Facebook.com
EMILIA - Tazio deriva dal sabino latinizzato in "Tatius", è diffuso soprattutto in Lombardia e in Emilia e Romagna. Questo nome è legato al celebre campione automobilistico Tazio Nuvolari che dal 1920 al 1950 ha ottenuto numerosi premi.
MEDIOEVO - 800: l'anno dei tre imperi! Nell'800 il bacino del Mediterraneo era diviso in tre superpotenze governate da tre imperatori: il Califfato del califfo Harun, l'impero Romano dell'imperatore Carlo Magno e... L'impero Romano del Basileus Irene di Atene. L'impero romano (Costantinopoli) era il più piccolo e il più in crisi dei tre, e stava perdendo non solo prezioso territorio, ma anche la credibilità internazionale come "impero universale" dei cristiani. Eppure, il Basileus aveva ancora tante cose da dire prima della fine, continuando una lotta disperata che porterà alla rinascita del 900/1000. Senza dubbio, l'inizio di questa crisi può essere ascritta alla terribile guerra persiana e al crollo della frontiera balcanica dopo la morte dell'Augusto Maurizio, quasi due secoli prima.
ARABI - Lo sapevi che gli antichi greci scoprirono che i semi di carrubo (Ceratonia siliqua) avevano sempre lo stesso peso (circa 0,20 g)? Per questo motivo li utilizzavano per misurare il peso dei metalli preziosi.
Le negoziazioni erano spesso condotte con gli arabi, che ascoltarono dai greci la parola "corni di legno" (kerátion), da cui deriva il termine "carato" (usato per misurare l’oro).
La parola "carato" entrò per la prima volta nella lingua inglese a metà del XV secolo, derivando dal francese "carat", a sua volta dall'italiano "carato".
Quasi certamente, il termine deriva dall'arabo "qīrāṭ", che a sua volta proveniva dal greco "kerátion", che significa "seme di carrubo".
Ai tempi dei greci e dei romani, questo seme veniva utilizzato come unità di misura del peso.
MEDIOEVO - L’Alto Medioevo viene comunemente fatto iniziare nel 476 d.C, quando viene deposto Romolo Augusto, l’ultimo imperatore romano, e viene fatto terminare all’incirca nel 1000 d.C. In quest’epoca, definita da alcuni “secoli bui”, si assiste alla formazione dei regni romano-barbarici in Italia (Vandali, Ostrogoti e Longobardi) e nelle altre regioni europee (Franchi, Visigoti, Burgundi, Celti e Sassoni), alla nascita e caduta dell’impero Carolingio e alla progressiva presa di potere del papato. Dal punto di vista della società in questo periodo si assiste ad un forte calo della popolazione (dovuto alle carestie, alle guerre e alla diffusione di malattie infettive), alla diffusione del feudalesimo, del cristianesimo e del monachesimo. Verso il IX secolo la società viene suddivisa in 3 ordini: clero (coloro che pregano); nobili (coloro che combattono); contadini (coloro che lavorano la terra).
MEDIOEVO - Dall'età medievale all'età moderna. Il Medioevo, o età di mezzo, è il periodo storico compreso tra la caduta dell'Impero Romano d'Occidente (476 d.C.) e la scoperta dell'America (1492 d.C.). È spesso suddiviso in Alto Medioevo (V-X secolo) e Basso Medioevo (XI-XV secolo). Questa epoca ha visto grandi cambiamenti sociali, culturali e politici, inclusi lo sviluppo del feudalesimo, il monachesimo, le crociate e la formazione delle monarchie nazionali. In modo parallelo si sviluppano le tecniche da costruzione per soddisfare i bisogni : regimazione dei fiumi, difesa con costruzione di mura e castelli. Nel Medioevo si svilupparono tecniche costruttive specifiche per castelli, cattedrali e altre strutture difensive ed ecclesiastiche, con l'uso di pietra, legno e tecniche di muratura complesse. I castelli erano fortificazioni costruite nel Medioevo, pensate per difendere il territorio, controllare la popolazione e mostrare il potere del signore locale. Oggi sono simboli iconici del passato e luoghi ricchi di storia da visitare. Che cosa sono i castelli ? I castelli medievali erano strutture complesse, composte da torri, mura, ponti levatoi e cortili. Ospitavano la famiglia nobile, i soldati e gli artigiani. Avevano funzioni: difensive, contro gli attacchi nemici; politiche, come centro del potere locale; simboliche, per mostrare ricchezza e controllo. Come si sono evoluti ? Inizialmente in legno, i castelli divennero in pietra tra l’XI e il XIII secolo. Con l’arrivo delle armi da fuoco, persero importanza militare ma restarono importanti come residenze e sedi amministrative. Alcuni castelli italiani sono ancora visitabili e ben conservati come i famosi : Castello di Fénis, il Castello di Miramare e quello di Santa Severa. Visitarli è un modo per scoprire architettura, leggende e vita quotidiana nel Medioevo.
MEDIOEVO - "Feudale" in italiano si riferisce a ciò che riguarda il feudo, un tipo di proprietà terriera con legami di dipendenza e servizio, e al feudalesimo, il sistema sociale, economico e politico che ne deriva, tipico del Medioevo. In senso più ampio, può anche indicare qualcosa di arretrato, autoritario o dispotico, specialmente in riferimento a mentalità e comportamenti. Si riferisce a tutto ciò che è legato al feudo, come il signore feudale, l'ordinamento feudale, l'età feudale, ecc. Il sistema sociale e politico basato sul feudo, con rapporti gerarchici tra signori e vassalli, e la distribuzione del potere e della terra. --- "Feudale" può essere usato in senso figurato per descrivere situazioni o comportamenti che ricordano il passato feudale, come mentalità autoritarie, privilegi di classe, o una struttura di potere non egualitaria. In un contesto feudale, un vassallo era un uomo libero che si impegnava, tramite un giuramento, a servire un signore (detto senior) in cambio di protezione e benefici. Questo rapporto, noto come vassallaggio, prevedeva obblighi reciproci di fedeltà e aiuto militare da parte del vassallo, e protezione e concessione di terre (benefici) da parte del signore. In un contesto feudale, un vassallo era un uomo libero che si impegnava, tramite un giuramento, a servire un signore (detto senior) in cambio di protezione e benefici. Questo rapporto, noto come vassallaggio, prevedeva obblighi reciproci di fedeltà e aiuto militare da parte del vassallo, e protezione e concessione di terre (benefici) da parte del signore.
MEDIOEVO - Oltre al termine "vassallo", si utilizzava anche il termine valvassore, che indicava un vassallo di livello inferiore, spesso dipendente da un barone o da un capitano. Il termine "vassallo" può anche essere utilizzato in contesti più ampi per indicare una persona soggetta a un'altra, un dipendente o un subordinato. In alcuni casi, si parla di "stati vassalli" per indicare territori che, pur mantenendo una certa autonomia, sono soggetti alla sovranità di un altro stato più potente.
MEDIOEVO - I feudi – il feudalesimo, come si dice in alcuni manuali – sono uno degli argomenti più difficili dell’insegnamento della storia. Se si cerca in rete – o anche nei manuali e persino nelle pubblicazioni specialistiche – si trova molto, ma credo che si abbia anche l’impressione di una certa confusione. Da molte parti si legge che non è corretto usare l’espressione piramide feudale. Alcuni storici hanno persino proposto di abolire la parola feudalesimo. In questo articolo vorrei provare a sintetizzare alcuni suggerimenti, per chiarire perché certi modi di trattare l’argomento possano essere sbagliati, e avanzare alcune proposte che aiutino a inquadrare correttamente il tema dei feudi. Partiamo dagli errori più comuni. Il primo riguarda senz’altro la piramide feudale. Con questa espressione ci si riferiva a una presunta gerarchia sociale che, sotto il sovrano, prevedeva l’esistenza di vassalli, di valvassori (vassalli di vassalli) e di valvassini (vassalli di vassalli di vassalli). Di norma, quando ancora compare nei manuali, la piramide feudale è usata per spiegare la società alla fine dell’Alto medioevo, indicativamente nei secoli IX e X, o anche XI, sebbene le cronologie difficilmente vengano chiarite con precisione dai libri di testo. Perché non va bene usare quest’espressione ? La prima critica riguarda l’articolazione gerarchica proposta, che è di fatto quasi del tutto assente dai documenti dell’epoca. La parola valvassini, in particolare, a mia conoscenza è nota soltanto attraverso un unico trattato giuridico del XII secolo, ma non compare mai nei documenti. Anche il termine valvassore, che pure è testimoniato, è piuttosto raro. E se proprio dovessimo essere pignoli, i valvassori dipendevano non dai vassalli, ma dai capitanei, una parola che compare sempre nei testi di XI e XII secolo. Ma focalizziamo l’attenzione sull’aspetto che ci interessa: quello contenutistico. La piramide feudale trasmette l’idea che essere vassalli, valvassori o valvassini corrisponda alla collocazione all’interno della società: come nell’esercito, in cui si può essere generali, colonnelli, capitani e così via. Invece non era così: nella società dell’epoca non si era vassalli in assoluto, si era semplicemente vassalli di qualcuno. Non si tratta quindi di un ordine stabilito, ma di una relazione personale. Non si acquisiva uno status sociale particolare per il fatto di essere signore di altri vassalli. Per questa ragione, alcuni storici hanno proposto di non pensare le relazioni feudali in termine di piramide, ma piuttosto di rete. Una rete di legami personali, che serviva a codificare le relazioni tra gli aristocratici. Un ulteriore problema riguarda il fatto che la piramide trasmette l’idea di una società immobile, con rigide articolazioni sociali. Oggi sappiamo che le reti di relazioni vassallatiche non imbrigliarono mai la società in rapporti immutabili di gerarchia. La società di IX e X secolo era infatti fluida: erano possibili scalate sociali. Lo stesso fatto di essere vassalli non implicava del resto, come abbiamo detto, uno status sociale particolare. C’è una quarta e ultima controindicazione nel concetto di piramide feudale: la pervasività della piramide feudale. L’idea cioè che i legami feudali fossero diffusi in maniera capillare nell’impero di Carlo Magno e dei suoi successori. Per lungo tempo gli storici hanno creduto che l’intera società di IX e X secolo fosse rigidamente organizzata attraverso questo tipo di relazioni feudali, tanto da definirla come “società feudale” e da usare per quest’epoca l’espressione di “feudalesimo”. In diverse zone d’Europa, i rapporti feudali erano poco diffusi ed esistevano molti aristocratici che avevano beni soltanto in “allodio”, cioè in piena proprietà, senza avere alcuna relazione di dipendenza vassallatica da altri. E non per questo erano più o meno potenti dei vassalli. È stato pure osservato che – anche dal punto di vista della cronologia – l’uso delle relazioni feudali (o forse sarebbe meglio dire vassallatiche), che indubbiamente può essere fatto a partire da Carlo, ebbe una diffusione molto maggiore nel corso del basso medioevo e persino in età moderna. Talvolta associato alla piramide feudale, o comunque alla società dell’epoca, troviamo un altro errore frequente: i “servi della gleba”, così come vengono indicati i contadini il cui destino era legato alla terra. I servi della gleba sarebbero infatti contadini che venivano venduti insieme alla terra, che quasi passavano di proprietà insieme ai beni fondiari. Persone dunque dalla libertà limitata, costrette a risiedere sulle loro terre, che non potevano lasciare senza il consenso del signore. Ma questa condizione non era diffusa nel medioevo e soprattutto non nell’alto medioevo. I tentativi di legare i contadini alla terra esistono nella storia, ma si applicano a contesti molto precisi: per esempio, ai tempi dell’imperatore Teodosio, dunque in età tardoantica e non medievale, e si ritrovano nell’Europa orientale, nel medioevo e anche nell’età moderna. Però, se guardiamo al complesso dell’Europa altomedievale, possiamo senz’altro dire che i contadini erano in maggioranza liberi. Avevano, per esempio, la possibilità di trasferirsi da un villaggio all’altro e di instaurare rapporti di lavoro con i signori che offrivano loro migliori condizioni contrattuali. Talvolta si unisce ai servi della gleba, un ulteriore stereotipo, ancora più grottesco: lo ius primae noctis, cioè il fantomatico diritto che il signore avrebbe avuto di trascorrere la prima notte di nozze con le fanciulle del villaggio. Anche questo è naturalmente un luogo comune e nel medioevo non è mai esistito. Aggiungiamo un’osservazione finale: usare i concetti di piramide feudale e servi della gleba per spiegare la società dei secoli centrali del medioevo contribuisce a disegnare l’immagine di un periodo buio, cupo, segnato dall’immobilità delle relazioni sociali, dall’uso arbitrario della forza e dalla prepotenza dei signori. Quali sono allora i concetti che possono aiutarci a inquadrare correttamente la società dell’epoca? Partiamo dal concetto di vassallaggio, che non sempre è spiegato bene nei manuali, e proviamo a darne una definizione. Si tratta di un giuramento di natura militare con cui il vassallo si impegna ad aiutare in guerra il signore in cambio di un beneficio vitalizio, costituito da un bene fondiario oppure da un ufficio. Analizziamo questa definizione, prestando attenzione al lessico. Innanzitutto i protagonisti (chi?): il vassallo e il signore sono aristocratici (ci sono rarissimi casi di vassalli di condizione servile, ma diciamo che si tratta decisamente di un’eccezione). Questo aspetto deve essere sempre tenuto presente: per esempio, i contadini non erano vassalli (è questo un punto che forse non è sempre chiaro). In alcuni casi il signore può essere il sovrano (come nel caso di Carlo Magno), e in questo caso si parlerà di vassalli regi, altrimenti possono essere anche altri appartenenti alle società aristocratiche dei secoli centrali del medioevo. Poi i termini di questo impegno, che costituisce quasi una sorta di contratto (cosa?): si tratta di un giuramento di natura militare, quindi un impegno che, almeno inizialmente, riguarda la sfera della guerra e gli obblighi militari. Il beneficio costituisce la ricompensa data dal signore per l’impegno all’aiuto militare e può consistere sia in terre, sia nei poteri su un territorio, magari anche attraverso la concessione di un ufficio (per esempio, ai tempi di Carlo Magno, la carica di conte). È importante rilevare anche la durata del beneficio, che permane nelle disponibilità del vassallo soltanto finché in vita, per poi tornare, alla morte, nelle disponibilità del signore. Questo almeno in termini di principio, anche se per lo più il beneficio tendeva a essere trasmesso ai figli del vassallo, che rinnovavano il giuramento e l’impegno nei confronti del signore. Il beneficio viene anche chiamato feudo, sebbene l’uso di questo termine sia preferibile soprattutto dall’XI secolo, quando diviene in maniera più chiara ereditario (trasmesso quindi per diritto di padre in figlio). Infine, le modalità (come?). Si tratta di un giuramento, che quindi ha una sua ritualità. Gli aspetti rituali erano molto importanti e servivano a sigillare la sacralità dell’impegno reciproco. Signore e vassallo si scambiavano un bacio sulla bocca (l’osculum), il vassallo metteva le mani in quelle del signore nel gesto dell’immixtio manuum, le mani intrecciate che hanno lasciato ancora oggi il gesto della preghiera. Infine, la genuflessione del vassallo di fronte al signore. Aggiungiamo anche quando e dove. Il vassallaggio si diffonde innanzitutto nel regno dei franchi ai tempi di Carlo Magno e di lì nell’impero carolingio. Con i normanni, nel basso medioevo, giungerà anche in Inghilterra. Infine, qual è il significato del vassallaggio (perché?). Ai tempi di Carlo Magno, serviva innanzitutto al sovrano per legare a sé le aristocrazie e impiegarne la forza militare nell’esercito, che era fondato soprattutto sulla cavalleria pesante. Nel complesso, il vassallaggio ha avuto un ruolo importante per disciplinare i rapporti politici: ai sovrani per legare a sé i maggiori aristocratici, all’aristocrazia per creare le proprie clientele e le proprie reti di fedeli. * Riccardo Rao
MEDIOEVO - l Medioevo: che cos’è e quanto dura. La parola “Medioevo” nasce nel 1500 Il concetto storiografico di Medioevo nasce quasi per caso, intorno al 1500. Gli intellettuali di quel periodo infatti vogliono riallacciarsi all’antichità e alla cultura classica, che vengono riconosciute come gli unici modelli da seguire. In altre parole, intorno al 1500 gli uomini colti si autoproclamano gli eredi diretti dei Greci e dei Romani. Antichità e tempi moderni si trovano quindi collegati da un ponte diretto, e quel lungo periodo che li divide, ossia i mille anni che si collocano tra il V e il XV secolo, viene perciò visto come un tempo di mezzo: “medio-evo” appunto. Questa definizione (media tempestas ossia “tempo di mezzo”; o media antiquitas ovvero “media antichità”; poi medium aevum cioè “medio evo”) ha finito per imporsi nel corso dei secoli, diventando una categoria storiografica. Alto e Basso Medioevo Per Medioevo dunque si intende quel periodo storico che va dalla fine del 400 alla fine del 1400. Le date simboliche scelte come punto di riferimento sono le seguenti: la fine dell’Impero romano d’Occidente nel 476 e la scoperta dell’America nel 1492. Si tratta di un periodo molto esteso, in cui accadono gli eventi più disparati e diversi, i modi di pensare si stravolgono e guerre, alleanze e tradimenti modificano più volte l’assetto del mondo. Per questo motivo gli storici preferiscono almeno dividere questa epoca in due fasi: l’Alto Medioevo, che va dal 476 all’anno 1000 circa; e il Basso Medioevo, che si estende dal 1000 al 1492. Un’epoca centrale, non di mezzo Anche se molto spesso del Medioevo si sa poco (di molti anni ci mancano documenti scritti e fonti), una cosa è certa: l’uomo medievale non sente di vivere in un’età di mezzo, transitoria, inferiore. Al contrario è proprio in questo periodo che i desideri di grandezza, di potere e di forza si impongono. In più occasioni uomini politici (re e papi) hanno accarezzato il sogno di poter dominare il mondo intero e di essere quasi delle divinità terrestri. Alcune delle svolte storiche che qui di seguito ricordiamo dimostrano proprio questo concetto. L’economia ha una battuta d’arresto L’Alto Medioevo non è un periodo di grande ricchezza. L’economia, che comunque nell’antichità aveva conosciuto momenti molto floridi, si arresta, e in Italia e nell’Europa Occidentale inizia a serpeggiare la povertà. I motivi di questo arretramento sono diversi: le invasioni e i saccheggi da parte dei barbari che venivano da Nord; le gravi epidemie che sterminano interi villaggi; le continue guerre. Inoltre le città lentamente si spopolano e la gente preferisce ritirarsi in campagna, in villaggi molto isolati che non hanno contatti con l’esterno, e che vivono unicamente dei propri prodotti. Di fatto il commercio si riduce al minimo e il denaro quasi scompare: si ritorna al baratto e agli scambi in natura. L’ovvia conseguenza di questa situazione economica è un significativo calo demografico. Scarsa popolazione vuol dire poche forze in grado di coltivare, e quindi una produzione agricola limitata: ovvero poco da mangiare per tutti.
MEDIOEVO - Il Basso Medioevo ha inizio intorno all’anno 1000 d.C. In questo periodo si assiste ad un forte aumento della popolazione, allo sviluppo dell’agricoltura e dei commerci, alla nascita dei comuni, allo sviluppo delle città, alla rinascita culturale e alla nascita della borghesia. Nel Trecento, però, si assiste ad un periodo di crisi con la decrescita demografica dovuta alla carestia e alla diffusione della peste. Durante il Basso Medioevo il potere papale e dell’impero iniziano a decadere e nel XIV secolo iniziano a nascere gli Stati Nazionali (Francia, Inghilterra e Spagna), mentre in Italia si formano gli Stati regionali.
MEDIOEVO - Intorno al 1000 c’è una trasformazione del potere sia del papato sia dell’imperatore: l’imperatore rinasce in Germania con la dinastia degli Ottoni, che rivendicano la corona regale e imperiale. Nel 955, Ottone I sconfigge gli ungari che si stanziano nella Pianura Pannonica (attuale Ungheria). Gli ungari non hanno una lingua di derivazione indoeuropea, ma ugrofinnica. Quando Ottone I li sconfigge, diventa “il campione” dell’occidente e mira a una penetrazione nell’Italia Meridionale che è ancora in mano dei bizantini. La personalità di Ottone I è talmente forte che il papato decide di concedergli la corona imperiale nel 962, dando origine così al Sacro Romano Impero Germanico. L’altra grande autorità che cambia radicalmente è quella del papa. Al tempo il papa non viene eletto come ora, ma dal popolo e dal clero romano con un’elezione quasi pubblica. Le maggiori famiglie di Roma cercando di eleggere i propri rappresentanti, e per poterlo fare devono convincere altre famiglie attraverso soldi e promesse: il papa nel tempo finisce per perdere la sua funzione evangelica. Per ridare dignità al papa, l’imperatore decide che debba avere il suo assenso, sottoponendolo di fatto alla propria autorità: si parla di cesaropapismo. La famiglia feudale è composta dal capofamiglia e dai figli di cui il primogenito eredita la terra e il titolo, mentre gli eventuali altri fratelli intraprendono altre carriere (cavaliere o sacerdote). Nella struttura ecclesiastica, infatti, i gradi più alti vengono occupati dalle famiglie più importanti a causa della corruzione e il vescovo non è più un rappresentante di Dio ma un signore, allontanandosi così dal messaggio evangelico.
MEDIOEVO - La popolazione aumenta perché ci sono più prodotti agricoli e questo dipende dalla superficie coltivabile, che a sua volta dipende da: Aumento effettivo: opere di disboscamento e di bonifica di paludi, riduzione del pascolo; Aumento agronomico: è determinato dalla rotazione triennale piuttosto che da quella biennale. Nell’agricoltura triennale i 2/3 del territorio sono coltivati mentre il resto è lasciato a maggese; Aumento tecnologico: aratro pesante = costituito da un coltro (lama che “taglia” la superficie del terreno) e da un versoio (lama inclinata in ferro che serve a rivoltare in profondità il terreno). Viene montato su un carretto a due o quattro ruote trainato da due o quattro buoi o cavalli. Trainare l’aratro pesante implica l’impiego di molta forza e per questo viene introdotto il collare rigido: a differenza di quello precedente (che poggiava sulla trachea), il collare rigido poggia sulle spalle dell’animale e in più è fatto in legno, consentendo di usare la massima forza del bue o del cavallo. Un’altra innovazione tecnologica è la ferratura dello zoccolo del cavallo per sfruttare meglio la sua forza e per impedire che lo zoccolo si consumi. Si passa da un’economia di sussistenza a un’economia di mercato dal momento che il surplus del prodotto viene venduto. In Italia l’economia mercantile non si era mai del tutto spenta come invece era accaduto nel resto d’Europa dove le uniche città che c’erano erano quelle di origine romana. La città porta con se un inurbamento (gente che dalla campagna si sposta alla città). La manodopera eccedente dalla campagna va in città perché si formano nuovi lavori legati alla mercatura e artigianato. Ci sono anche nuovi prodotti quali ferro, lana e seta.
VICHINGHI - 9 ottobre 1000. Oggi è il "Leif Erikson Day", festa istituita nel 1964 dal presidente Lyndon Johnson per ricordare lo sbarco del primo europeo sul continente americano il 9 ottobre dell'anno Mille. Chi era Leif Erikson? Era un condottiero vichingo. Come dice il nome "Erikson" era figlio di Erik il Rosso, il colonizzatore della Groenlandia (fu proprio Erik a chiamarla così, "Terra Verde" a causa del clima mite. Perché il riscaldamento globale pre-Trecento non era così male). In realtà tra i vichinghi era conosciuto come Leifr hinn heppni ovvero “Leif il Portafortuna” e questo perché durante i suoi viaggi aveva salvato diversi naufraghi. Durante un soggiorno presso il re di Norvegia abbandonò il paganesimo odinista per abbracciare il Cristianesimo e ne fu appassionato missionario presso i vichinghi della Groenlandia. Leif arrivò sulle coste nordamericane probabilmente per un errore di rotta. Secondo la Saga dei groenlandesi Leif continuò le esplorazioni di un altro vichingo di nome Bjarni, percorrendone a ritroso il viaggio, ma sbagliando rotta. La prima isola che incontrò era ricoperta da lastroni piatti di roccia (norvegese antico: hellr), così lui la chiamò Helluland (terra delle pietre piatte), che presumibilmente è l'odierna Isola Baffin. Di lì arrivò presso una terra piatta e boscosa, con spiagge bianche, che chiamò Markland (terra dei boschi), che si ritiene sia il Labrador. Fino a sbarcare in un terra che chiamò Vinland, per via delle viti che lì si trovavano, e che probabilmente è Anse aux Meadows, sull'isola di Terranova, in Canada. I vichinghi decisero di stabilirsi lì per via del clima mite anche d'inverno, delle sunnominate viti che davano vino e dell'abbondanza di salmoni (parliamo del Canada nell'anno Mille. Ma in quel periodo il clima era più caldo. Questo riscaldamento globale durerà sino al XIV secolo e la sua fine sarà tra le cause della crisi del Trecento). Leif in realtà non si fermò a lungo, preferendo tornare in Groenlandia. Vi rimase il fratello Thorvald che cercò di stabilire una colonia norrena. Ma ebbe problemi coi Nativi Americani e quindi decise di tornarsene indietro nel 1006. È anche qui ci si lamenta del fatto che Colombo li avesse chiamati "indiani" perché pensava di essere arrivato in India. "Non si dice indiani, è politicamente scorretto, si chiamano Nativi". Sapete come li chiamavano i vichinghi? Skrælingjar. Ovvero "popolo dal brutto aspetto". Ok, forse "indiani" a sto punto è più politicamente corretto... Nel 1477 Cristoforo Colombo fece un viaggio in Islanda. Non è impossibile che abbia udito qualche saga e che questa abbia contribuito all'idea del suo viaggio transoceanico. Il brand tecnologico svedese "Ericsson" si chiama così in suo onore.
INGHILTERRA - Il Boke of Cokery raccoglie 182 ricette scritte da un anonimo cuoco intorno al 1440-45 in quello che viene chiamato il "middle english" l'inglese medievale diventato lingua letteraria grazie a Geoffrey Chaucer e ai suoi Racconti di Canterbury. Il testo è preceduto da una lista di raffinati cibi serviti in due banchetti prestigiosi: uno per il re Riccardo II nel 1387 e l'altro per John Stafford, arcivescovo di Canterbury, nel 1443
NORMANNI - Anche questa è Sicilia Terra Magica®Federico II di Svevia aveva poco più di 14 anni quando sposò Costanza d'Aragona. Lei ne aveva 10 di più ed era vedova di re Emerico d’Ungheria. Le nozze furono celebrate, nell'agosto del 1209, sul sagrato della Cattedrale di Palermo, davanti ad una folla, imponente e multietnica, in festa. Al termine della funzione, l’arcivescovo di Palermo - fra il tripudio del popolo per una sposa tanto bella - aveva posto sul capo dell’emozionatissima Costanza il “camaleuco” di Regina di Sicilia.
Il diadema era il regalo di nozze di Federico ed era stato ideato dal "Tiraz", il Regale Opificio di Palermo, nel tipico stile svevo normanno, ma con influssi bizantini.
La corona è oggi custodita nel Tesoro della Cattedrale di Palermo. Di magnificenza senza pari, è formata da una calotta, quasi militare, suddivisa da due fasce intrecciate a formare una croce, rivestita da smalti, perle e gemme. Al bordo inferiore del copricapo sono fissati - con catenelle d’oro - due lunghi pendenti ornati da smalti e pietre preziose.
(Eugenio Falanga - La maturazione sentimentale di Federico II)mi * Enzo Di Serio
LEONARDO - Leonardo esplorò approfonditamente il corpo umano, macchina dalla quale era affascinato e che reputava ben più perfetta di quelle create dall’uomo. Voleva capirne il funzionamento, la composizione e le dinamiche legate alla morte. Insieme allo scienziato fiammingo Andrea Vesalio, che visse tra il 1514 e il 1564, Leonardo può essere considerato a pieno titolo fondatore delle scienze dell’anatomia. Leonardo dedicò allo studio del corpo umano circa venti anni della sua vita, suddivisi in tre periodi: tra il 1480 e il 1490, quando si trovava a Milano, approfondì i muscoli e le ossa; tra il 1502 e il 1507, studiò a Firenze la meccanica del corpo; dal 1508 al 1513, tra Milano e Roma, analizzò gli organi interni e la circolazione sanguigna.
LEONARDO - Leonardo fu anche l’inventore dell’illustrazione anatomica, il primo a rappresentare con dei disegni il corpo umano visto da dentro. Nei Fogli di Windsor, parte dei famosi Codici di Leonardo posseduta dalla corona inglese, il genio da Vinci da immagine e proporzione a ciò che fino allora era sempre stato descritto a parole. I disegni di un feto prima della nascita, rappresentazioni innovative nonché sconvolgenti per l’epoca, sono certamente i più spettacolari che il maestro ci ha lasciato. Leonardo inventò anche l’immagine esplosa, metodo illustrativo utilizzato ancora oggi: ad esempio, ha raffigurato la testa sezionata, disegnando il cranio e il cervello nelle rispettive posizioni, mostrando come l’uno contiene l’altro. Leonardo comprese anche i cambiamenti del corpo dovuti all’invecchiamento, intuendo addirittura l’arteriosclerosi, ma non riuscì a cogliere il ruolo del cuore: «Tutte le vene e arterie nascano dal core, e la ragione è che la maggiore grossezza che si trovi in esse vene e arterie è nella congiunzione che esse hanno col core, e quanto più se removano dal core, più si assottigliano e si dividano in più minute ramificazioni». L’errata convinzione di Leonardo deriva dal pensare il corpo umano analogo alle piante, le quali hanno le radici nella loro parte inferiore ingrossata: «è manifesto che tutta la pianta ha origine da tale grossezza, e per conseguenza le vene hanno origine dal core, dov’è la lor maggior grossezza». Gli studi di botanica fuorviarono Leonardo anche nella comprensione della circolazione sanguigna, che assimilò a quella della linfa nelle piante. Del cuore, però, Leonardo aveva capito la natura di muscolo e di strumento per generare calore nel corpo: «il core è un muscolo principale di forza, ed è potentissimo sopra li altri muscoli … Il caldo si genera per il moto del core; e questo si manifesta perché, quando il cor più veloce si move, il caldo più multiplica, come c’insegna il polso de’ febbricitanti, mosso dal battimento del core». Studiò anche l’occhio, per capirne la visione tridimensionale. Bollì un occhio di bue in una chiara d’uovo, per sezionarlo e studiarne l’interno. Scoprì così retina e nervo ottico, riportando le osservazioni nei suoi disegni.
UMANESIMO - L'uomo vitruviano di Leonardo da Vinci è una famosa stampa dove compare un uomo nudo dentro un cerchio. Durante il Rinascimento venne affrontata una questione artistica molto delicata: quella relativa alle corrette proporzioni di una figura umana. Già durante l’età greca classica, gli scultori, a partire da Policleto, avevano elaborato immagini di uomini e donne che implicavano precisi rapporti matematici tra le diverse parti del corpo. Di questi loro studi, tuttavia, rimasero poche tracce. Quasi tutte le proporzioni adottate dagli antichi furono così dimenticate. Gli artisti rinascimentali si ripromisero di riscoprirle e non si trattò di un’operazione semplice. L’architetto e trattatista Leon Battista Alberti (1404-1472), nel suo trattato De Statua del 1436, propose la suddivisione del corpo umano in sei piedi o in 60 unceolae o ancora in 600 minuta (dove un “piede albertiano” equivale a 10 unceolae e a 100 minuta). Con questo sistema così differenziato, Alberti mirò a stabilire uno standard valido universalmente ma tale da poter consentire, almeno in teoria, anche la registrazione di minime varianti personali. Il pittore e trattatista tedesco Albrecht Dürer (1471-1528) adottò, invece, il canone della testa come 1/8 dell’altezza e si avvalse di figure geometriche per schematizzare le parti del corpo e renderle simmetriche. Più tardi, Dürer rinunciò al mito della bellezza unica e ideale, concludendo che «non esiste persona sulla terra che possa dare un giudizio assoluto su quella che dovrebbe essere la forma più bella di un uomo».
UMANESIMO - L’Uomo vitruviano del Taccola. La prima rappresentazione di un uomo inscritto in un cerchio è di un ingegnere senese vissuto fra il XIV e il XV secolo, Mariano di Jacopo detto il Taccola (1381-1453/58), che in un suo trattato di ingegneria, il De ingeneis, disegnò un uomo in posizione eretta, con le braccia stese lungo i fianchi, che tocca con il capo e le punte dei piedi le estremità di un cerchio, all’interno del quale è inscritto un quadrato. Questa particolare formula dell’Uomo vitruviano sarebbe stata proposta anche da altri trattatisti. Il milanese Cesare Cesariano (1475-1543), curatore, nel 1521, della prima edizione a stampa del De architectura tradotto in italiano, inscrive il quadrato nel cerchio e vi disegna l’uomo con braccia e gambe distese sulle diagonali in modo che mani e piedi tocchino gli angoli del quadrato (e quattro punti diversi della circonferenza). L’ombelico risulta al centro sia del quadrato sia del cerchio. Paradossalmente, per adattare il corpo alle figure geometriche, Cesariano si vide costretto a deformare l’anatomia del suo Uomo vitruviano, rendendolo sproporzionato e quindi contravvenendo al canone di Vitruvio. L’Uomo vitruviano di Fra’ Giocondo. Fra’ Giocondo da Verona (1434 ca – 1515), curatore della prima edizione a stampa illustrata del De architectura di Vitruvio, pubblicata nel 1513, scelse di disegnare, in due tavole distinte, l’uomo prima all’interno di un cerchio inscritto in un quadrato (e non circoscritto), con braccia e gambe divaricate, poi l’uomo in piedi, in un quadrato, con le braccia distese che toccano i lati della figura. È chiaro che, così facendo, Fra’ Giocondo cercò di eludere il problema della relazione tra cerchio e quadrato fra di loro. L’Uomo vitruviano di Francesco di Giorgio. Fu l’architetto e trattatista Francesco di Giorgio Martini (1439-1501), studioso di Vitruvio, in un disegno utilizzato nel suo Trattato d’architettura, a cercare, sia pure con qualche incertezza, di inscrivere una figura umana contemporaneamente nel cerchio e nel quadrato, senza deformarla. Si doveva, secondo l’architetto, evitare di inscrivere le due figure geometriche una nell’altra e di limitarsi a sovrapporle, pur facendone coincidere i centri geometrici, facendo sì che l’altezza dell’uomo corrispondesse sia al lato del quadrato sia al diametro del cerchio. Leonardo (1452-1519), pittore, studioso e inventore, uno dei geni indiscussi del Rinascimento italiano, conobbe e frequentò Francesco di Giorgio Martini, che certamente lo mise al corrente delle sue idee sull’Uomo vitruviano: un tema, questo, che senza dubbio costituì l’ennesima sfida per il grande artista, deciso a trovare una soluzione definitiva. È con tali premesse che, intorno al 1490, produsse il celeberrimo disegno con cui tutti, ancora oggi, identifichiamo l’Uomo vitruviano, e lo integrò con alcune annotazioni esplicative, ispirate dalla lettura di Vitruvio. Le proporzioni della figura, invece, non sono esattamente quelle riportate da Vitruvio. Leonardo preferì introdurre alcune aggiunte e modifiche, necessarie per conciliare la rigida e talvolta astratta teoria classica con la verifica sperimentale. Insomma, Leonardo cercò di ottenere un risultato estetico ideale attraverso lo studio delle vere proporzioni umane, partendo da individui reali. Si noti che nella figura stante, racchiusa nel quadrato (homo ad quadratum), il centro del corpo coincide con la prominenza del pube e non con l’ombelico, come invece accade con l’homo ad circulum racchiuso dal cerchio. In questo caso, la distanza dai piedi al pube è infatti identica a quella che intercorre fra la sommità del capo e il pube medesimo. Lo scrive, Leonardo: «il membro virile nasscie nel mez(z)o dell’omo». Una curiosità: nel 2002, l’immagine dell’Uomo vitruviano di Leonardo venne scelta da Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca Ministro dell’Economia, per comparire sul dritto della moneta italiana da 1 euro (il design della moneta si deve invece a Laura Cretara). Questo ha certamente contribuito a far sì che questo mirabile studio di Leonardo sia diventato uno dei disegni rinascimentali più popolari in Italia e in Europa.
LEONARDO - Leonardo non smetteva mai di pensare, rifletteva su ogni tipologia di fenomeno naturale, chiedendosi costantemente il perché avvenisse. E’ stato anche un grande precursore degli studi di geologia, tra i primi a rendersi conto di che cosa fossero i fossili, e come mai in cima alle montagne si ritrovavano fossili marini, di conchiglie e pesci. Leonardo, in totale opposizione con il pensiero dominante all’epoca, teorizzò i movimenti delle masse d’acqua sulla terra in modo simile a ciò che avviene con la circolazione del sangue, ossia un ciclo chiuso in continuo movimento, con lento ma inesorabile ricambio. Grazie all’osservazione e ai suoi ragionamenti non troppo convenzionali, Leonardo arrivò alla conclusione che i luoghi di montagna dove si trovavano i fossili, un tempo dovevano essere fondali marini, contraddicendo le teorie dell’epoca, di chiara ispirazione religiosa, secondo le quali era grazie al diluvio universale, o ad altri fenomeni divini, che i fossili di conchiglia potevano trovarsi in montagna, ben lontani dal mare. Le continue osservazioni arricchite da ragionamenti non convenzionali, condussero Leonardo a una scoperta che si è poi rivelata sorprendentemente esatta. Per studiare il territorio Leonardo si dedicò anche alla rappresentazione dello stesso in mappe che sorprendono per la loro precisione e accuratezza, oltre che per il grado artistico in esse contenuto. Famose sono la Mappa di Imola e la Mappa della Toscana, che include anche parte dell’Emilia Romagna, entrambi nel Codice Windsor, ma anche la Mappa della Valdichiana e quella della Pianura Pontina, quest’ultima usata da Leonardo per il progetto di bonifica commissionatogli dai Medici, e sorprendentemente precisa in termini di rilevazioni geografiche e altimetriche.
AGRICOLTURA - Durante la coltivazione le piante assorbono dal terreno non solo acqua ma anche nutrienti minerali, indispensabili per la loro crescita, togliendoli così dal terreno. Per permettere la loro ricostituzione viene lasciato il terreno a maggese, lasciando mineralizzare la sostanza organica e permettendo il miglioramento della struttura fisica del suolo, anche attraverso l'apporto di idrometeore. Se un terreno diventa arido, ovvero senza sali, diventa impossibile la coltivazione (come è successo in Irlanda, nella quale è possibile coltivare quasi esclusivamente patate[senza fonte]). Per questo la rotazione delle colture prevede il maggese. Altro fattore rilevante è che alle piante assai spesso si associano patogeni (virus, batteri, funghi, fanerogame, ecc.) i quali sono specifici di una determinata coltura: ponendo il terreno a maggese e/o effettuando rotazioni si riduce l'inoculo del patogeno.
AGRICOLTURA - Maggese viene dal latino Maius (maggio). Era, infatti, in quel mese che si era soliti dissodare il campo. Il maggese è una tecnica agricola in cui i terreni arabili vengono lasciati senza semina per uno o più cicli vegetativi al fine di incrementarne la fertilità. Il termine indica, per estensione, lo stesso terreno sottoposto a tale pratica, nonché il complesso delle operazioni necessarie per realizzarla. La tecnica della rotazione è utilizzata principalmente in agricoltura e negli avvicendamenti colturali generalmente in zone a clima caldo - arido. Il maggese rappresenta un'annata di "riposo" del terreno con lavorazioni periodiche capaci di tenerlo pulito da erbe infestanti e contemporaneamente mosso in superficie. La forma classica prevede quattro lavorazioni del terreno (arature) che si susseguono, distanziate di circa 45 giorni, da marzo ad agosto, e possiedono profondità variabile: molto leggera l'ultima e più profonde la prima e la terza. Dalla raccolta della coltura precedente alla prima lavorazione nasce e si sviluppa durante l'autunno-inverno una vegetazione spontanea la cui produzione (erba) può esser sfruttata per l'alimentazione animale. Viene messo al riposo per 1 o più anni. Gli effetti del maggese sono vari: limitazione delle perdite di umidità per evaporazione; mineralizzazione della materia organica; contrasto efficace alle erbe infestanti.
AGRICOLTURA - Nel XVII secolo, in Inghilterra, durante la rivoluzione agricola britannica, per aumentare la redditività dell'azienda agraria, il maggese venne sostituito dalle coltivazioni foraggere, quelle che cioè producono il cibo per il bestiame. Ciò produsse un incremento delle risorse agricole a disposizione dell'allevamento, con conseguente aumento dei capi di bestiame. Tutto ciò senza perdere la funzione di reintegro di nutrienti minerali che forniva il maggese: infatti le piante foraggere sono azotofissatrici e fertilizzano il terreno.
AGRICOLTURA - Tra il XIV e il XV sec. il lardo era la base "grassa" della maggior parte delle preparazioni in cucina; il problema si poneva nei numerosi giorni di digiuno imposti dalla Chiesa quando, non potendo utilizzare prodotti di origine animale, era necessario passare all'olio. L'olio di oliva era però un prodotto costoso, di difficile reperibilità soprattutto nelle zone più a nord dell'Europa cristiana dove non si coltivava l'ulivo. Si assiste quindi all"invenzione" di tutta una serie di olii vegetali alternativi tra cui il più diffuso era quello di noce. Non si può non citare il famoso "oleum lardivum" che non è altro che lardo fuso di cui fu permesso l'utilizzo dal concilio di Aix dell'816 "poiché i Franchi non hanno olio di oliva".
Gli olii d'oliva più pregiati provenivano dalle Puglie e dalle coste tirreniche verso i mercati veneziani e genovesi e da lì viaggiavano in tutta Europa. Il burro avrà invece la sua piena affermazione solo nel '500: il primo ad utilizzarlo sulla pasta sarà Mastro Martino. * Facebook
MEDIOEVO - Che cosa erano i feudi ? Il termine feudo (dal latino medievale feudum, a sua volta derivante dal basso francone antico fehu: 'beni mobili, averi; possesso di bestiame') indicava un diritto concesso tramite un patto di fiducia da una persona più ricca e potente in cambio di un servizio fornito in modo continuativo.
MEDIOEVO - Il termine Conte si usava, nel tardo impero romano, per indicare quei funzionari statali che agivano alle dirette dipendenze dell'imperatore. I più noti erano il comes sacrarum largitionum, una specie di ministro del tesoro; il comes sacri palatii, sovrintendente all'amministrazione del palazzo imperiale; il comes sacrae vestis, sovrintendente al guardaroba imperiale. In seguito, nel Medioevo latino, a tale vocabolo corrispose il titolo nobiliare di conte. Nel nostro ordinamento attuale i titoli nobiliari non sono riconosciuti, in quanto aboliti nel 1948 dalla Costituzione.
MEDIOEVO - Teatro medievale - Dopo la caduta dell'Impero (476) gli spettacoli vengono proibiti dalla Chiesa. Il teatro scompare. Verso l'anno 1000 si sviluppa il teatro sacro, che si svolge all'interno della Chiesa, durante la Settimana Santa per rappresentare la Passione. la sacra rappresentazione e forme analoghe di teatro si hanno in Francia, Spagna e Inghilterra. Parallelamente, nelle corti feudali, si sviluppano intrattenimenti laici e forme di teatro popolare.
MONASTERO - Intorno al 900 viene fondato in Francia il monastero di Cluny, che nasce come un monastero benedettino che radicalizza la preghiera, scontrandosi così contro l’idea politica del tempo.
L’imperatore cerca di utilizzare i vescovi per controllare le più vaste aree dell’impero, scegliendoli perché non possono avere figli e passare il territorio in eredità. L'imperatore, dunque, sa di poter rientrare in possesso del territorio alla morte del vescovo. Si parla in questo caso di vescovi-conti. nel 1054 si ha lo Scisma d’Oriente: nasce la chiesa ortodossa (che letteralmente significa giusta sentenza) che era acefala (senza un capo effettivo). Nel 1075 si ha lo Dictatus papae: letteralmente significa lo scritto del papa. Con questo documento si decide che il papa debba essere eletto dal clero romano e i vescovi dal papa. La lotta fra l’imperatore procede fino al 1122 (concordato di Worms): in Germania il potere è dell’imperatore, in Italia del papa.
CLERO -
CASTELLO - Il castello nel Medioevo - Il termine castello deriva dal latino castellum, diminutivo di castrum, termine che indica una fortificazione che di solito veniva costruita, al tempo dei romani, in legno o in pietra per presidiare dei punti sensibili dell’Impero, come ad esempio le strade o i ponti lungo le frontiere. Nel corso del Medioevo, vennero costruiti numerosi castelli e il paesaggio di tutta Europa fu caratterizzato dalla presenza di fortificazioni, sia semplici, sia complesse, costruite in punti che offrivano una posizione strategica dal punto di vista della difesa. Nei pressi di fiume, sulle alture, a volte nelle vicinanze di paludi, i signori locali cominciarono a edificare castelli in pietra o in legno. La costruzione di castelli ha uno scopo residenziale, amministrativo e difensivo del territorio. La tendenza a costruire castelli fu talmente visibile che gli storici definiscono questo fenomeno con il termine incastellamento. A partire dal IX secolo infatti si è notato come l’azione di costruire un castello a scopo difensivo fosse una azione molto comune tra i signori locali, desiderosi di difendersi dagli attacchi e di mostrare, con un segno concreto quale una costruzione fortificata, il proprio potere. La rivalità tra signori locali e invasioni di popoli stranieri era un buon motivo per costruire un castello. Il fatto che molti signori desiderassero costruire una struttura fortificata, dentro la quale risiedere in modo da proteggersi in caso di attacchi esterni è da collegarsi ad alcuni avvenimenti specifici: non solo le rivalità tra signori locali per il controllo dei territori, ma anche le invasioni di popoli stranieri furono tra i fattori che più di altri contribuirono al fenomeno dell’incastellamento. In seguito ad invasioni in Europa tra IX e X secolo l’Europa infatti fu caratterizzata da numerose invasioni: tutta l’Europa sentì infatti l’esigenza di difendersi dagli attacchi che provenivano sia da Est, da Sud e da Nord, condotti rispettivamente da Ungari, Saraceni e Normanni. Il castello, nato come struttura difensiva, divenne allora una caratteristica del paesaggio europeo.
CASTELLO - Il castello era costruito in luoghi strategici, isolati e su alture per dominare visivamente tutta l’area circostante, sorge intorno un fossato difensiva --- I castelli potevano essere molto diversi, per struttura, ampiezza, materiali impiegati, ma in generale erano tutti accumunati da una serie di caratteristiche che facevano di questa struttura un luogo in grado di rispondere a una esigenza sia residenziale sia difensiva. In origine con il termine castello si poteva indicare una costruzione caratterizzata da una semplice palizzata in legno e una torre costruita in muratura, dove il signore poteva nascondersi in caso di conflitto o difendersi in caso di attacco. Con il passare del tempo il castello divenne una struttura sempre più complessa, divenendo una realtà autosufficiente al cui interno vivevano il signore e una intera comunità di contadini, artigiani, uomini in armi. Esso venne edificato con le seguenti caratteristiche: Un fossato, spesso riempito d’acqua, isolava il castello e ne rendeva difficoltoso l’accesso. Per entrare al castello, bisognava superare almeno una cinta muraria che proteggeva il castello vero e proprio. Tale cinta difensiva, costruita prima in legno poi in muratura, era caratterizzata da una serie di torri quadrate o rotonde. La porta di accesso era spesso costruita ad altezze elevate e per accedervi era necessario superare un ponte levatoio. Dalle feritoie costruite sul muro esterno, le guarnigioni potevano lanciare frecce, dardi, pietre contro i nemici che dal di fuori tentavano di porre sotto assedio il castello. Tra le due cinte murarie più esterne era costruito un camminamento di ronda: sopra di esso delle guardie armate erano di vedetta e si occupavano di controllare che nessun nemico si avvicinasse alle mura del castello. Le mura erano sovrastate da una merlatura la cui forma dava indicazioni sulla famiglia di appartenenza del signore locale, l’autorità più importante del castello. Tra le torri, quella più alta, massiccia e ultimo baluardo a scopo difensivo era il maschio o mastio. Chi viveva nel castello ? Il castello era infatti abitato sia dal signore locale, sia da quella parte di popolazione, contadini e artigiani che in cambio di prestazioni lavorative e denaro dovute al signore, ricevevano da questi la possibilità di vivere all’interno della struttura fortificata e quindi di proteggersi in caso di guerra. All’interno del castello vivevano poi ovviamente gli uomini in armi che combattevano e difendevano il signore e il castello stesso. Il dongione era una parte fondamentale del castello. Esso infatti era fortificato e in esso poteva risiedere il signore durante gli attacchi.
CASTELLO - Castello di Bodiam nel Sussex --- Castello di Coca in Spagna --- Castello Estense di Ferrara
CASTELLO - all'interno del castello troviamo le abitazioni. Superate le mura del castello si entrava nella parte di essa dedicata alle abitazioni: le case dei contadini e degli artigiani, le botteghe e ovviamente la residenza del signore. Essa era costruita su più piani: il signore e la sua famiglia vivevano nei piani più alti, i piani nobili, mentre al piano terra vi erano gli uomini armati che proteggevano i nobili abitanti della residenza. Sottoterra vi erano generalmente le prigioni e una serie di cunicoli scavati per collegare la residenza del signore con l’esterno del castello. Il castello era un sistema pressoché autosufficiente: oltre alle abitazioni, vi erano quindi magazzini, dispense, granai, pozzi, cisterne per conservare l’acqua, stalle. Il castello era dunque un microcosmo costruito attorno alla residenza signorile. La duplicità della sua funzione – residenziale e difensiva – era strettamente connessa all’autorità e al potere esercitati dal signore locale. In assenza di un forte potere centrale, il signore diventava la massima autorità in un determinato territorio. Tale frammentazione politica spiega anche le rivalità che sorgevano tra diversi casati. Il signore deteneva un amplissimo potere sul territorio e sul castello: per lui combattevano fanti e cavalieri e in cambio dell’accoglienza all’interno del castello, i contadini pagavano tasse e dovevano prestazioni lavorative. Il signore si occupava della giustizia, dell’amministrazione, di dirimere controversie, di raccogliere le tasse, di gestire l’organizzazione del mulino, del frantoio, dei forni presenti all’interno delle mura e di far sì che il castello funzionasse sia dal punto di vista economico, sia come struttura difensiva. Durante il Medioevo, il castello era dunque il centro del potere, dell’economia e anche la più importante struttura difensiva.
FRANCHI - Carlo Magno e il Sacro Romano Impero - Il popolo germanico dei Franchi, che con il loro Regno dominano gran parte della Gallia, attraversa un periodo di stagnazione e conflitti interni nel VI secolo d.C., situazione che perdura fino alla fine del 600. All'inizio del 700, la Gallia è minacciata dall'espansione araba, con gli Arabi che hanno conquistato quasi tutta la Spagna e attraversato i Pirenei. Nel 732, Carlo Martello riesce a respingerli. Suo figlio, Pipino il Breve, sfrutta la richiesta di aiuto del Papa, impegnato a contrastare l'avanzata dei Longobardi in Italia, per farsi consacrare Re. Alla morte di Pipino, nel 768, il regno viene diviso in due parti, che sono assegnate ai figli Carlo e Carlomanno. I rapporti fra i due sono contrastati, ma i problemi terminano alla morte improvvisa di Carlomanno nel 771. In quella data Carlo, cacciati gli eredi del fratello, riunisce il Regno e tutto il potere nelle sue mani. È di qualche anno prima il matrimonio di Carlo e di suo fratello con le figlie del re longobardo Desiderio, per sancire relazioni pacifiche fra i due popoli. Tuttavia, quando Carlo scaccia la moglie di Carlomanno e i suoi figli, Desiderio muove guerra al Papa. Carlo ripudia allora sua moglie e scende in Italia, sconfiggendo i longobardi nel 774 e ponendo così fine al dominio longobardo in Italia. Carlo Magno si proclama re dei Franchi e dei Longobardi, e concede alla Chiesa il possesso dell’Emilia, della Toscana, di Roma, Spoleto e i territori Bizantini. Prende così forma quello che sarebbe diventato lo Stato Pontificio.
FRANCHI - L'ascesa al potere e la vittoria sui Longobardi. Alla morte di Pipino, nel 768, il regno viene diviso in due parti, che sono assegnate ai figli Carlo e Carlomanno. I rapporti fra i due sono contrastati, ma i problemi terminano alla morte improvvisa di Carlomanno nel 771. In quella data Carlo, cacciati gli eredi del fratello, riunisce il Regno e tutto il potere nelle sue mani. È di qualche anno prima il matrimonio di Carlo e di suo fratello con le figlie del re longobardo Desiderio, per sancire relazioni pacifiche fra i due popoli. Tuttavia, quando Carlo scaccia la moglie di Carlomanno e i suoi figli, Desiderio muove guerra al Papa. Carlo ripudia allora sua moglie e scende in Italia, sconfiggendo i longobardi nel 774 e ponendo così fine al dominio longobardo in Italia. Carlo Magno si proclama re dei Franchi e dei Longobardi, e concede alla Chiesa il possesso dell’Emilia, della Toscana, di Roma, Spoleto e i territori Bizantini. Prende così forma quello che sarebbe diventato lo Stato Pontificio.
FRANCHI - La lotta con gli Arabi. Carlo combatte a lungo e contemporaneamente su più fronti: nel 778 organizza una spedizione contro gli arabi con l’intenzione di liberare dagli infedeli tutta la penisola iberica. Ma la retroguardia franca comandata da Orlando cade in un imboscata al passo di Roncisvalle. La guerra con gli arabi fra interruzioni e riprese, si protrae fino al 812, quando viene stipulata una pace con l’emiro di Cordova. Carlo riesce a costituire la Marca Spagnola che lo mette al riparo dai tentativi di espansione araba. L'espansione verso est. Sul versante orientale invece, Carlo Magno si scontra con il gruppo di tribù germaniche Sassoni. La resistenza è ostinata, e solo dopo 20 anni, nel 804 circa, si riesce a sottometterli. I metodi impiegati sono spietati: i capi vengono assassinati, i territori devastati e le tribù convertite con la forza al cristianesimo. Chiunque rifiuti la conversione o venga sospettato di paganismo viene condannato a morte. Nel 787 sottomette i Bavari, popolazione germanica nemica ai Franchi, dell’attuale Baviera, e tra il 791 e il 796 sconfigge anche gli Avari, un popolo nomade di origine mongola che hanno accampamenti nell’odierna Austria. Costituisce così la Marca orientale.
FRANCHI - L'impero carolingio. Carlo Magno dà vita a un impero che spazia dai Pirenei all’Italia, dal Danubio e al mare del Nord e anche se rispetto al vecchio Impero Romano d’Occidente, questo è meno esteso, si tratta comunque di un entità immensa. L’Impero manca però di qualsiasi controllo dei mari, e questo lascia il campo alle navi arabe, bizantine e normanne, con gravi conseguenze per i commerci e gli scambi. Mancano poi del tutto grandi città che facciano da centri di irradiazione economica e culturale: anche la capitale dell’Impero, Aquisgrana è poco più di un grosso borgo. L’Impero di Carlo Magno non ha una capacità di controllo del territorio neppure lontanamente paragonabile a quella del vecchio Impero romano. Carlo crea cariche e strutture di controllo del territorio, ma queste finiscono per accentuare la frammentazione politica, amministrativa ed economica. L’Impero carolingio ha poca coesione interna: l’unico punto di riferimento unitario è proprio lui, Carlo Magno, la cui autorità però, è rappresentata solamente dalla forza militare.
FRANCHI - L'impero: cristiano e universale - Nell’800 il Re dei Franchi scende a Roma per intervenire in un grave conflitto scoppiato tra il Papa Leone III e l’aristocrazia romana. Prende le parti del pontefice e la notte di Natale viene incoronato e consacrato imperatore del Sacro Romano Impero. Carlo si presenta come legittimo successore dei grandi imperatori romani d’Occidente. Ma il suo potere è anche Sacro, perché avallato dal Papa. L’imperatore è quindi il braccio armato della Chiesa, il difensore della fede cristiana. L’Impero carolingio si rifà a un'idea universalistica, ovvero all’aspirazione di governare su tutte le genti cristiane. Chiesa e Impero - Con Carlo Magno, il Medioevo inizia ad essere caratterizzato da due entità universali ben distinte fra loro: l’universalismo politico dell’impero; l'universalismo spirituale della Chiesa di Roma. Il dualismo dunque è tra potere politico e potere spirituale, tra impero e papato (cosa che negli altri due grandi imperi medievali, quello bizantino e arabo, non accade, essendo l’imperatore anche la massima guida spirituale), e l’esistenza nettamente separata di due supreme autorità, diventa quindi una caratteristica peculiare dell’Occidente Europeo. Inutile dire che le due autorità saranno ben presto destinate a scontrarsi.
FRANCHI - Le cariche imperiali. Al vertice della piramide politica l’imperatore possiede l’autorità di banno, la suprema legislazione militare cui sono soggetti tutti gli uomini liberi. Attraverso il banno, l’imperatore ha un potere assoluto e tutti gli devono obbedienza e fedeltà. Ci sono poi: I conti, alti funzionari posti a capo delle province interne dell’impero (le contee). I marchesi, che comandano invece una Marca. Queste cariche originariamente vengono affidate dall’imperatore, ma presto diventano ereditarie. I vescovi risiedono nelle città, dove sono l’autorità più alta, e assumono dunque anche poteri politici. La loro elezione dipende dall’imperatore, cosa che quindi li rende funzionari imperiali. Carlo istituisce anche i missi dominaci, speciali magistrati alle sue dirette dipendenze che devono controllare l’operato di conti e marchesi e hanno il potere di prendere provvedimenti immediati contro gli abusi compiuti dai funzionari locali. Ogni popolo del Sacro Romano Impero ha la possibilità di mantenere le proprie leggi e tradizioni, ma ogni anno viene convocata la Dieta, assemblea generale di tutti i conti, marchesi, vescovi e alti funzionari. In questa occasione si delibera sulla pace e sulla guerra, e si emanano le leggi più importanti sotto forma di “capitolari”, ovvero ordinanze che contengono norme valide su tutti i territori dell’Impero. Carlo Magno non è un sovrano colto, ma comprende perfettamente l’importanza che la cultura può avere per creare una classe dirigente omogenea e fedele all’Impero. Raccoglie quindi attorno a se i maggiori intellettuali dell’epoca, e favorisce la crescita di monasteri come centri di studio dei grandi autori pagani e cristiani. Istituisce anche vere e proprie scuole per i giovani destinati ad entrare nelle file della gerarchia religiosa e della burocrazia imperiale. L’economia del Sacro Romano Impero è parcellizzata e di pura sopravvivenza. Ogni zona infatti produce e consuma tutto ciò di cui ha bisogno. Crisi e crollo dell'Impero. Carlo Magno muore nell'814, e l’edificio politico che ha costruito si rende immediatamente fragile. Il figlio di Carlo, Ludovico il Pio, riesce a fatica a mantenere l’unità dell’Impero. Nell’840 Ludovico muore e l’Impero viene suddiviso fra i suoi tre figli, Lotario, Ludovico il germanico e Carlo il Calvo.
SASSONI - la Sassonia
ARABI -
ARABI - Il cocomero (come lo chiamiamo noi) o anguria è un frutto molto antico, già conosciuto in Egitto e probabilmente portato in Occidente dagli Arabi come testimonia il Tacuinum Sanitatis, enciclopedia medica del X sec. Ottimo per combattere il caldo di questi giorni estivi!
MILLE - Scrive Abelardo (1079-1156) ad Eloisa ( VI 4-5):
“La convivenza di uomini e donne sotto uno stesso tetto porta alla rovina delle anime e soprattutto a tavola dove domina la gozzoviglia e l’ubriachezza e si beve il vino con un piacere nel quale agisce la lussuria…”
Il banchetto è considerato luogo di peccato, il cibo e soprattutto il vino portano inevitabilmente alla lussuria.
La colpa, comunque, è sempre dalla parte femminile… * Facebook
SPEZIE - l’Ippocrasso o Ypocras, è un vino speziato che la leggenda vuole tragga il nome da Ippocrate. Forse il termine deriva da un colatoio usato dagli speziali per filtrare gli infusi, utensile che si chiama, appunto, “manica o calza di Ippocrate.” Nasce come vino medicinale, molto costoso perché arricchito di zucchero e spezie, un prodotto di lusso non per tutti. Per questo motivo, non ci sono molte ricette di Ippocrasso nei manuali di cucina tre-quattrocenteschi, ma le si ritrovano per lo più negli “aromatarii”, i manuali ad uso degli speziali. La miscela di zucchero e spezie può essere aggiunta ad un vino rosso sia a caldo che a freddo, lasciando comunque riposare la bevanda per alcuni giorni. Le spezie da aggiungere erano varie e in dosaggi diversi, probabilmente ogni speziale realizzava un miscuglio ad hoc per ogni cliente. Sicuramente dalla categoria medicinale si passò a quella culinaria: ogni banchetto che si rispetti dovrà terminare con un bicchiere di Ippocrasso e spezie confettate, utili alla digestione. * Facebook
MONACI - Ti sembrerà assurdo, ma nel Medioevo lombardo i monaci irrigavano i prati d'inverno. Non stavano impazzendo: stavano inventando una delle tecniche agricole più geniali della storia. Le chiamavano "marcite" e il segreto era tutto nell'acqua di risorgiva. Questa sgorga dal sottosuolo a una temperatura costante tra i 9 e i 14 gradi, molto più calda dell'aria gelida invernale. Ecco il genio della cosa: non irrigavano per dare acqua alle piante, ma per riscaldare il terreno e impedire che gelasse. Come un riscaldamento a pavimento naturale per i prati. I monaci cistercensi del XII secolo avevano capito che mantenendo il terreno al riparo dal gelo, l'erba continuava a crescere anche d'inverno. Il risultato? Roba da non credere: fino a 7 tagli di fieno all'anno, quando normalmente se ne facevano 1 o 2. Sette! In un'epoca senza trattori, fertilizzanti chimici o tecnologia moderna. Questa innovazione ha reso la Pianura Padana un paradiso agricolo per secoli, garantendo foraggio fresco per il bestiame tutto l'anno. Altro che "secoli bui": i nostri antenati lombardi avevano risolto problemi che oggi ci sembrano impossibili, usando solo intelligenza e osservazione della natura.
MARCO POLO - "Signori imperadori, re e duci e tutte altre genti che volete sapere le diverse generazioni delle genti e le diversità delle regioni del mondo, leggete questo libro dove le troverrete tutte le grandissime maraviglie e gran diversitadi delle genti d'Erminia, di Persia e di Tarteria, d'India e di molte altre province. E questo vi conterà il libro ordinatamente siccome messere Marco Polo, savio e nobile cittadino di Vinegia, le conta..."
6 agosto 1284: battaglia della Meloria - Battaglia navale combattute fra due repubbliche marinare, Pisa e Genova, che vede una strepitosa vittoria genovese e che segna il declino pisano. Ma la battaglia non è tanto importante per questo motivo, quanto per l'incontro fra due uomini nelle prigioni genovesi. Uno è Rustichello da Pisa, scrittore specializzato in romanzi cavallereschi. L'altro prigioniero, il più illustre tra i due, arriverà diversi anni dopo, in seguito alla sconfitta veneziana alla Curzola: si tratta del famoso mercante Marco Polo. E in prigione questi due uomini si parlano. Rustichello ascolta i racconti di quel veneziano che è arrivato sino in Cina e che ha visto le meraviglie d'Oriente e la corte del Gran Khan: argomento ancora più entusiasmante delle gesta di Lancillotto e Artù! Dopo la liberazione Rustichello scriverà un libro in lingua d'oil: Le divisament dou monde ("La descrizione del mondo"). Dopo la sua liberazione lo stesso Marco Polo, con l'aiuto di alcuni domenicani, rivide il testo di Rustichello e lo riscrisse in lingua veneta col titolo di "Libro di Marco Polo detto Milione". "Milione" o, in veneto, "Milion" è diminutivo per aferesi di "Emilione" antenato dei Polo: "Milion" era divenuto il soprannome dei membri della famiglia. Quindi l'idea che il libro si chiamasse così perché Marco Polo aveva visto "milioni" di cose è falsa. L'importanza del Milione è incalcolabile: spalancò agli europei il sogno delle meraviglie dell'Oriente e fu uno stimolo per le grandi esplorazioni. *Andrea Sartori
ROMANICO - Il Duomo di Santa Maria la Nova a Monreale, fatto costruire dal re normanno Guglielmo II tra il 1172 e il 1185, combina le diverse culture artistiche normanna, bizantina e araba. La chiesa è rivestita da 6430 metri quadrati di mosaici bizantini con episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento e figure sacre. Nel catino absidale c’è Cristo Pantocratore («dominatore di tutte le cose») con veste rossa e
manto azzurro, simboli della sua doppia natura divina e umana. L’interno, a tre navate con transetto, presenta archi arabi a sesto acuto e capitelli con pulvini bizantini. Le tre absidi ad archi acuti intrecciati e medaglioni circolari a motivi geometrici sono di ispirazione araba. La facciata è di tipo normanno, con due torri che fiancheggiano l’ingresso.
VICHINGHI - Circa mille anni fa i Vichinghi si spinsero oltre i confini del mondo conosciuto, affrontando mari gelidi e pericoli enormi per esplorare nuove terre. Dopo essersi stabiliti in Islanda e in Groenlandia, non si accontentarono di quei territori aspri e difficili: le saghe nordiche raccontano che una tempesta spinse un navigatore fuori rotta e che da allora la voce di nuove terre cominciò a circolare tra le comunità norrene. La curiosità, unita al desiderio di trovare pascoli migliori e risorse più abbondanti, spinse Leif Erikson e altri esploratori a intraprendere viaggi che li portarono fino alle coste del Nord America attorno all’anno mille.
Le terre scoperte vennero descritte con nomi suggestivi: Helluland, che probabilmente corrispondeva a regioni fredde e rocciose più a nord; Markland, ricca di foreste e legname prezioso; e infine Vinland, che colpì i Vichinghi per il clima più mite, i pascoli verdi e i frutti selvatici, forse persino viti e bacche, da cui deriverebbe il nome. Per uomini abituati alle distese gelide della Groenlandia, quelle regioni apparivano come una sorta di paradiso naturale, fertile e promettente.
Le spedizioni non furono semplici razzie ma tentativi di colonizzazione e di commercio. I Vichinghi portarono con sé animali, attrezzi e materiali per costruire case e officine. Sono stati trovati resti di edifici in legno e torba, strumenti da lavoro e persino tracce di lavorazione del ferro, segno che avevano intenzione di stabilirsi almeno temporaneamente. La navigazione, però, era rischiosa: le loro navi lunghe erano veloci e maneggevoli, ma affrontare le correnti dell’Atlantico settentrionale e i suoi venti imprevedibili significava esporsi a naufragi e perdite.
Un altro aspetto importante fu l’incontro con le popolazioni indigene. Le saghe parlano sia di scambi pacifici sia di scontri violenti. I Vichinghi commerciavano pelli, legno e altri beni, ma le differenze culturali e la diffidenza reciproca portarono spesso a conflitti che resero difficile ogni convivenza stabile. Per questo, pur avendo scoperto e abitato per brevi periodi il Nuovo Mondo, le colonie non durarono a lungo.
Le ragioni dell’abbandono furono molte: la distanza enorme dalla Groenlandia e dall’Islanda, la difficoltà di mantenere i rifornimenti, i contrasti con le popolazioni locali e le condizioni climatiche non sempre favorevoli. Inoltre, le spedizioni richiedevano grandi sforzi in termini di uomini e risorse, e i Vichinghi, impegnati anche in Europa, non riuscirono a garantire continuità a quei tentativi di insediamento.
Nonostante il fallimento a lungo termine, quelle esplorazioni rappresentano un’impresa straordinaria. I Vichinghi furono i primi europei a raggiungere il continente americano, quasi cinque secoli prima di Cristoforo Colombo. Anche se la memoria di queste avventure rimase confinata nelle saghe e nei racconti orali, esse dimostrano il coraggio, la capacità di navigazione e lo spirito d’avventura di un popolo che non temeva di spingersi oltre l’ignoto, lasciando un’impronta silenziosa ma indelebile nella storia del mondo.
CROCIATE - Film sulla crociata. Le Crociate di Ridley Scott ad oggi mi appare tranquillamente migliore anche de Il Gladiatore. Un'assurdità? Parliamone. Era il 2 maggio del 2005 quando il colossal del regista inglese, ambientato a fin XII secolo, veniva mostrato per la prima volta sul grande schermo. Dopo tanti anni, rimane inarrivabile per profondità, per complessità e per caratura estetica. Le Crociate nasce sulla spinta proprio de Il Gladiatore, che 5 anni prima aveva fruttato a Russell Crowe l'Oscar, e a Ridley Scott permesso di rinascere come regista, con un successo a dir poco incredibile. La trilogia de Il Signore degli anelli, titoli come Troy e Master and Commander, avevano ridato linfa al colossal storico, ma nessuno dei film di quel genere avrà la profondità, la perfezione, la capacità di essere così innovativo come questo viaggio nel medioevo. Avvalendosi di una sceneggiatura di grande spessore di William Monahan, Ridley Scott unisce come fa sempre fantasia e realtà storica. Personaggi veri e fittizi si alternano di fronte ai nostri occhi, mentre facciamo la conoscenza di Baliano (Orlando Bloom), maniscalco in preda allo sconforto per la perdita della moglie e del figlio, nella Francia nebbiosa e violenta dell'epoca. Scopre di essere figlio del Barone di Ibelin (Liam Neeson), uno degli uomini più vicini a Re Baldovino IV di Gerusalemme (Edward Norton). Baliano sceglie di seguirlo in quella Terra Santa sull'orlo della riconquista guidata delle forze del Saladino (Ghassan Massoud). Sarà per lui l'inizio di una grandiosa e terribile avventura, lì nel “Regno dei Cieli”. In Le Crociate i seguaci del Cristo, Ridley Scott ce li mostra come erano: fanatici, sanguinari, ipocriti e vili. Almeno per ciò che riguarda la leadership, composta dal peggio della nobiltà transalpina, dal famigerato Guido di Lusignano (Marton Csokas), Rinaldo di Chatillon (Brendan Gleeson), dal Patriarca Eraclio (Jon Finch), dai Templari e gli altri ordini guerrieri. Solo Raimondo di Tripoli (Jeremy Irons) e pochi altri difendono la volontà di tolleranza di Re Baldovino. Tra i tanti film fatti da Scott, questo forse è il migliore nella sua esemplificazione di quanto si possa essere anche non sempre fedeli ai fatti storici tout court, a patto di esserlo allo spirito dei tempi, ad una visione, ad un'idea. Qui l'idea è quella di mostrarci cos'era la Terra Santa di quel XII secolo, quanto in realtà assomigli drammaticamente a quella del nostro tempo.
MEDIOEVO - La matematica medievale inizia quando Andrea Pisano detto Fibonacci fa scrivere il primo libro di matematica in Europa. Andrea Pisano detto Fibonacci è un commerciante pisano che dopo avere viaggiato per anni si ritira a Pisa, qui si dedica alla scrittura del primo libro di Arit,metica. Nel libro spiega cosa sono i numeri arabi e le quattro operazioni. Il libro si chiama Liber Abaci e porta la data del 1202. Fibonacci ebbe anche un significativo ruolo nella diffusione della matematica a Pisa, città in cui morì verso il 1250. L'opera più conosciuta di Fibonacci è il Liber Abaci. Letteralmente, il titolo significa "libro dell'abaco". L' Abaco è una tavoletta rettangolare usata dagli antichi per eseguire i calcoli; quello dei Romani, per es., portava due serie di otto asticciole in cui scorrevano gettoni o palline forate. L’uso dell’abaco, indispensabile nelle civiltà antiche (Cina, Babilonia, Grecia, Roma) per la mancanza di un sistema di numerazione adatto al calcolo, e conservatosi ancora nel medioevo, decadde con l’introduzione nell’Occidente latino delle cifre arabiche; oggi si conserva come mezzo didattico per la prima infanzia nella forma del pallottoliere, e anche, in taluni paesi, come strumento ausiliario per i contabili, i commessi di negozio, ecc. Nel Liber abaci, l' opera (1202) del matematico pisano L. Fibonacci, oltre ad esercizi una parte del quale è dedicata alle regole pratiche di aritmetica.
VENEZIA - Se pensi di sapere com'erano trattate le donne nel Medioevo, preparati a ricrederti. Nel resto d'Europa, quando una donna si sposava, la sua dote diventava automaticamente proprietà del marito. Lei perdeva ogni controllo sui suoi beni, finendo spesso in completa dipendenza economica. Era la norma, accettata e codificata ovunque. Ma c'era una città che aveva capito tutto secoli prima degli altri. A Venezia, la dote rimaneva proprietà della donna. Sempre. Anche dopo il matrimonio, anche se il marito la gestiva, legalmente apparteneva ancora a lei. Se rimaneva vedova o il matrimonio finiva, poteva riprendersi tutto attraverso una procedura legale specifica. Pensaci un attimo: mentre nel resto d'Europa le donne venivano private di ogni autonomia economica, le veneziane avevano una tutela patrimoniale che garantiva loro indipendenza finanziaria. Un sistema così avanzato che sembrava venire dal futuro. Non era solo una questione di soldi, era una rivoluzione silenziosa. Significava poter negoziare, avere voce in capitolo, non dipendere completamente dal benvolere del marito. Venezia non smette mai di stupirci: mentre tutti guardavano al passato, loro costruivano già il domani.* Facebook/quellochenonsapevi
CARTA - La storia della carta è strettamente legata alla sua diffusione, che ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della cultura e della conoscenza. L'invenzione della carta risale alla Cina, dove fu introdotta nel II secolo a.C. Successivamente, la sua conoscenza si diffuse in altre parti del mondo, grazie anche alla battaglia di Talas nel 751 d.C., dove gli arabi catturarono artigiani cinesi che conoscevano la tecnica di produzione della carta. Questi ultimi insegnarono il procedimento agli arabi, che a loro volta la diffusero nel bacino del Mediterraneo e in Europa.
CARTA - La carta fu inventata in Cina, con la produzione che iniziò nel II secolo a.C. La battaglia di Talas segnò un punto di svolta nella diffusione della carta, con la conoscenza che passò ai cinesi catturati e poi agli arabi. Gli arabi portarono la carta in Europa, con l'Italia che divenne un centro di produzione importante, in particolare con la cartiera di Fabriano nel XII secolo. La carta fu inizialmente creata in Cina usando vari materiali come stracci, reti da pesca, corteccia di alberi, e più tardi, anche paglia di riso e canna di bambù. L'Italia divenne un centro importante per la produzione della carta, con la cartiera di Fabriano che divenne famosa fin dal 1283. La carta ha giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo della cultura e della conoscenza, permettendo la conservazione e la diffusione di informazioni, testi, e opere artistiche. La storia della carta è un esempio di come le conoscenze e le tecnologie possano viaggiare attraverso confini e culture, contribuendo al progresso e allo sviluppo umano.
STAMPA - La stampa a caratteri mobili si sviluppa alla fine del Medioevo. Questo ha permesso la stampa di libri e giornali. nascono cosi le biblioteche moderne che si arricchiscono di libri e documenti stampati. Prima della stampa fu inventato l'uso dell'inchiostro e della carta. maestri nella produzione di carta e inchiosotro sono stati i cinesi. L' uso di carta e inchiostro arriva in Europa con gli Arabi che apprendono dai cinesi la fabbricazione della carta. carta arabi cinesi
RINASCIMENTO - Teatro nel Rinascimento - La cultura umanistica portò alla scoperta del teatro classico, con il rispetto delle tre unità. Tornò un teatro laico e dotto. Le opere venivano rappresentate a corte prima in latino e poi in volgare. Tra un atto e l'altro si prese l'abitudine di inserire un intermezzo musicale-allegorico di argomento mitologico (origine del melodramma e del teatro d'opera). Nel corso del '400-'500 fioriscono molti testi teatrali su imitazione di quelli antichi, per un teatro ristretto e di corte. Alcune opere importanti per l'epoca: Ariosto: La lena; Tasso: L'Aminta (dramma pastorale); Guarini: Il pastor fido; Machiavelli: La mandragola. Parallelamente si sviluppa una forma di teatro popolare e laica, itinerante: la commedia dell'arte, che si basava su improvvisazione, canovacci, oralità, maschere. In questo secolo si costruiscono i primi teatri: Teatro Olimpico di Palladio a Vicenza (1579-80)
COSTANTINOPOLI - Il 29 maggio del 1453, dopo quasi due mesi d'assedio, i turchi ottomani di Maometto II entrarono a Costantinopoli, ridotta ormai da diversi decenni a poco più dell'area cittadina. I difensori, neanche 10.000, dovevano difendere un perimetro immenso, e avevano contro di loro un numero di turchi cinque o dieci volte maggiore. Tra i pochi ad aiutare l'ultimo imperatore bizantino, Costantino XI Paleologo, ci furono alcune città italiane, tra cui Genova e Venezia (i genovesi e i veneziani avevano stretti rapporti commerciali). Nonostante l'incessante bombardamento fatto con un cannone enorme i difensori riuscirono a resistere, finché i turchi trasportarono le navi via terra, aggirando lo sbarramento del Corno d'Oro e chiudendo ogni possibilità di rifornimento via mare. Alcune navi italiane che erano partite in cerca di aiuto, nonostante sapessero delle difficoltà, decisero di rientrare comunque (senza che nessun nuovo aiuto si unisse alla causa). Quando però il 29 maggio i turchi aprirono una breccia nella mura teodosiane e il comandante genovese Giovanni Giustiniani venne ferito e portato via, non ci fu modo di fermare l'assalto finale dei giannizzeri. Costantino XI Paleologo non fu più ritrovato, forse, abbandonate le insegne imperiali, si gettò nella mischia e morì combattendo. I turchi, presa la città, si dedicarono al saccheggio, entrando infine in Santa Sofia dove i cristiani, latini e ortodossi, si erano riuniti a pregare, dando via al massacro. I preti furono uccisi mentre celebravano la messa, alcuni sgozzati sull'altare. Maometto II, che pure aveva un grande rispetto per la città, non riuscì a fermare il saccheggio, che durò però solo un giorno. Decise infatti di annullare i tre giorni concessi, poiché si rese conto che non sarebbe rimasto molto della città. * storieromane
FIRENZE - Nel cortile del Duomo di Firenze giace un blocco di marmo di Carrara, abbandonato da decenni. È il 1500 e i documenti lo descrivono come "una certa figura di marmo chiamata Davide, mal sbozzata e supina".
Tutto inizia negli anni Sessanta del Quattrocento: la cattedrale commissiona la scultura ad Agostino di Duccio, che abbozza gambe e piedi prima di fermarsi. Nel 1476 ci riprova Antonio Rossellino, ma anche lui abbandona l'impresa. Il marmo presenta vene e difetti, la qualità è mediocre. Per 25 anni "il gigante" - così lo chiamano - resta lì, esposto alle intemperie.
Nel 1501 le autorità del Duomo decidono di dare un'ultima possibilità a quel blocco maledetto. Consultano persino Leonardo da Vinci, ma alla fine scelgono un giovane scultore di 26 anni: Michelangelo Buonarroti. Il 13 settembre inizia a scolpire.
Tre anni dopo, l'8 settembre 1504, viene svelata una statua alta 5,17 metri che cambierà per sempre l'arte occidentale. Il Davide di Michelangelo nasce da un pezzo di pietra che tutti avevano considerato un fallimento. A volte i capolavori nascono proprio dove meno te li aspetti. *Maurizio Byron
CINQUECENTO - Oltre al Teatro San Carlo di Napoli, un altro teatro antico di grande importanza è il Teatro Olimpico di Vicenza, considerato il più antico teatro coperto in muratura. Progettato da Andrea Palladio, fu inaugurato nel 1585 con la rappresentazione dell'Edipo Re di Sofocle.
SEICENTO - New York non si è sempre chiamata così. In origine, questa metropoli aveva un nome completamente diverso: Nuova Amsterdam. Era una colonia olandese, fondata nel XVII secolo dagli stessi navigatori che avevano esplorato i mari di tutto il mondo. Gli olandesi cedettero questo territorio agli inglesi in cambio di una piccola isola remota nelle Indie orientali, famosa per la produzione di spezie. All'epoca, quella minuscola isola era considerata più preziosa di tutta Manhattan. Le spezie valevano oro, erano il petrolio del Seicento. Manhattan? Beh, era solo un pezzo di terra con alcuni indigeni e qualche colono. Oggi Manhattan vale centinaia di miliardi di dollari, mentre quell'isola delle spezie è praticamente sconosciuta ai più. È incredibile come il valore delle cose possa cambiare completamente nel corso dei secoli.* Facebook
AMERICA -
MESSICO - Intanto, al NO. i gesuiti avevano iniziato nel 1590 i loro lavori missionari. Nel 1644, essi avevano 35 missioni a Sinaloa e Sonora, e nel 1687 Eusebio Chino arrivò alla Pimeria Alta ed esplorò il paese fino all'Arizona e alla Bassa California, unendolo alla chiesa cattolica e alla Nuova Spagna e aprendolo alla conoscenza degli Europei. La naturale tendenza dei primi conquistatori a rendersi indipendenti fece sì, che, sebbene l'imperatore avesse nominato Cortés "governatore generale della Nuova Spagna e delle sue provincie", fino dal 15 ottobre 1522 Olid si fosse ribellato contro di lui e l'avesse posto nella necessità d'intraprendere nel 1524 la sua sfortunata spedizione nelle Hibueras, per ridurlo all'obbedienza. Intanto, durante la sua assenza dalla Città di Messico, gl'incaricati di governare in suo nome si erano rifiutati di riconoscersi reciprocamente ed erano addivenuti ad aspre lotte intestine, che spinsero il governo spagnolo ad affidare il governo del paese a un'udienza (consiglio amministrativo). Essendo la prima udienza (dal dicembre 1527 al dicembre 1530) risultata non di uomini di governo, ma di gente cupida e ambiziosa, l'imperatrice Isabella decise di nominare un viceré, che fu U. Antonio de Mendoza, sostituendolo tuttavia, prima che egli potesse recarsi a compiere il suo incarico, con una seconda udienza (dal dicembre 1530 all'ottobre 1535), migliore della prima, in cui eccellevano Sebastiano Ramírez de Fuenleal, vescovo di Santo Domingo e Vasco de Quiroga, che governarono con grande saggezza. Fatta la conquista del Messico da uomini che la compirono per conto proprio e per il loro proprio benefizio, avvenne che essi cercarono di rifarsi delle spese fatte e dei pericoli corsi, e chiesero a Cortés terre e Indiani. Cortés cedette alle loro esigenze e, nel 1522, stabilì nella Nuova Spagna il regime di repartimientos e di encomiendas. L'attitudine di Carlo V, sull'inizio, fu diversa. Nella sua cedola di Valladolid, del 26 giugno 1523, egli dichiarò che "giacché Dio, Nostro Signore, aveva creato gl'Indiani liberi e non soggetti, egli non poteva metterli in encomienda né fare di essi una ripartizione". Però non gli fu possibile imporre questo suo concetto. Tuttavia la seconda udienza ridusse le ripartizioni e le facoltà degli encomenderos, ordinò che non si continuasse a bollare a fuoco gl'Indiani come fossero schiavi; ottenne che si aumentasse l'introduzione del bestiame, dei cavalli, dei buoi e delle bestie da lana, che, oltre ad essere utili agli Spagnoli, dovevano agevolare a molti nomadi il passaggio alla vita pastorale e agli agricoltori l'uso dell'aratro. Infine, fondò nuove colonie; la più importante, Puebla de los Ángeles, nel 1530, del frate francescano Toribio Buenavente (più conosciuto col nome di Motolinio). * treccani
METICCI - In Messico dall' unione di europei e indigeni nascono e si formano i meticci. Il fatto più importante originato dalla conquista fu la formazione di razze miste, delle quali il componente principale, perché più dell'altro numeroso, era l'indigeno. Nei primi anni della colonia, le unioni fra Spagnoli e Indiani pare che fossero favorite: sebbene si provvedesse a separare gl'Indiani dai bianchi, in parte col fine di impedire che i primi fossero sopraffatti dai secondi. Ciò nonostante, il numero dei meticci si moltiplicò sempre più, fino a costituire il 22% di tutta la popolazione, nel 1810. Anche la razza negra importata concorse a formare la popolazione: ma essa si diluì rapidamente in mezzo all'indigena; e pochi indivídui la rappresentavano, quando si conquistò l'indipendenza. Questi meticci, nonché i creoli, cioè i bianchi nati nella Nuova Spagna, si trovarono, soprattutto nel sec. XVII, quando essi erano già molto aumentati, in condizioni di inferiorità economica e sociale. * treccani
GESUITI - Nel centro e nel sud del paese, dove si era più sviluppata la cultura indigena, il cristianesimo si propagò rapidamente, grazie alla buona disposizione che manifestarono per esso un gran numero di antiche popolazioni, e grazie soprattutto ai frati francescani (1523), domenicani (1526) ed agostiniani (1533). Fra questi ultimi, si distinse fra Alonso de la Veracruz (1504-1584), professore all'università di Messico e fondatore del Collegio di S. Paolo e di varie importanti biblioteche. Il N. e il NO. vennero per molti anni evangelizzati dai gesuiti (1572), il padre provinciale dei quali, Pietro Sánchez, fondò in Messico (1573) il Collegio di S. Pietro e Paolo. In seguito, vennero a dipendere dai gesuiti quasi tutti i centri di educazione secondaria e superiore della Nuova Spagna. * treccani
MESSICO - Ogni elemento che costituiva il sistema di governo del paese si trovava di fronte altri elementi; e anche la volontà del re incontrava ostacoli, quando toccava gli interessi delle più importanti categorie sociali. Ciò nondimeno finiva col prevalere quel che corrispondeva agl'interessi superiori della vita pubblica; per es. le encomiendas furono abolite definitivamente nel 1729. Il re nominava o richiamava i viceré e le più alte autorità civili, ed esercitando il suo diritto di patronato, nominava pure i dignitarî ecclesiastici. Come organo ausiliario del suo governo, egli aveva il Consiglio delle Indie (Consejo de Indias), tanto per la Nuova Spagna, quanto per gli altri possessi della Corona; e da questo consiglio uscivano le nomine di alti funzionarî; da esso avevano conferma quelli minori. I viceré, in apparenza signori assoluti della Nuova Spagna, rare volte duravano nella loro carica per più 10 anni, e generalmente meno di sei. Nella seconda metà del sec. XVIII si distinsero per la loro abilità e per la loro energia singolare Francesco de Güemes y Horcasitas, conte di Revillagigedo (1746-1755), Carlo Francesco de Croix, marchese de Croix (1766-1771), Antonio de Bucareli y Ursúa (1771-1779) e Giovanni Vincenzo de Güemes Pacheco de Padilla, secondo conte di Revillagigedo (1789-1794). Il governo dei viceré, durante tutta l'epoca coloniale ebbe una grande continuità, dovuta principalmente alle relazioni che i viceré lasciavano ai loro successori, per informarli sullo stato del viceregno; all'obbligo dei viceré di ascoltare le opinioni dell'udienza anche quando non le seguivano, e di discutere ogni ordine di affari con i relativi organi amministrativi; infine, al fatto che, giunto il termine della loro carica, essi venivano, se necessario, sottomessi a un "juicio de residencia" per assodare eventuali responsabilità. Nella Nuova Spagna, vi erano due udienze: quella del Messico e quella, di Guadalajara, la seconda subordinata alla prima, che divideva col viceré alcune funzioni del governo del Messico e lo sostituiva durante le sue vacanze. * treccani
SEICENTO - Teatro del Seicento. Il Seicento è considerato il secolo d'oro del teatro che fiorì in tutta Europa. Ecco cosa accade nei vari paesi: Francia: nasce e si consolida il teatro classico fondato sul rispetto delle regole aristoteliche. Corneille, Racine e Molière. Inghilterra: fiorisce il teatro elisabettiano: Marlowe, Shakespeare. Spagna: teatro profano estraneo alle regole aristoteliche. Fondato sull'affermazione di valori etici: Lope De Vega, Calderón De La Barca. In questo secolo si costruiscono i teatri prototipo di quelli europei: il teatro della Fenice di Venezia e il teatro Farnese di Parma (1618-19). Le dimensioni aumentano per accogliere il vasto pubblico: c'è l'orchestra, la platea, l'arco scenico unico, il palcoscenico molto vasto, con argani e quinte mobili per le nuove esigenze della spettacolarità, ci sono i palchetti per contenere più pubblico: nasce il teatro ad alveare. La Fenice di Venezia, fondata nel 1792, rientra tra i teatri più antichi ancora attivi. Al suo interno ci sono state numerose prime assolute come le opere di Rossini, Bellini, Doninzetti e Verdi. La capienza è di circa 1000 posti e gode di un’acustica praticamente perfetta migliorata ulteriormente dopo la ricostruzione a seguito dell’incendio del 1996.
GESUITI - 31 luglio si festeggia : Sant'Ignazio di Loyola. Gigante della Storia della Chiesa, fondatore della Compagnia di Gesù cui apparteneva il defunto Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco (anche se l'essere diventato Papa in teoria confligge con la regola). Íñigo López de Loyola era basco) fu prima di tutto un militare. La sua conversione avvenne quando il 19 maggio 1521 il pretendente al Trono di Navarra Enrico d'Albret prese Pamplona. Iñigo rifiutò la resa restando a combattere coi suoi nell'ultimo bastione. Che ovviamente cadde. Ferito, gli fu risparmiata la vita. Qualcosa cambiò in lui. L'agiografia parla della sua illuminazione presso il fiume Cardoner. «Camminando così assorto nelle sue devozioni, si sedette un momento, rivolto verso l’acqua che scorreva in basso, e, stando lì seduto, cominciarono ad aprirglisi gli occhi dell'intelletto. Non già che avesse una visione, ma capì e conobbe molte cose della vita spirituale, della fede e delle lettere, con una tale luce che tutte le cose gli apparivano nuove". Ignazio è il fondatore dei Gesuiti, la cui regola è militare (non a caso il suo capo è il "generale"). Un'ordine divenuto da subito potentissimo, a tal punto che il generale viene chiamato "il Papa Nero" (dal colore della veste). Nonostante la regola imponga un'obbedienza al Papa "perinde ac cadaver" (alla stregua di un cadavere, che può essere mosso a piacere) non pochi Papi ebbero problemi con l'ordine al punto che Clemente XIV li soppresse con la breve Dominus ac Redemptor. L'ordine venne ricostituito da Pio VII ma ancora Giovanni Paolo II pensò seriamente di sopprimerli un'altra volta. I gesuiti, assieme ad ebrei e massoni, sono guardati con sospetto e sono da sempre al centro di mille teorie del complotto. Perché assieme ad ebrei e massoni hanno in comune una preparazione intellettuale fuori dal comune e sia il potere che il popolo, se sei troppo intelligente, ti guardano storto. Grande gesuita fu Matteo Ricci, uomo che fu ponte tra cultura europea e cultura cinese, che tradusse Confucio in latino ed Euclide in cinese (è lui il gesuita euclideo di Battiato) e, unico straniero ad avere questo onore, è sepolto nella Città Proibita. Gesuiti i discepoli di Ricci che portarono una rivoluzione tecnologica in Cina e anche artistica grazie a Giuseppe Castiglione: i gesuiti portoghesi saranno decisivi anche per la civiltà del Giappone. Gesuita l'astronomo tedesco Cristoforo Clavio, fondatore della Specola Vaticana. Gesuita Athanasius Kircher medico, geologo, orientalista e pioniere degli studi egittologici. Gesuita Ruggero Giuseppe Boscovich che fu filosofo, astronomo, fisico, matematico, poeta e diplomatico. Gesuita l'astrofisico Georges Lemaître, il primo a capire che lo spostamento verso il rosso della luce delle galassie era la prova dell'espansione dell'universo, teoria poi confermata dalle Leggi di Hubble. Gesuita Pierre Teilhard de Chardin, biologo evoluzionista. La sismologia è stata definita "scienza gesuita". Questo solo per far comprendere il colossale apporto gesuita al sapere occidentale e non solo occidentale. Dai gesuiti si sono formati leader del calibro di Fidel Castro. Come racconta il film Mission, i gesuiti presero le parti degli indios nella Guerra Guaranì, mentre il gesuita De Smet prese le parti dei Sioux contro Washington per la difesa delle Black Hills. I gesuiti sono stati tra i principali oppositori delle dittature militari del Sudamerica. Ce n'é d'avanzo. Come detto il papa Francesco era gesuita. È anomalo che un gesuita avanzi di carriera, teoricamente non potrebbe nemmeno diventare vescovo. Bergoglio però non è l'unico caso di gesuita "in carriera". Prima di lui ci fu il cardinal Martini.
TEATRO - Da sempre gli amanti della lirica, della poesia e della recitazione adorano andare in teatro. Il teatro traspira storia, emozioni, racconta storie e sofferenze, ma dona sorrisi e attimi di gioia. Ma quali sono i teatri più antichi d’Europa ? Il termine teatro deriva dal greco e significa “vedo lo spettacolo”.E’ un insieme di differenti discipline, che si uniscono e concretizzano l’esecuzione di un evento spettacolare dal vivo. Il teatro nella storia ha sempre rappresentato un punto d’incontro ed è stato da sempre la culla dove sono nati i più grandi artisti di tutti i tempi. In questo secolo seicento si costruiscono i teatri prototipo di quelli europei: il teatro della Fenice di Venezia e il teatro Farnese di Parma (1618-19). Le dimensioni aumentano per accogliere il vasto pubblico: c'è l'orchestra, la platea, l'arco scenico unico, il palcoscenico molto vasto, con argani e quinte mobili per le nuove esigenze della spettacolarità, ci sono i palchetti per contenere più pubblico: nasce il teatro ad alveare. In sintesi, mentre il Teatro Olimpico di Vicenza e il Teatro di Epidauro rappresentano esempi di teatri antichi, il Teatro San Carlo di Napoli è il più antico teatro d'opera ancora attivo, un vero gioiello del patrimonio culturale italiano.
TEATRO - Tra i teatri più antichi, quello più vecchio di tutti sia in Europa e pare anche del mondo è il teatro San Carlo di Napoli. Il San Carlo è il teatro più antico del mondo ancora attivo. Ha 1386 posti a sedere e fu inaugurato nel 1737 da Carlo di Borbone. La sala è lunga 28,6 metri e larga 22,5 metri con 184 soppalchi. Il teatro San Carlo è stato eletto anche il teatro più bello al mondo. Il secondo tra i teatri più antichi d’Europa è il Manoel Theatre a La Valletta (Malta). Anch’esso come il San Carlo è ancora attivo. Venne costruito nel 1732 e ha 632 posti a sedere. La Fenice di Venezia, fondata nel 1792, rientra tra i teatri più antichi ancora attivi. Al suo interno ci sono state numerose prime assolute come le opere di Rossini, Bellini, Doninzetti e Verdi. La capienza è di circa 1000 posti e gode di un’acustica praticamente perfetta migliorata ulteriormente dopo la ricostruzione a seguito dell’incendio del 1996.
NAVIGAZIONE - Nel 1567, il navigatore ottomano Ali Macar Reis realizzò una mappa del mondo sorprendentemente accurata per l’epoca, capace di rivaleggiare con le migliori carte europee del tempo. Basata su fonti spagnole e portoghesi, rappresentava con notevole precisione le coste dell’Europa, dell’Africa e delle Americhe, dimostrando quanto la cartografia ottomana fosse aggiornata e sofisticata durante l’Età delle Esplorazioni. Nonostante alcune distorsioni, specialmente in Asia orientale, la mappa rivelava una profonda conoscenza delle rotte marittime e delle tecniche nautiche, e confermava il ruolo attivo dell’Impero Ottomano nei circuiti globali del sapere geografico. Ma ciò che più colpisce è la presenza, in questa carta del XVI secolo, di una rappresentazione dettagliata dell’Antartide: un continente che sarebbe stato ufficialmente scoperto solo tre secoli più tardi. Questo elemento ha acceso l’interesse di storici e studiosi, alimentando interrogativi sulle fonti usate da Ali Macar Reis e su possibili conoscenze preesistenti oggi perdute. Tracciata come un portolano, n tipo di carta nautica molto usato tra il XIII e il XVII secolo, con reti di linee e rose dei venti pensate per la navigazione, la mappa non è solo uno strumento tecnico. Si tratta, infatti, di una finestra su una cultura che partecipava con intelligenza e originalità alla costruzione del mondo conosciuto.* Giancarlo Casale 2012
GENOVA - Vi siete mai chiesti da dove arriva la parola 'quarantena'? Pensate che sia un termine medico moderno, vero? Ecco la sorpresa: non viene da un dottore contemporaneo, ma nientemeno che da Venezia nel XIV secolo. I veneziani, già allora, avevano capito tutto. Quando le navi arrivavano nei loro porti, specialmente da zone colpite da epidemie, dovevano restare isolate per quaranta giorni. Proprio da qui nasce la parola 'quarantena' - dai famosi 'quaranta giorni' di isolamento preventivo. Ma sapete cosa mi ha colpito di più? Nel 1423, quasi 600 anni fa, Venezia costruì il primo lazzaretto della storia mondiale sull'isola del Lazzaretto Vecchio. Un vero e proprio centro organizzato per l'isolamento sanitario, gestito dallo Stato con procedure rigorose. Figuratevi: mentre gran parte d'Europa non aveva nemmeno idea di cosa fossero i batteri, la Serenissima aveva già sviluppato un sistema di sanità pubblica che faceva scuola in tutto il Mediterraneo. Altre città italiane presero poi esempio da questo modello veneziano. Altro che innovazione moderna: i nostri antenati erano già all'avanguardia nella prevenzione sanitaria. La lungimiranza di quegli amministratori medievali continua a stupirci ancora oggi.
VENEZIA - il teatro della Fenice di Venezia
SICILIA - Il professore Laurana insegna in una scuola a Palermo. Nel Film a ciascuno il suo si citano i cognomi del dottor oculista Roscio e dell' Avvocato Rossello. Il cognome Roscio potrebbe derivare da "Ruches" o "Rusces", forme originarie del cognome, come testimonia un documento del 1598 che cita un sergente "Rusces" a Pantelleria, ai tempi sotto dominio spagnolo. Successivamente, il cognome si italianizzò in "Roscia". In Italia, il cognome Rossello è diffuso principalmente in Liguria, soprattutto nel savonese, e in Sicilia, soprattutto nella zona nord-orientale dell'isola.
CARTESIO - Cartesio. Il discorso sul metodo e la nuova geometria. Il Discorso sul metodo di Cartesio (1596-1650) fu pubblicato nel 1637 come introduzione a tre opere dall’autore considerate più importanti: Geometria, Diottrica e Meteore. Inizialmente lo scopo di questo breve scritto era preparatorio: a lui era affidato il compito di introdurre la chiave di lettura, il metodo con cui affrontare la lettura dei tre trattati. Ecco perché qui Cartesio esprime in modo molto chiaro ed efficace i risultati ottenuti nella sua indagine sul metodo più adatto alla filosofia. Cartesio divise già originariamente l’opera in sei parti.
CARTESIO - Il 10 novembre 1618 Cartesio si trovava a Breda, nei Paesi Bassi, dove si era trasferito per respirare quell'aria di libertà intellettuale e di ricerca che nel resto d'Europa era preclusa. Quel giorno un matematico affisse a un portone il testo di un problema e la richiesta ai concittadini di provare a risolverlo. Il quesito era in fiammingo. Cartesio se lo fece tradurre in latino da uno dei presenti, Isaac Beeckman, che sarebbe in seguito divenuto suo amico. Il giorno seguente si ripresentò di fronte a quello stesso portone: stringeva tra le mani un foglio con la soluzione. Questo episodio - reale e documentato - ci offre l'immagine del francese come di un uomo dalla curiosità intellettuale sempre vigile e dall'intelligenza capace di mettersi di continuo alla prova. Caratterisitiche che, unite alla dedizione allo studio, lo posero in una posizione unica nella storia del pensiero occidentale. È infatti considerato il fondatore della matematica e della filosofia moderne. Se tutti abbiamo sentito citare il suo "Cogito, ergo sum", ma non ci siamo mai fermati a considerare la sua figura nel complesso, possiamo ora superare la soglia di un'avventura intellettuale senza paragoni. * White Star 2018
SETTECENTO - Teatro del Settecento - Nella prima metà del secolo prevale il gusto arcadico che, dal punto di vista teatrale, si concretizza con il melodramma che nasce con Pietro Metastasio. Il clima iluministico fa sentire i suoi influssi anche sul gusto per lo spettacolo: servono maggior rigore, pulizia ed ordine. Goldoni si fa promotore di una vera e propria rivoluzione teatrale: con la riforma del teatro sostituisce gradualmente al teatro della Commedia dell'arte un teatro di carattere, con testo scritto e personaggi ben delineati psicologicamente. Ricerca la verosimiglianza delle storie e la semplicità del linguaggio. Alfieri è l'altra grande personalità teatrale del secolo. Spirito passionale, amante della libertà e dell'indipendenza, è un preromantico per temperamento, ma un classico per il rigore dello stile delle sue tragedie. mette in scena lo scontro fra eroe e tiranno.
SETTECENTO - A Vienna nel 1763, durante il tour europeo, Wolfgang Mozart scivola al palazzo imperiale e a tirarlo su da terra e consolarlo avrebbe pensato la coetanea principessa Maria Antonia, futura Maria Antonietta di Francia, lui di rimando la bacia dicendo che l’avrebbe sposata come ringraziamento. Nella stessa occasione l’imperatrice Maria Teresa mette alla prova la sua abilità facendolo suonare con la tastiera coperta da un panno; Mozart riceve in dono un orologio d’oro.
SETTECENTO - I marmi di Ercolano in una chiesa in Normandia. La chiesa medievale di Elbeuf in Francia si trova proprio accanto al castello dei Duchi di Elbeuf , ed era naturale che la usassero per ascoltare la messa quando vivevano lì. Uno di loro, **Emanuele Maurizio di Lorena** (1677-1763), quinto **duca di Elbeuf**, sarebbe stato all'origine di una delle scoperte più favolose della Storia. Costretto all'esilio da Luigi XIV dopo essere entrato al servizio dell'imperatore austriaco Giuseppe I nel 1706, che lo nominò luogotenente generale di cavalleria a Napoli, fu del tutto naturale che nel 1709, ai piedi del Vesuvio, Emanuele costruisse la sua sontuosa dimora, oggi in rovina, ma ancora nota come "**Villa d'Elboeuf**". Proseguendo lo scavo di un pozzo, i suoi operai avrebbero portato alla luce la città di Ercolano. Inizialmente, il Duca di Elbeuf estrasse grandi quantità di statue in bronzo e marmo e una moltitudine di altri oggetti, che furono utilizzati per decorare il suo palazzo e i suoi giardini, ma che offrì anche a re e imperatori delle corti europee. Gli scavi portarono alla luce ingenti ritrovamenti tra i quali le sculture dette "Grande Ercolanese" e le due "Piccole Ercolanesi" inviate dal d'Elbeuf in dono ad Eugenio di Savoia ora al Museo di Dresda.
Il libro "**Marmi ercolanesi in Francia. Storia di alcune distrazioni del principe E. M. d'Elboeuf**" di Valerio Papaccio, pubblicato dall'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, narra la vicenda dei marmi ercolanesi trasferiti in Francia. L'opera, introdotta da Marcello Gigante, esplora come questi reperti archeologici, provenienti dagli scavi di Ercolano, finirono in possesso del principe e come furono poi utilizzati o dispersi. In quest’opera Papaccio ha inoltre riconosciuto nella chiesa di **St. Etienne a Elbeuf sur Seine** alcuni marmi ercolanesi portati dal d'Elbef in Francia tra il 1719 e il 1756. La stessa tradizione locale narra che i bellissimi marmi rossi dell'Altare Maggiore di St. Etienne (Santo Stefano) furono offerti dal Duca Emanuele e provenivano da Ercolano.
OTTOCENTO - Nel 1745, a Como, nacque un bambino che non parlava. Passavano i mesi, poi gli anni, e il silenzio restava. A quattro anni, i genitori temevano il peggio: forse non avrebbe mai imparato, forse non era “normale”, forse quel figlio era destinato a restare ai margini del mondo. Ma quel silenzio non era vuoto. Dentro di lui si stava formando una mente capace di vedere dove gli altri non guardavano. Quel bambino si chiamava Alessandro Volta. Non amava le parole. Amava osservare. Le foglie che cadevano, le scintille del fuoco, il suono del temporale. Tutto, per lui, era una domanda. E ogni domanda meritava una risposta. Da adolescente decise che avrebbe dedicato la vita alla scienza. Molti lo deridevano. Dicevano che fosse lento, distratto, inadatto. Ma quella lentezza era la sua forza. Era il tempo necessario per capire davvero. Nel 1775 costruì un piccolo oggetto, semplice all’apparenza: una lastra, una leva, una scintilla. Lo chiamò elettroforo perpetuo. Era in grado di accumulare elettricità — una scoperta tanto minuta quanto rivoluzionaria. Aveva appena aperto una porta destinata a cambiare il mondo. Gli anni seguenti furono un susseguirsi di esperimenti, di prove e di errori. Poi arrivò la disputa che lo avrebbe reso immortale. Il suo collega Luigi Galvani sosteneva che i muscoli delle rane si muovessero grazie a una misteriosa “forza animale”. Volta non ci credeva: per lui non era magia, ma elettricità pura. E decise di dimostrarlo. Nel 1799, con la calma di chi sa di essere vicino alla verità, impilò dischi di rame e zinco, separati da panni imbevuti d’acqua salata. Nacque così la pila — il primo generatore di corrente continua della storia. Un oggetto umile, fatto di metallo e panni bagnati. Eppure, da quella semplicità nacque una rivoluzione. Per la prima volta l’uomo poteva creare elettricità stabile, prevedibile, utilizzabile. Non più fulmini, non più scariche casuali: energia sotto controllo. La notizia attraversò l’Europa. Napoleone Bonaparte lo convocò a Parigi, volle vederlo all’opera, lo colmò di onori e medaglie. Ma Volta rimase quello di sempre: un uomo di laboratorio, più a suo agio tra strumenti e appunti che nei salotti dell’impero. Da quella pila sarebbero nati il telegrafo, la lampadina, il telefono, i computer, i satelliti. Ogni luce accesa nel mondo moderno porta un frammento della sua invenzione. Quando morì, nel 1827, il mondo intero lo pianse. Ma il suo nome restò vivo in ogni lampadina, in ogni motore, in ogni batteria. Volt — l’unità di misura dell’energia che illumina la vita. Dietro quel nome, c’è la storia di un bambino che non parlava, di un ragazzo lento, di un uomo che seppe ascoltare il silenzio della natura e trasformarlo in luce. Perché la genialità, spesso, non grida. Si accende.
OTTOCENTO - 1 agosto 1819: nasce Herman Melville. Uno dei più grandi scrittori americani e autore del capolavoro assoluto della letteratura statunitense come Moby Dick or The Whale. Alla sua uscita il romanzo fu un flop e Melville fu riscoperto solo decenni dopo la sua morte. Ma la Balena Bianca ha lasciato un seme profondo nella cultura americana. Moby Dick è più di un capodoglio albino: non a caso Melville usa spesso il termine biblico di "Leviatano". Chi lo ha visto come allegoria del Male, chi come allegoria di Dio, e Ahab (che porta il nome di un re d'Israele ribelle a YHWH) come chi non accetta il dolore mandato da Dio. Oppure semplicemente Moby Dick è la Natura. Una Natura che trionfa sull'uomo, ma che Melville dipinge come malvagia. Più di una volta la balena è definita "maligna" e noi simpatizziamo per "Vecchio Tuono", quel gran capitano mutilato che la vuole "uccidere". Da Melville discende tutto quel filone della cultura americana del "risveglio del mostro": lo Cthulhu di H.P. Lovecraft è un "Moby Dick" in versione fantasy. E se vogliamo lo Squalo di Spielberg è una versione banalizzata di Moby Dick, anche il film "Orca assassina". L'equipaggio multietnico del Pequod è l'umanità intera: Starbuck è la voce della "ragionevolezza" che si oppone ad Ahab che invece si circonda di ramponieri selvaggi e più vicini al misticismo come il misterioso Parsi Fedallah o il piccolo nero Pip che, impazzito, è più vicino al vecchio folle Ahab che prova tenerezza per lui. E sono loro, i selvaggi e quelli impazziti, a vedere quello che sfugge alla parte civile e razionale dell'equipaggio. * Andrea Sartori
OTTOCENTO - Vita, brani famosi e opere di Wolfgang Amadeus Mozart, compositore e musicista austriaco autore di capolavori come il Don Giovanni, Il flauto magico e Le nozze di Figaro.
OTTOCENTO - Victor Hugo - Scrittore, poeta, ma anche rivoluzionario e patriota, Hugo è uno dei più grandi scrittori del XIX secolo e forse il più celebre che la Francia abbia avuto. Ernani (Hernani): forse l'opera teatrale più famosa di Hugo. Famosa, naturalmente, per via della “Battaglia di Ernani”: lo scontro tra intellettuali pro classicismo e intellettuali pro-romanticismo avvenuto durante la serata di debutto di “Ernani” nel 1830 alla Comédie-Française. --- I miserabili trama : L'opera narra la storia di un popolano, Giovanni Valjean, che, per avere rubato del pane destinato a sfamare i bambini di sua sorella, viene imprigionato; a causa dei suoi numerosi tentativi di evasione, verrà condannato all'ergastolo.
OTTOCENTO - Quando Flaubert la vide nel 1849, la Sfinge era ancora quasi completamente sommersa dalla sabbia. Erano tempi in cui l’esotismo culturale diffusosi in Francia all’inizio dell’Ottocento spinse gli uomini a intraprendere i lunghi viaggi in Oriente alla scoperta dell’esotico ed il tempo in cui l’interesse per la cultura e la storia egizia si diffuse e culminò con le grandi scoperte, da Jean-François Champollion (1790 – 1832) a Howard Carter (1874 – 1939). Anche il Napoleone (1769 -1821) si spinse in questa terra magnifica nel tentativo di conquistarla e vi rimase affascinato.
OTTOCENTO - Gustave Flaubert nacque nel 1821 all’ospedale di Rouen, in cui il padre era primario di chirurgia. Alunno dotato, ma indisciplinato, era appassionato di romanticismo (Hugo, Walter Scott, Byron), ebbe un colpo di fulmine per Elisa Schlesinger, moglie di un editore musicale. Flaubert fu consapevole molto presto della sua vocazione di scrittore. Dopo numerosi scritti di giovinezza (racconti fantastici, filosofici e storici) fortemente ispirati dal romanticismo nero (morte, follia, assassinio, mostro, vittoria del male), i suoi racconti diventarono più autobiografici: Memoria di un pazzo (1838, pubblicato nel 1900), Novembre (1842). Si stabilì a Parigi per studiare diritto, ma ben presto si rese conto di non avere interesse per la materia, preferendo gli ambienti artistici. Strinse amicizia con Victor Hugo.
OTTOCENTO - Gustave Flaubert è considerato uno dei più grandi scrittori francesi perché la sua opera ha segnato una rottura nella produzione romanzesca tradizionale aprendo la via alla modernità. Si dedicava alla scrittura nella residenza secondaria tanto amata del padre, a Croisset, lungo la Senna in Normandia. Flaubert aveva sistemato nella sua dimora uno studio di lavoro dove passava grande parte della sua giornata e declamava ad alta voce i testi che scriveva. Per questo motivo lo chiamava ironicamente il gueuloir (luogo dove si sbraita), scrivere per Flaubert, era anche cercare l’armonia sonora. Il suo romanzo Madame Bovary è un capolavoro della letteratura.
OTTOCENTO - Nel 1844 Flaubert fu colpito da una prima crisi nervosa e si ritirò nella proprietà di Croisset vicino a Rouen dove si dedicò definitivamente alla letteratura. Tale un “bœuf de labour” (bue da lavoro) al quale si paragonava, passava le sue giornate a scrivere e conduceva una vita solitaria. Nel gennaio 1846 la morte improvvisa di suo padre e di sua sorella Caroline furono momenti difficili della sua vita. In agosto Flaubert incontrò la scrittrice Louise Colet, si evidenzia la loro relazione tumultuosa attraverso la loro corrispondenza nutrita fino al 1854. Nel 1848-49 scrisse La tentazione di Sant Antonio. Nel 1857, Madame Bovary lo portò alla celebrità negli ambienti letterari, dopo un processo dal quale uscì vincitore.
OTTOCENTO - Teatro dell'Ottocento. Il teatro europeo è dominato dal dramma romantico in cui si esaltano gli ideali dell'epoca, in particolare in Germania con Lessing e Schiller, con i quali temi neoclassici, mitologici e romantici si intrecciano. In Inghilterra e in Francia si ha il dramma borghese, caratterizzato da temi domestici con poche pretese letterarie. In Italia Manzoni, con la Lettre à Monsieur Chauvet, si fa portavoce di un teatro più moderno, che rifiuta le due unità aristoteliche di tempo e luogo, e riscopre il valore educativo del teatro. Anche il coro trova una nuova funzione: quella di spazio per i commenti dell'autore. Verso la fine del secolo si ha l'influsso del naturalismo e del verismo con il teatro realista di Verga. In Germania, invece, Wagner, come reazione a tutto ciò, produce drammi mitici ed ideali. In Russia si apre la stagione del realismo con Nikolaj Gogol e Alexander Ostrovskij e, verso la fine del secolo XIX, con Lev Tolstoj e Maksim Gor'kij. Anche Cechov può essere considerato un continuatore della tendenza naturalistica, anche se evidenzia affinità con il simbolismo.
OTTOCENTO - La nascita e lo sviluppo della fotografia ha permesso una maggiore e migliore diffusione delle conoscenze tecniche e scientifiche. Quando nasce la carta d'identità tutti i cittadini sono chiamati a farsi un documento di riconoscimento su cui è riportata una fotografia.
MEDICINA - Non aveva mani da chirurgo, ma orecchie da musicista. Non impugnava il bisturi, ma sapeva cogliere ogni sussurro del corpo, come un violinista che accorda il suo strumento al respiro del silenzio. Antonio Cardarelli nacque nel 1831 a Civitanova del Sannio, terra di contadini e fatiche. E lui, figlio di quella terra ruvida, aveva una fame che non si sazia: la fame di sapere. Studiò medicina a Napoli con la determinazione di chi sogna di curare chi non può nemmeno permettersi una visita. Ogni esame, ogni libro, era una promessa fatta ai poveri.Poi arrivarono gli ospedali, quelli veri, quelli dove la miseria è più tagliente della malattia. Tubercolosi, colera, febbre tifoide, cuori stanchi. Lì non bastava ciò che era scritto.
Servivano occhi, pazienza, intuizione. Servivano orecchie allenate a sentire il dolore nascosto, quello che non fa rumore. Cardarelli divenne un gigante della semeiotica, l’arte sottile e potente di diagnosticare con l’ascolto e lo sguardo. Senza strumenti. Solo con la vicinanza. Appoggiava l’orecchio sul petto di un paziente, e sentiva la verità. Il cuore parlava, e lui capiva.Il respiro gli raccontava storie di vita e di malattia. Il colore della pelle, il ritmo di un battito, un tremolio… ogni segnale era un messaggio da decifrare. Non cercava il clamore. Eppure il suo nome divenne eco.Il “segno di Cardarelli”, quel gesto clinico capace di rivelare un aneurisma, è ancora oggi un’eredità viva. Un movimento semplice, umano, che ha strappato alla morte migliaia di persone. Nessuna macchina. Nessuna immagine. Solo competenza e cuore. Fu medico di re, di ministri, di gente potente. Ma non lasciò mai il suo posto tra le corsie di Napoli. Perché la medicina, per lui, non era carriera. Era vocazione. E quando la sua vita si spense, lasciò inciso il suo epitaffio: “Visse povero, morì povero.”Oggi l’ospedale più grande del Sud Italia porta il suo nome. Ma il vero monumento a Cardarelli è invisibile. È nel gesto di ogni medico che ascolta. Nel rispetto con cui si tocca un corpo malato.Nella cura che nasce prima dalla persona, e poi dalla macchina. Perché lui ci ha insegnato una cosa sola, eterna:che la medicina, prima di essere scienza, è ascolto. # Piccole Storie.
OTTOCENTO - Nel 1899 il Touring Club Italiano veniva riconosciuto come istituzione scientifica con il merito di «far conoscere l’Italia agli italiani, fece più essa in cinque anni che dieci accademie in dieci lustri». Il club contribuì in modo determinante a raccontare il Paese soprattutto grazie al corredo iconografico delle sue numerose pubblicazioni. Alle planimetrie a scala territoriale, urbana e di dettaglio architettonico si aggiunsero le vedute e la fotografia, che all’unisono promossero l’immagine dell’Italia attraverso i suoi territori, determinando un’idea di Paese. Succinte notizie ‘biografiche’ sono indispensabili a questo breve racconto. L’associazione nacque nel 1894 come Club Ciclistico Italiano, importando esperienze già avviate in altri paesi, come Francia e Gran Bretagna. Nel 1900 l’associazione cambiò la denominazione in quella attuale, anche se durante la dittatura fascista il nome fu italianizzato in Consociazione Turistica Italiana. Erano gli anni del grande sviluppo del turismo, non più riservato solo alle élite nobiliari e alto borghesi, ma rivolto anche alla media borghesia. Facilitare la circolazione attraverso tutta l’Italia, da poco unita, era uno dei primi scopi del Touring. Personaggio di spicco fu Luigi Vittorio Bertarelli, tra i cinquantasette soci fondatori dell’associazione.
SCHIAVITÙ - Nacque schiavo, e la prima cosa che gli fu negata fu la parola. Gli dissero che leggere rendeva gli uomini pericolosi. Avevano ragione. Si chiamava Frederick Douglass, e nacque nel 1818 in una piantagione del Maryland. Da bambino vide la madre solo poche volte: veniva portata via ogni notte per lavorare in un’altra fattoria. Non sapeva nemmeno chi fosse suo padre. Ma sapeva una cosa: che la libertà esisteva, e che lui l’avrebbe trovata. Imparò a leggere di nascosto, osservando i bambini bianchi scrivere con i gessetti e copiando ogni lettera sulla terra con un bastoncino. Ogni parola appresa era un atto di ribellione. Ogni libro rubato, una chiave invisibile. A vent’anni, si travestì da marinaio e fuggì verso il Nord. Arrivò a New York, libero, ma povero e sconosciuto. E da lì cominciò la sua seconda nascita. Presto la sua voce divenne un’arma. Saliva sui palchi, parlava davanti a folle intere, raccontava la vita nei campi, le frustate, le catene, le notti senza nome. Il silenzio cadeva ogni volta che diceva:“Non sono un uomo di un altro colore. Sono un uomo, e basta. ”Divenne scrittore, fondò un giornale abolizionista, e nel 1863 consigliò Abraham Lincoln durante la Guerra Civile, spingendo per il reclutamento dei soldati neri e per l’abolizione definitiva della schiavitù. Dopo la guerra, non si fermò. Lottò per il voto alle donne, per i diritti civili, per la dignità di ogni essere umano. Disse:Nessuno è libero finché anche un solo uomo è in catene.” Morì nel 1895, dopo aver parlato a un congresso femminista. Aveva vissuto tre vite: quella di uno schiavo, quella di un fuggitivo e quella di un uomo libero che aveva imparato a cambiare il mondo con la voce. E forse è questo il suo più grande lascito: che la libertà può essere tolta al corpo, ma mai alla mente che ha imparato a leggere.
DOWN - La sindrome di Down porta il nome di John Langdon Down, un medico britannico che nel 1866 non si limitò a descrivere scientificamente questa condizione: scelse di guardarla con occhi di umanità.
All’epoca, le persone con disabilità intellettive venivano abbandonate, punite, confinate in istituti disumani. Down, invece, decise di cambiare le cose. Quando divenne direttore dell’istituto di Earlswood, vietò le punizioni corporali, introdusse igiene e attività educative, offrì artigianato, giardinaggio e perfino teatro. Non li vedeva come “casi clinici”, ma come individui.
Un gesto rivoluzionario fu quello di ritrarre i suoi pazienti in fotografie dignitose, abiti eleganti e pose fiere: un modo per restituire loro la bellezza e l’identità che la società negava. Nel 1868 acquistò una villa e la trasformò in Normansfield, non un manicomio ma una vera casa. Qui le persone con sindrome di Down potevano vivere, crescere e sviluppare talenti in un ambiente sereno. Quel luogo esiste ancora oggi come The Langdon Down Centre e custodisce il teatro che lui stesso volle, simbolo della sua visione. Ecco perché il termine “sindrome di Down” non è dispregiativo: porta il nome di un medico che seppe vedere persone, non etichette. La sua storia ci ricorda che la vera rivoluzione non è scientifica né tecnica: è imparare a riconoscere la dignità dell’altro. È scegliere di guardare con rispetto, sempre. #fblifestyle
ELETTRICO - Nel 1885 a Torino Galileo Ferraris inventa il motore elettrico che trasforma la corrente elettrica in energia rotante, in modo stabile ed economica.
Allora si usa la corrente continua di Edison che non poteva viaggiare a lunga distanza senza perdite significative. Ferraris usa la corrente alternata. Due correnti alternate sfasate nel tempo potevano generare un campo magnetico rotante, capace di mettere in movimento un rotore senza contatto diretto. Nel marzo del 1888, presenta la sua scoperta all'Accademia delle Scienze di Torino: il principio del motore a induzione, basato sul campo magnetico rotante. Quello stesso anno Nikola Tesla presenta negli Stati Uniti un sistema molto simile, già brevettato nel 1887. Le scoperte di Ferraris e Tesla sono usate per il trasporto dell’energia elettrica su lunghe distanze grazie al trasformatore.
Ferraris non brevetta il motore elettrico. Morì a Torino il 7 febbraio 1897, a soli 49 anni, poco dopo aver visto la sua invenzione cominciare ad essere applicata alle prime reti elettriche europee.
Oggi, gran parte dei motori elettrici, generatori e dispositivi industriali si basano su quel principio che lui teorizzò con pochi strumenti e tanta lucidità. Eppure il suo nome è rimasto in ombra, spesso oscurato da figure più celebri. Galileo Ferraris non cercò fama né denaro. Lasciò al mondo qualcosa di più duraturo: l’idea che la scienza serve solo se appartiene a tutti.* Facebook/𝗩𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗦𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮
NOVECENTO - Teatro del Novecento - Alla fine dell'800 il mondo della cultura e il teatro vengono influenzati dai nuovi studi freudiani. Il norvegese Ibsen e lo svedese Strindberg sono considerati i fondatori del teatro contemporaneo. Trattano temi sociali, analisi e caratteri individuali con forte introspezione: il teatro del '900 muta, e ha come tema l'individuo e il suo io complesso e stratificato. Novità novecentesca è quella dell'introduzione del regista. In Italia il realismo approda al senso del tragico di Luigi Pirandello, che ha tra i suoi temi la frammentazione della coscienza, il relativismo, la ricerca della distinzione fra verità e finzione. Bertolt Brecht elabora una nuova teoria teatrale: rivendica il carattere di finzione del teatro, per cui lo spettatore non deve immedesimarsi nelle vicende del dramma, ma, attraverso l'estraniazione, giungere alla piena consapevolezza di essere in presenza di una rappresentazione. Questo contribuisce, secondo Brecht, a far maturare nel pubblico una coscienza critica. In Francia negli anni '50 si impone all'attenzione un gruppo di autori che criticano ferocemente i valori borghesi: Jean-Paul Sartre, Albert Camus, Eugène Ionesco, Samuel Beckett. Forme di realismo sociale si svilupparono in modi diversi in Germania con Peter Weiss, in Inghilterra con John Osborne, in U.S.A. con Tennessee Williams e Arthur Miller.
TITANIC - Quando il Titanic affondava, tra il gelo dell’oceano e le urla spezzate dalla paura, una donna si alzò in piedi. Non urlò. Non pianse. Non aspettò. Prese un remo. Si fece avanti.E cambiò tutto. Si chiamava Margaret Brown, ma il mondo l’ha conosciuta con un altro nome: l’inaffondabile Molly Brown. Era nata povera, con mani abituate al lavoro e un’anima che non accettava confini. Aveva costruito una fortuna insieme al marito, ma non si era mai chiusa nei palazzi del privilegio. No, Molly camminava per le strade, entrava nelle cucine dei poveri, aiutava i minatori, pagava gli studi alle ragazze dimenticate. Era ricca, sì. Ma soprattutto era presente. Nel 1912 salì sul Titanic per tornare a casa. Lo fece per stare accanto a un nipote malato. Non immaginava che quella notte avrebbe cambiato la sua vita — e quella di tanti altri. Quando la nave urtò l’iceberg, e il destino prese il timone, Molly fu messa sulla scialuppa numero 6. Ma non restò seduta a guardare. Quando vide che il marinaio al comando era confuso e impaurito, prese lei il remo. Vogò. Incoraggiò. Scaldò chi tremava. Salvò vite, sì. Ma soprattutto trasformò la paura in azione.E non finì lì. Quando fu tratta in salvo dal Carpathia, Molly non si concesse al sollievo. Si alzò, ancora. Parlava tre lingue e le usò tutte per consolare, per organizzare, per raccogliere fondi. Creò un fondo per aiutare i superstiti. Lo fece in silenzio. Senza telecamere. Senza clamore. Lo fece perché era giusto. Poi arrivò l’inchiesta. Molly voleva raccontare, denunciare. Ma le dissero: sei una donna, taci. Ma lei non tacque mai. E la sua voce, il suo coraggio, il suo esempio… sono arrivati fino a noi. Molly Brown non è ricordata solo perché è sopravvissuta al Titanic. Ma perché ha mostrato al mondo che si può affondare una nave. Ma non una donna come lei. Una donna che prende in mano un remo quando tutto va a fondo. Che non chiede il permesso per agire. Che salva, protegge, ricostruisce. Questa è la forza che non affonda mai.
FERMI - Enrico Fermi, il ragazzo che insegnò la fisica ai professori. Nato a Roma, mostrò presto un talento fuori dal comune: prima dei 15 anni padroneggiava geometria, trigonometria, algebra, calcolo e meccanica classica. La scintilla arrivò leggendo l’Elementorum physicae mathematicae del gesuita Andrea Caraffa.Nel 1918 entrò alla Scuola Normale Superiore di Pisa superando un esame-marathon (tre giorni da otto ore) con una tesi sulla natura del suono che lasciò la commissione senza parole. All’università assorbiva tutto con facilità: tra una burla della “Società Antiprossimo” e l’altra, spiegava la fisica teorica persino al suo docente Luigi Puccianti, che gli disse: “Se me lo spieghi tu, lo capisco”.A vent’anni pubblicava già lavori su meccanica quantistica e radiazioni, aprendo in Italia una strada che ancora non esisteva: la fisica teorica come disciplina universitaria. Alla discussione finale parlò davanti a undici esaminatori che non colsero davvero la portata del suo lavoro: magna cum laude, zero applausi.Quel giovane “fuori schema” diventerà l’architetto del primo reattore nucleare della storia e uno dei padri dell’era atomica.
NAVE - La SS Normandie, che vediamo qui ritratta dopo un rovinoso ribaltamento, visse almeno due vite. La prima fu quella di un transatlantico di lusso, costruito dalla compagnia francese CGT, e varato nel 1935. Lo scoppio della seconda guerra mondiale rese le rotte transatlantiche troppo pericolose e il 20 dicembre 1941 la nave venne requisita dal governo statunitense e ribattezzata Lafayette. Nel 1942, a causa del tentativo di spegnere un incendio a bordo, il transatlantico si ribaltò nel porto di New York e, quattro anni, fu smontata e rimossa.
ANAGRAFE - La carta d'identità è documento, cartaceo o elettronico, che riporta i nostri dati fondamentali e ci consente di distinguerci in modo univoco. Ma da dove provengono questo concetto e questo strumento? Chi è stato il primo a usarli e il primo a codificarne l'uso? Scopriamolo in un breve viaggio storico. I primi antenati della carta d'identità. Il concetto di identificazione della persona tramite un documento comparve la prima volta già nel II millennio AC. I precursori furono gli Assiri, un popolo poco incline a concedere diritti ai ceti medi e bassi ma che era abituato a gestire grandi masse multietniche e fitte vie commerciali. Da qui nacque l'idea di una sorta di "tavola d'identità": sì, perché all'epoca non si scriveva sulla carta bensì su blocchi di terracotta. La prima carta d'identità era quindi una vera e propria tavola sulla quale venivano incisi, in caratteri cuneiformi, nome e dati anagrafici della persona. Si trattò naturalmente di un primo (quanto rozzo) esperimento che venne replicato dai romani. Nell'antica Roma esisteva già l'auto-identificazione orale tramite la formula Civis Romanum sum ("Sono un cittadino romano"), meglio se accompagnata da atteggiamenti, vestiario e pronunce in linea con l'Impero. Ma si iniziò a pensare che garantire per se stessi non bastasse, così fu introdotto un sistema di tavole. La tavola riportava i dati del cittadino e, in caso di soldati stranieri ammessi nell'esercito romano, anche il loro attuale grado dell'esercito. Solo quelle dei soldati venivano portate con sé, mentre quelle dei civili, più grosse, erano conservate in città. Dovremo attendere l'epoca medievale (alla faccia del "secoli bui") per trovare una vera e propria evoluzione dell'identi. * Focus
ANAGRAFE - Identità ed esistenza tra il Medioevo e l'età moderna. Gli esperimenti del Medioevo si avvicinano più al passaporto che alla carta d'identità ma stabiliscono ugualmente un legame tra la persona fisica e un documento che ne attesti le caratteristiche e l'identità. Fu in quest'epoca che vennero istituiti i primi salvacondotti, documenti che consentivano di essere ammessi in uno specifico paese o città. La finalità era quasi sempre commerciale, e pur contenendo ancora una volta i dati anagrafici del soggetto, avevano validità limitata al singolo spostamento. Re Enrico IV, grazie a un atto del 1414, iniziò a redigere personalmente i salvacondotti. Sempre in Inghilterra, nei due secoli successivi, sono attestati (e talvolta ancora conservati, come quello di Carlo I del 1641) diversi passaporti veri e propri, forniti dai monarchi o dal Consiglio. La situazione generale mutò solo nel XIX° secolo, quando diversi paesi si abituarono a effettuare censimenti per redigere dei registri della popolazione. Nella Francia di Napoleone si crearono quindi dei documenti che distinguevano la professione del soggetto. In Inghilterra, nel 1858, il passaporto acquisì per la prima volta il valore ufficiale di documento identitario per il Regno Britannico. * Focus
ANAGRAFE - L'esistenza della persona: la carta d'identità contemporanea. Mentre in Europa ancora ci si ragionava su, il sultano Mahmud II dell'Impero Ottomano anticipò i tempi: nel 1844 volle introdurre una carta che identificasse tutti i cittadini, senza differenze. Non di un semplice lasciapassare o permesso commerciale: si tratta del primo vero caso storico in cui il documento coincide con l'esistenza dell'individuo. Nonostante ciò, non possiamo attribuire l'invenzione della carta d'identità a una sola persona. Ad esempio il fotografo William Notman, aiutato dal suo mestiere, pensò per primo di includere una foto del soggetto identificato accanto ai suoi dati anagrafici. E applicò l'idea ai partecipanti dell'esposizione universale di Philadelphia, nel 1876. Poco alla volta, incalzati ma rallentati dalle guerre, i paesi europei acquisirono il concetto del documento d'identità. L'Inghilterra lo rese obbligatorio dal 1914: aveva una validità di 2 anni e consisteva in una pagina singola, piegata in otto parti e poi protetta da una custodia. I dati fisici e la foto erano già presenti. Nel nostro paese la carta d'identità arrivò nel 1931, quando il regime fascista ne vide l'utilità per motivi di pubblica sicurezza. Dopo la nascita della Repubblica assunse la forma attuale (e fu affiancata dal Passaporto): rimase uguale per quasi cinquant'anni, per poi venire sostituita gradualmente dalla carta d'identità elettronica. * Focus
EMIGRARE - Aveva paura dell’acqua. Eppure, nella sua vita, attraversò l’oceano ventiquattro volte. Francesca Cabrini, nata nel 1850 in un piccolo paese del Lodigiano, era l’ultima di tredici figli di una famiglia di contadini.
Da bambina, costruiva piccole barchette di carta e le lasciava galleggiare nel fiume, sognando un giorno di essere missionaria in Cina. Ma il destino aveva altri mari da farle attraversare. Quando l’Italia si riempì di emigranti che partivano verso l’America in cerca di fortuna — e spesso trovavano solo miseria — lei capì dove doveva andare.
Nel 1889 salpò per New York con sei suore e una valigia di fede.
Nessuno le aspettava, nessuno le offrì aiuto. Ma lei non si fermò. Camminava per i quartieri italiani di Manhattan, tra fame, malattie e disperazione.
Raccoglieva bambini orfani dalle strade, dava loro da mangiare, li lavava, insegnava loro a leggere e a pregare. Diceva: “Non basta dare il pane. Bisogna dare un’anima.” Nel tempo fondò scuole, orfanotrofi e ospedali in tutto il Nord America.
Poi in Sud America, in Europa, perfino in Africa.
Ovunque arrivasse, lasciava un segno fatto di mattoni e misericordia. La chiamavano “Madre degli orfani”.
E anche se la salute era fragile, continuò a viaggiare instancabile, sfidando tempeste e malattie, con una sola certezza: che la carità doveva camminare più veloce della paura. Morì nel 1917, a Chicago, in una delle case che aveva costruito per i bambini abbandonati.
Sessant’anni dopo, nel 1946, divenne la prima cittadina americana canonizzata dalla Chiesa cattolica. Oggi il suo nome vive in scuole, ospedali e statue in tutto il mondo. Ma la sua vera eredità è invisibile: è nel coraggio di chi parte da nulla e riesce a cambiare la vita degli altri. Perché Francesca Cabrini aveva paura dell’acqua.
Ma aveva più fede che paura.
POLIOMELITE - Non brevettò il suo vaccino ma lo regalò a tutti i bambini del mondo
Il vaccino, con una zolletta di zucchero, cambiò la storia. A chi gli chiese se desiderasse vendetta perché le SS gli avevano ucciso due nipotine, rispose: "Ma io ho salvato i bambini di tutta l’Europa. Non la trova una splendida vendetta?"
Albert Bruce Sabin nacque nel 1906 a Białystok, in Polonia. È morto nel 1993 a Washington.
Medico e virologo, scoprì il vaccino contro la poliomielite e rinunciò a soldi e brevetto per diffonderlo anche fra i poveri. La poliomelite falcidiava intere generazioni. Il suo vaccino, somministrato in una zolletta di zucchero, cambiò la storia dell'umanità.
Dichiarò: «Tanti insistevano che brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo».* Le Storie di Arcidio - FB
NOVECENTO - Tra i teatri più belli e più antichi d’Europa troviamo il Teatro dell’Opera dei Margravi in Germania. Inserito nel 2012 tra i patrimoni mondiali dell’Unesco, è stato spesso usato da Wagner per le sue opere. La platea, priva di poltrone, era riservata al ballo.Una curiosità: il sipario originale fu rubato dalle truppe napoleoniche in passaggio da Bayreuth. A Praga sorge il Teatro degli Stati. In tipico stile rococò, vanta le prime di alcune opere di Mozart e nel 1796 vi si esibì anche Beethoven. Nella nostra lista dei teatri più antichi d’Europa troviamo il Royal Opera House di Londra. Vanta numerose esibizioni di Handel. La costruzione attuale è conseguente a due precedenti distrutte entrambe da violenti incendi. Il teatro è la sede della Royal Opera e del Royal Ballet. A Vienna il teatro dell’Opera è tra i teatri più attivi ancora esistenti. Costruito dopo la seconda metà del XIX secolo ed è dotato di una sontuosa scalinata. Fu inaugurato con il Don Giovanni di Mozart. Dopo essere stato completamente distrutto nella II guerra mondiale, fu riaperto nel 1955. Nel 1861 iniziarono i lavori dell Opéra Garnier di Parigi. Eletto monumento storico per tutta la Francia, ha uno stile tipico del Secondo Impero. Eccezionali e meravigliose le decorazioni esterne tipiche della tradizione francese. Non poteva mancare l’intramontabile e bellissima Scala di Milano. Inaugurata nel 1778, vanta un coro, un’orchestra, un corpo di ballo da fare invidia a tutto il mondo. Il teatro è un luogo magico in cui si possono vivere intense emozioni irripetibili. Questi sono i teatri più antichi d’Europa, dove si sono esibiti artisti di prestigio internazionale che hanno saputo creare opere uniche che ancora oggi vengono apprezzate e adorate da tutte le generazioni.
CHIMICA - Nel gelido inverno del 1849, una madre e suo figlio partirono da Tobolsk, in Siberia, affrontando quasi duemila chilometri di neve, vento e silenzio. Avevano poco: pochi vestiti, poche monete, ma una forza che nessuna tempesta poteva piegare. Lei sapeva che suo figlio era diverso. Non guardava il mondo solo per com’era, ma per come poteva diventare. Quel ragazzo si chiamava Dmitri Mendeléyev. Giunti a Mosca, le porte dell’università si chiusero in faccia a quel sogno. Ma sua madre non si arrese. Con il cuore gonfio di determinazione e le mani gelate, proseguirono fino a San Pietroburgo. E lì, finalmente, Dmitri fu ammesso all’Istituto Pedagogico Centrale. Fu lì che il miracolo cominciò. Studiava giorno e notte. Le scienze, le matematiche, la chimica. Nel suo piccolo alloggio, tra una candela e un taccuino, creava esperimenti, scriveva appunti, immaginava un ordine dove gli altri vedevano solo confusione. Sua madre, esausta ma mai spezzata, non visse abbastanza per vedere i frutti. Morì poco dopo, ma aveva già fatto la cosa più grande: lo aveva portato dove doveva essere. Dmitri, anni dopo, avrebbe cambiato per sempre la scienza. Creò la prima versione della Tavola Periodica degli Elementi. Non si limitò a classificare ciò che conosceva. Previde l’esistenza di elementi ancora ignoti, ne descrisse le proprietà con una precisione che oggi appare quasi mistica. Organizzò la materia. Diede ordine al caos. E tutto cominciò con una madre che non si lasciò fermare da un “no”. Con una donna che vide, nel figlio, ciò che ancora nessun altro vedeva. E scelse la strada più lunga. Più dura. Ma quella giusta. Perché ogni grande scoperta, prima di essere scienza… è amore. * Piccole.storie/FB
MUSSOLINI - 29 luglio 1883: nasce Benito Mussolini. Che non tutti sanno (forse ora qualcuno in più grazie a "M-il figlio del secolo") che in realtà si chiamava "Benito Amilcare Andrea". Benito come il rivoluzionario messicano Benito Juarez, Amilcare e Andrea come gli agitatori socialisti Amilcare Cipriani e Andrea Costa. Tutto questo per volere del padre, il "fabbro di Predappio" Alessandro Mussolini, un signore che ricordava un po' un Oliver Hardy coi baffi a manubrio. Scrive Renzo De Felice, il massimo biografo del Duce "Tra le varie figure minori del socialismo romagnolo quella di Alessandro Mussolini è tra le più interessanti." (Mussolini il rivoluzionario). Nasce l'11 novembre 1854 nella stessa casa che solo sei anni prima, nel 1849, aveva ospitato Giuseppe e Anita Garibaldi durante la loro rocambolesca fuga verso le valli di Comacchio dopo la caduta della Repubblica Romana. Di professione fabbro (chi ha un po' di familiarità con la pubblicistica fascista sa che spesso Mussolini veniva indicato come "figlio del fabbro") entrò in politica come militante socialista nel 1873. Sanguigno, irruento, generoso, ferocemente anticlericale, si discosta presto dal socialismo dogmatico di stampo marxista per scivolare sempre di più verso l'anarchismo di Bakunin (che conobbe personalmente quando tentò quell'esperimento anarchico in Romagna descritto da Bacchelli ne "Il diavolo al Pontelungo"). Ma in realtà a questo mescolò anche suggestioni mazziniane e garibaldine. Attenzionato dalla polizia per la sua attività sovversiva, finì ai domiciliari dai quali uscì nel 1882. Sposa la timida maestrina Rosa Maltoni, diversissima da lui (cattolica devotissima) dalla quale ha tre figli: Benito, Arnaldo ed Edvige. Sono gli anni in cui coglie i maggiori successi politici: grazie alla sua campagna l'amico Andrea Costa viene eletto alla Camera (primo deputato socialista della storia italiana): Alessandro e Andrea restarono amicissimi pur divergendo nelle idee: il Costa si era avvicinato, dal 1879, ad un socialismo più ortodosso, il Mussolini era sempre più bakuniniano. Nel 1889 Alessandro Mussolini guida i socialisti alla prima storica vittoria sui clericali a Predappio, diventando assessore. Malato, smette il mestiere di fabbro per gestire una trattoria. Vedovo dal 1905 convive con Anna Lombardi vedova Guidi, la madre di Rachele Guidi, la futura moglie di suo figlio. Infatti Benito si trovò nella paradossale situazione di chiedere la mano di Rachele...a suo padre. Muore il 19 novembre 1910, minato dall'alcol. Quale fu l'influenza del fabbro di Predappio sul figlio. Immensa. Il mangiapretismo, il socialismo, l'insofferenza ai dogmi dello stesso partito, la tendenza all'eversione sono tutte caratteristiche che ritroviamo nel primo Benito. Il mite e pio fratello Arnaldo era invece più cocco di mamma Rosa. E la violenza. Alessandro era un uomo violento e fece uso di violenza anche politica, anticipando in questo suo figlio. Ma abbiamo probabilmente anche qualcosa di più profondo. Questo fabbro alcolizzato era molto probabilmente il classico padre padrone "di una volta" che educava i figli a cinghiate davanti alla madre, mite e spaurita. Cosa può uscire da una simile educazione? Uno che replica il trauma del padre violento su un'intero Paese. O rifiuti il padre o lo imiti e Benito lo imitò anche dandosi alla politica. Unica differenza era nell'intelligenza: Benito era immensamente più intelligente di suo padre e questo lo portò anche verso il machiavellismo politico. Sicuramente c'è differenza tra un piccolo agitatore locale e uno che dal niente è diventato, nel bene ma soprattutto nel male, una delle figure chiave del XX secolo. Stesso discorso vale per Hitler il cui padre, Alois, piccolo ufficiale di dogana, fu un uomo estremamente violento sui figli. Nel caso di Hitler fu peggio perché almeno Alessandro Mussolini trasmise al figlio qualcosa di "costruttivo" come la passione politica. Cosa poteva trasmettere a suo figlio un misero ufficiale di dogana ? I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
FISICA - Max Planck
Universalmente riconosciuto come il padre fondatore della fisica quantistica.
Max Planck è una figura cruciale che ha segnato la fine della fisica classica e l'inizio dell'era della fisica moderna con la sua straordinaria intuizione sulla natura quantizzata dell'energia.
La sua scoperta più rivoluzionaria è stata la Teoria dei Quanti (formulata nel 1900). Propose che l'energia non fosse emessa o assorbita in modo continuo (come si pensava nella fisica classica), ma in pacchetti discreti, che chiamò quanti (da cui deriva la formula E = h\v, dove h è la celebre costante di Planck). Per questa scoperta fondamentale, ricevette il Premio Nobel per la Fisica nel 1918. Fu professore di fisica teorica, in particolare all'Università di Berlino, dove divenne una figura di spicco della comunità scientifica tedesca. Ebbe un'importante amicizia e collaborazione con Albert Einstein, del quale riconobbe subito il genio, chiamandolo a Berlino e sostenendo la sua carriera. Visse durante due guerre mondiali e il regime nazista, periodo in cui si oppose alle politiche di persecuzione, cercando di proteggere i colleghi ebrei, sebbene con un atteggiamento prudente per tentare di salvare il salvabile nella scienza tedesca. Subì anche gravi perdite personali, tra cui l'esecuzione di un figlio per la sua partecipazione a un complotto contro Hitler.
SOMMERGIBILE - Il 16 ottobre 1940 Il sommergibile della Regia Marina Alfredo Cappelllini, incrociò, nella notte, il piroscafo Kabalo. Il mercantile battente bandiera belga, requisito dalla Marina britannica, armato di un cannone da 102 mm, diretto a Freetown in Africa occidentale. Il comandante del Cappellini, capitano di corvetta Salvatore Todaro si pose all’inseguimento in superficie, predisponendo il battello per un attacco con l’utilizzo dei due cannoni da 100 mm del battello. Il Kabalo aprì il fuoco per primo, ma l’azione del sommergibile italiano fu breve e decisiva: colpito da una dozzina di proiettili il mercantile viene abbandonato dall’equipaggio. Il comandante Todaro, diede allora ordine di salvare tutti i superstiti del Kabalo, in considerazione del pericolo di morte certa per quegli uomini, data la condizione atmosferica e la lontananza da coste raggiungibili. Al rientro alla base italiana, Todaro venne ripreso e gli fu rimarcato che in caso contrario, gli altri non avrebbero agito nei confronti degli italiani, con la medesima umanità. Fu allora che il comandante Todaro pronunciò una frase, divenuta pietra miliare per l'onore della Marina italiana: “Gli altri non hanno, come me, duemila anni di civiltà sulle spalle”. La frase di Salvatore Todaro sintetizza la missione di un popolo che, nonostante gli affanni, possiede una grande storia. Ricordo il testamento spirituale di Antonio Rosmini per il popolo italiano, affidato all'amico Alessandro Manzoni, prima di morire : adorare tacere godere. Ho incontrato ieri in treno una donna belga: tutti guardano all'Italia , mi disse, come un luogo unico al mondo. Tutti amano l'Italia e si aspettano dagli Italiani un esempio di bellezza come la terra su cui abitano. Dobbiamo riappropriarci di due doni: ingegno e onestà.
ACCIAIO - Nel 1943 accadde qualcosa di incredibile a Genova che pochi conoscono. I nazisti, dopo l'8 settembre, compirono uno dei furti industriali più audaci della storia: smontarono pezzo per pezzo quasi tutti gli impianti delle nuovissime Acciaierie di Cornigliano e li trasferirono in Germania. Pensate un po' alla scena: treni carichi di macchinari, strutture metalliche, interi reparti produttivi che attraversavano l'Europa diretti al nord. Praticamente hanno fatto sparire un'intera fabbrica. La guerra finisce, tutto sembra perduto. Ma ecco il colpo di scena. A partire dal 1946, invece di arrendersi, i genovesi decisero di ricostruire tutto da capo. E non si limitarono a rimettere in piedi quello che c'era prima: crearono qualcosa di molto più grande. Quello che nacque negli anni Cinquanta fu l'acciaieria Oscar Sinigaglia, che divenne uno dei maggiori poli siderurgici di tutto il sud Europa. Un gigante industriale che ha ridefinito il volto della Liguria. Incredibile come a volte le peggiori tragedie possano trasformarsi nelle più grandi opportunità di rinascita. Una lezione che Genova porta ancora oggi nel suo DNA industriale.
1945 DOPOGUERRA - Nell’Italia del Dopoguerra infatti, il concetto di auto-determinazione del corpo femminile non era minimamente considerato: la figura della donna era completamente relegato alla famiglia e al ruolo di cura tra le mura domestiche.
PASOLINI - "Nel 1947, in prima media, arrivò un giovane professore di lettere, fece l’appello e si presentò, si chiamava Pier Paolo Pasolini. Crediamo non fosse ricco perché ogni giorno, col buono e col cattivo tempo, si faceva, con la bici, 12 chilometri di strada bianca per venire da Casarsa a Valvasone. Quella modesta bicicletta fu la sua fedele compagna per tutti e due gli anni che passò con noi. Nei due anni che passammo con lui fummo i più ricchi e fortunati allievi del nostro Friuli. Piano piano egli ci condusse per mano nell’immensa steppa di Anton Cechov, piena di solitudine e tristezza. Ci fece fare la conoscenza con il mondo magico della Sicilia di Verga. Con lui attraversammo l’oceano Atlantico per fermarci commossi e pensosi nel piccolo cimitero di Spoon River, scendemmo nel profondo sud per riscaldarci ai canti degli Spirituals negri. Ci fece amare Ungaretti, Saba, Montale, Sandro Penna, Cardarelli, Quasimodo e molti altri poeti che, allora, non erano né premi Nobel, né comparivano nelle antologie per le scuole. * Centro studi Pier Paolo Pasolini Casarsa Della Delizia * Giuseppe Lupo
1974 ITALICUS - “Ho sempre sentito parlare di una splendida ragazza di 22 anni, che ebbe la sfortuna di prendere il treno sbagliato, nel momento sbagliato. E di sedersi nella carrozza n. 5, quella sbagliata. Era la notte tra il 3 e 4 agosto del 1974, e il treno era l’Italicus. Lei si chiamava Rafaela (con una elle, ci teneva molto!) Garosi. Fu una delle 12 vittime di quel vile attacco. Si era appena laureata con pieni voti alla facoltà di lettere della Sapienza, negli ultimi mesi aveva frequentato anche un corso di persiano nel Dipartimento di Studi Orientali, poi aveva pensato di partire qualche giorno dopo la seduta di laurea per andare a studiare il tedesco a Innsbruck. Il tedesco poteva esserle utile per la carriera universitaria che era praticamente iniziata ancora prima della sua laurea. Le avevano già pubblicato alcune sue ricerche e i docenti della Sapienza vedevano in lei una futura collega. Prova ne è che due anni dopo le dedicheranno una miscellanea di studi in suo onore. Certo, anche tutte le altre vittime di quell’attentato, giovani e meno giovani, avevano le loro storie stroncate dalla follia del movimento neo-fascista dell’epoca, Ordine Nuovo, secondo le cronache giornalistiche e giudiziarie, ma la storia di Raffaela non potevo fare a meno di condividerla con voi tutti. Foto? Non ce ne sono, all’epoca non si usava farne tante e oggi nel web non si trovano, a parte quelle del giorno del suo funerale o della sua tomba. Ma rimane l'immagine di una giovane e bella ragazza che dicono avesse gli occhi grandi e chiari, capelli castani e ricci, e un sibillino sorriso che ispirava tenerezza. E che ancora merita giustizia”. Ci sono nomi che restano sussurrati nella memoria collettiva, come se il tempo non avesse mai voluto davvero gridarli. Raffaela Garosi è uno di quei nomi. Un nome scritto con una sola elle — un dettaglio lieve, quasi poetico, a cui lei stessa teneva molto — ma che oggi pesa come una pietra. Pesa per tutto ciò che non ha potuto essere. La sua storia ci parla non solo di una delle tante vittime innocenti dell’Italicus, ma anche di quanto può essere fragile la linea che separa la promessa di un futuro dalla brutalità della violenza. Una giovane donna brillante, appena laureata, con una mente rivolta al mondo, allo studio delle lingue, delle culture, della complessità umana. Un’intellettuale in divenire, una studiosa che avrebbe potuto arricchire generazioni con la sua voce. E invece, una carrozza. Una notte. Un ordigno. Una follia. È devastante pensare che la sua vita, come quella delle altre vittime, sia stata sacrificata sull’altare oscuro dell’odio ideologico, di una stagione malata della nostra storia che ha seminato morte in nome del nulla. Ma è ancora più devastante accorgerci che di Raffaela, oggi, non rimane nemmeno una fotografia. Solo qualche memoria orale, qualche parola gentile, e forse un’eco nei corridoi silenziosi dell’università che l’aveva appena accolta. In un mondo dove ogni cosa viene fotografata, archiviata, digitalizzata, la sua assenza visiva diventa un monito: ci sono storie che rischiano di essere dimenticate proprio perché non hanno lasciato tracce visive, ma non per questo valgono meno. Anzi, forse valgono di più. Perché richiedono uno sforzo in più: ricordare attraverso il racconto, attraverso la parola, attraverso la dignità del ricordo condiviso. La storia di Raffaela ci obbliga a riflettere non solo sull’ingiustizia del passato, ma anche sulla responsabilità del presente: quella di mantenere viva la memoria, anche quando è scomoda, anche quando fa male, anche quando sembra lontana. Perché non c’è nulla di più ingiusto che far morire una seconda volta chi è già stato ucciso dalla storia: nel silenzio, nell’indifferenza, nell’oblio. Raffaela — con una elle sola — non aveva solo gli occhi grandi e il sorriso dolce. Aveva una mente brillante, un futuro spalancato davanti, e un biglietto del treno che non avrebbe mai dovuto diventare una condanna a morte. Raccontarla oggi significa ridarle dignità, farle spazio nel nostro cuore collettivo, e continuare a pretendere, con forza, quella giustizia che ancora oggi le manca. Non è solo memoria. È resistenza.
1952 DNA - Nel cuore silenzioso di un laboratorio londinese, nel 1952, una giovane donna fissava intensamente un'immagine sfocata, granulosa, ma straordinaria. Era solo una lastra, un negativo a raggi X, eppure conteneva il mistero più profondo della vita. La chiamarono Foto 51. Lei si chiamava Rosalind Franklin. Quel giorno, con rigore e dedizione, Rosalind aveva immortalato l’essenza del DNA: la doppia elica che contiene le istruzioni di ogni essere vivente. Non fu un caso, né un colpo di fortuna. Fu il risultato di anni di studio, di fatica, di scelte controcorrente in un mondo che non voleva vederla brillare. Rosalind Franklin non cercava gloria. Cercava verità. Lavorava in silenzio, con una precisione quasi maniacale, in un ambiente dove le donne erano spesso invisibili, confinate ai margini. Ma lei non si piegava. I suoi occhi vedevano dove gli altri passavano oltre. La sua mente andava più a fondo, scoprendo la bellezza nascosta nell’ordine microscopico della vita.
Eppure, la sua scoperta, quel frammento di genio che avrebbe potuto cambiare la sua carriera, fu rubata. Mostrata senza il suo consenso a Watson e Crick, che la usarono per completare il modello del DNA. Fu un furto elegante, scientifico, ma pur sempre un furto. Loro vinsero il Nobel. Lei fu dimenticata. Rosalind non protestò. Continuò a lavorare. Si immerse nella ricerca sui virus, sulle strutture cristalline. Continuò a cercare risposte mentre la malattia, silenziosa e feroce, cominciava a spegnere il suo corpo giovane. Morì a soli 37 anni, con il cuore ancora pieno di domande. Senza sapere che aveva dato forma a uno dei più grandi avanzamenti della storia dell’umanità. Nessun discorso. Nessun premio. Nessuna scultura in suo nome. Solo il silenzio. Ma il tempo, si sa, alla lunga sa ascoltare. Oggi, la storia di Rosalind Franklin torna a galla come un grido dolce e potente. Non è solo il racconto di una scienziata geniale. È la testimonianza di tutte quelle donne che hanno lottato contro muri invisibili, contro sguardi di sufficienza, contro l’idea che il merito avesse un volto, un genere, un privilegio. Rosalind ci ha insegnato che non serve alzare la voce per essere rivoluzionarie. Basta credere in ciò che si fa, andare avanti anche quando nessuno applaude, lasciare che la verità sia più forte del silenzio. Perché la sua eredità oggi brilla, limpida, nella memoria della scienza. Ed è lì che continuerà a vivere, in ogni scoperta, in ogni passo avanti. E in ogni ragazza che guarda un microscopio e osa credere di poter cambiare il mondo. Rosalind Franklin non chiese mai il permesso per essere straordinaria. Lo fu, e basta.* Facebook/ Piccole Storie.
FINANZA - Giorgio Ambrosoli era un avvocato milanese di 41 anni quando, nel 1974, fu chiamato dalla Banca d’Italia a svolgere l’incarico più importante, difficile e complesso della sua carriera: il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana. Ambrosoli fece quello che aveva sempre fatto, e lo fece bene. Forse troppo bene. Scoprì bilanci falsi, triangolazioni di conti, operazioni di riciclaggio internazionale, risparmiatori truffati, intrecci criminali tra politica, alta finanza, massoneria e mafia. E, al centro di tutto, la figura del dominus, quel Michele Sindona allora considerato ancora il re della finanza italiana e mondiale, con protezioni in America, nella loggia P2, nello IOR, in Cosa nostra, e pure nella politica. Ambrosoli fece quello che quasi nessuno avrebbe fatto e nessuno fece prima di lui: denunciò tutto, rifiutò di firmare carte false, di occultare prove ed evidenze.Provarono prima a fargli cambiare idea con le minacce, via via sempre più esplicite. Lo Stato che avrebbe dovuto proteggerlo lo lasciò solo. Nel 1975, appena un anno dopo, lui aveva già capito tutto. Scrisse una lettera commovente alla moglie che oggi suona come una profezia. “Anna carissima, pagherò a caro prezzo l’incarico. Ma non mi lamento: è un’occasione unica per fare qualcosa per il Paese”. Quel momento arrivò la sera dell’11 luglio 1979, quando, tornando a casa da una serata con gli amici, un sicario americano assoldato proprio da Sindona gli esplose contro quattro colpi di 357 Magnum, uccidendolo. Aveva 46 anni, una moglie, tre figli, uno dei quali, Umberto, raccolse la sua eredità civile e morale candidandosi anni dopo alla Presidenza della Regione Lombardia.Giorgio Ambrosoli appartiene alla schiera di quei servitori dello Stato di cui troppo presto e troppo a lungo ci siamo dimenticati. Un “eroe borghese”, come recita il bellissimo libro di Corrado Stajano a lui dedicato. Un italiano perbene, che pagò il suo coraggio e il suo rigore con la vita. È nato il 17 ottobre di 93 anni fa, e oggi forse non c’è giorno più giusto per ricordarlo.
ROMA - Augusto imperatore di Roma. Ottaviano Augusto fu il primo imperatore romano. Durante il suo regno, Roma visse un periodo di pace e benessere. Egli pose fine alle guerre civili, rafforzò i confini, fece costruire numerosi edifici pubblici, strade, acquedotti e ponti; mostrò di avere a cuore sia gli interessi della plebe che dei patrizi. Alla sua morte nel 14 d.C. il potere passò al figlio adottivo Tiberio.Prima Porta è una zona di Roma situata nell'area nord, vicino ai comuni di Formello, Sacrofano e Riano. È nota per la sua storia archeologica, in particolare per la villa di Livia Drusilla, l'imperatrice romana, che ospitava una statua di Augusto, oggi conservata nei Musei Vaticani. La zona è circondata dal Parco di Veio e dal Parco Tevere nord, e offre un'atmosfera storica e naturale.
1972 FEMMINISMO - Fu proprio intorno al biennio del 1972-1973 che esplosero in Italia movimenti femministi radicali e non che, attraverso manifestazioni, occupazioni e scontri diretti con le istituzioni, si mobilitavano alla volta della conquista del diritto all’aborto. In piazza si riportava un discorso quantomai trasparente: distruggere le dinamiche patriarcali, parlare di riappropriazione dei corpi, decostruzione politica e sociale, rimettendo in discussione modelli e ruoli sessuali, come il rapporto tra l’uomo e la donna nella vita familiare o sentimentale. La lotta per il diritto all’aborto nasceva anche e sopratutto a causa dei percorsi che migliaia di donne erano costrette ad intraprendere clandestinamente, mettendo a rischio la propria vita: ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza, negli anni ’70, significava addentrarsi da sole, senza alcuna garanzia sanitaria, in oscure abitazioni e sperare che andasse tutto per il meglio. Oltre alla galera infatti, le donne rischiavano la morte o, in casi comunque gravi, pesanti danni alla salute. Tante erano le donne che, costrette anche da una limitata autonomia economica, ricorrevano alla clandestinità e che furono arrestate in flagranza di reato: arresti, perquisizioni, sospetti, indagini. Intanto, anche in risposta alle politiche repressive, le piazze di tutte le città d’Italia si riempivano sempre di più di una lotta femminista che parlava di aborto libero, gratuito, con la facoltà di anestesia, con le giuste tutele sanitarie. La mobilitazione diventò generale e la vertenza sempre più concreta e condivisa, specialmente dalle donne che provenivano dalla classe proletaria e che quindi non potevano permettersi di fuggire all’estero o interrompere una gravidanza in un Paese che non fosse l’Italia.
1975 - Nel gennaio del 1975, con una conferenza, il Mld ufficializza pubblicamente il lancio dei referendum abrogativi sulle norme penali sull'aborto. Oltre al Mld se ne fecero promotori il Partito radicale e la rivista “Abc”. Due anni più tardi la Corte costituzionale, con sentenza 18 febbraio 1975, n. 27, dichiarò illegittimo l’art. 546 del codice penale, che vietava appunto l’aborto, nella parte in cui non prevedeva che la gravidanza potesse venire interrotta quando l’ulteriore gestazione implicasse danno o pericolo grave per la donna.
1975 - 10 GENNAIO In Italia il problema aborto. Giovani donne commettono un reato se abortiscono. Mentre, su iniziativa dei radicali, é in corso la raccolta delle firme per il referendum abrogativo delle norme penali sull'aborto, al nuovo centro di sterilizzazione (un centro che fornisce ai cittadini informazioni riguardanti la normativa dell'aborto terapeutico) finisce arrestato GIORGIO CANCIANI con l'imputazione di associazione a delinquere per avere organizzato il centro stesso. Dopo pochi giorni é il segretario del Partito Radicale GIANFRANCO SPADACCIA ad essere arrestato con la stessa imputazione. Il 26 tocca ad ADELE FACCIO, mentre per EMMA BONINO viene spiccato un ineseguibile mandato di cattura perchè latitante. La Bonino in occasione delle Elezioni di giugno ricompare sulla scena, e clamorosamente recandosi alle urne elettorali (in pratica polemicamente si consegna) viene arrestata.
1975 ITALIA - ALLA FINE I RISULTATI DELLE ELEZIONI sono un UN GROSSO SUCCESSO PER LA SINISTRA. UN NUMERO RILEVANTI DI VOTI CHE PROVOCANO UNO SCORAMENTO NELLE FILE DEMOCRISTIANE. In serie difficoltà il PSI, non per i voti, abbastanza costanti, ma per la dirigenza di DE MARTINO che alla fine dell'anno, dopo aver ricevuto tanti "schiaffi" dal governo dove é seduto, toglie la fiducia a MORO, e invoca un governo di emergenza. Problemi comunque c'erano stati anche dentro il PCI prima delle elezioni amministrative: BERLINGUER, infastidito per le critiche alle sue aperture, cambia il coordinatore della segreteria, ARMANDO COSSUTTA (dell'ala più filosovietica e integralista del partito) con GERARDO CHIAROMONTE.
1975 ITALIA - Alle Elezioni amministrative di quest'anno (votano per la prima volta anche i diciottenni - con la legge del 6 marzo). La DC segna un netto regresso. Si verifica un'avanzata del PCI che conquista le amministrazione nelle più importanti città: Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Venezia. Il più autorevole democristiano, ALDO MORO, che guida anche il governo, si prodiga per iniziare discorsi costruttivi con la sinistra che ritiene essere una realtà da non ignorare nel Paese: "Guai se la ignoriamo, non so cosa potrebbe succedere domani". Un sostegno che però non offre invece Fanfani che al congresso di marzo del PCI, ritira la sua delegazione per i fatti che sono accaduti in Portogallo dove il consiglio rivoluzionario ha escluso dalle elezioni una lista democristiana. L'operato del governo Moro, con a fianco La Malfa, all'inizio anno, da gennaio ad aprile, ha già fatto con il concorso dei comunisti degli accordi concreti: quello sul punto unico della contingenza per tutte le categorie di lavoratori, firmato dalla Confindustria e dalla Federazione dei tre sindacati; quello dell'abbassamento dell'età degli elettori; e quello sul nuovo diritto della famiglia. Sui giornali si sono sprecate le lodi per questo governo capace di fronteggiare la crisi economica e sociale con reazioni costruttive e con lodevole attivismo. (Lodi e risultati che hanno messo a disagio i socialisti, nemmeno interpellati pur essendo al governo, e hanno permesso nel contempo ai comunisti, già subito alle elezioni, di aumentare i loro voti nell'elettorato, che ritengono questi successi al credito dato da Moro e La Malfa al "compromesso" berlingueriano. Non altrettanta simpatia ottengono i due politici dai colleghi degli stessi partiti della maggioranza. Soprattutto Moro, dagli schieramenti contrari ad ogni contributo dei comunisti o ripudiati in blocco (fregandosene dei risultati positivi) dai cattolici più integristi. Mentre maggiore realismo e pragmatismo lo dimostra la Confindustria, dove un Gianni Agnelli che la guida da soli pochi mesi, ha avvertito, e lo dichiara apertamente (vedi giornale a Gennaio) che "siamo in un periodo nuovo, dove i due vertici - imprenditori e sindacati - scendono a coinvolgere la base, dopo che entrambi si sono assunti delle precise responsabilità: l'avvicinamento alle conoscenze dei rispettivi problemi e l'impegno reciproco di trovare d'ora in avanti in concerto delle soluzioni nella gestione delle aziende".
1975 ABORTO - Nel 1972, i dati riportavano che il numero di aborti clandestini si aggirava attorno ai 3 milioni l’anno: cifre che, proprio a causa della clandestinità, non sono mai stati affermati con certezza, ma che probabilmente aumentavano nel corso del tempo .La questione dell’interruzione volontaria della gravidanza spaccò l’Italia in due. Da un lato, il Movimento per la Vita, nato nel 1975, cercò di abrogare la legge 194 sul diritto all’aborto quasi nella sua interezza, conservando solo la possibilità dell’aborto terapeutico. Dall’altro, il Partito Radicale propose un referendum per ampliarne l’applicazione, eliminando ogni restrizione, comprese quelle per le minorenni e gli istituti privati. Entrambi i quesiti referendari vennero bocciati: gli italiani difesero il diritto all’aborto legale.
1978 ABORTO - Il 22 maggio del 1978, dopo un lungo percorso politico fatto di lotte, scontri e dibattiti, la marea del movimento femminista scende nelle piazze e nelle strade d’Italia per festeggiare l’approvazione della legge 194 del 1978 sul diritto all’aborto. Una delle pagine della storia d’Italia, che permise a tante persone di esprimersi sul tema dell’interruzione volontaria di gravidanza, una pratica che fino a quel momento – oltre alla pericolosità per la vita della donna – era considerata illegale e punibile, per questo, a livello penale. Il referendum del 17 maggio segnò una pietra miliare nella conquista dei diritti civili, difendendo con il 68% dei voti favorevoli la legge 194 del 1978 sul diritto all’aborto. La legge 194, approvata nel 1978, legalizzò l’aborto entro i primi novanta giorni di gravidanza, e in alcuni casi specifici anche oltre, tutelando la salute fisica e psichica della donna. Questo risultato fu il frutto di anni di battaglie, portate avanti da movimenti femministi, associazioni laiche e partiti progressisti per difendere e rivendicare il diritto all’aborto. La sentenza della Corte Costituzionale del 1975, che dichiarò parzialmente illegittimo l’articolo 546 del codice penale, aprì la strada a un cambiamento radicale nella concezione giuridica dell’aborto in Italia.